Mese: dicembre 2011

Interlocution et réalité entre Vocativo et La Beltà : Je et Tu dans la poésie d'Andrea Zanzotto

Alessandro De Francesco

Pubblico qui di seguito un saggetto scritto nel 2006 sull’opera del maestro per una giornata di studi a Paris X – Nanterre organizzata da Claude Cazalé Bérard. Il testo è uscito in cartaceo nel 2008 sulla rivista Écritures, co-diretta dalla stessa Claude, in un numero intitolato Je et Tu dans la poésie contemporaine.

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«l’intero (in vero) (in vitro)»: il dolore e lo sguardo esperiti (postfazione a M. Giovenale, "Criterio dei vetri", oèdipus, Salerno 2007)

Cecilia Bello Minciacchi

nella mia epoca non ho altra scelta se non il dolore

Georg Trakl

Il paziente travaso del vedere,
acquedotto d chiarore, strada
che porta l’essere a se stesso.

Valerio Magrelli

Per quanto la mira (della postfazione, s’intende, non certo del Criterio dei vetri) rischi di risultare troppo alta, ci sia lecito prendere a prestito, come dichiarazione liminare, l’esordio lampante con cui Foucault apre la sua prefazione a Nascita della clinica: «in questo libro si parla dello spazio, del linguaggio e della morte; si parla dello sguardo»[1].
Promette di essere, questo, un prestito assai utile, e di particolare pertinenza, essendo segnatamente spazio, linguaggio e morte, proprio nella condensazione dello sguardo, i temi focali della scrittura di Giovenale. Morte e sguardo, in particolare, si legano nel segno dell’ineluttabilità e del dolore patito in modo diretto, in prima persona, o invece riflesso, ossia avvertito e sofferto di rimando, visto nel suo incombere su altri.
Per il Foucault che s’interroga riguardo all’affermarsi della clinica, la medicina moderna ha la caratteristica di percepire e descrivere i suoi oggetti con una precisione qualitativa che «guida il nostro sguardo in un mondo di costante visibilità», quando invece la medicina precedente parlava «col linguaggio, senza sostegno percettivo, dei fantasmi»[2]. Foucault, per comprendere il mutamento occorso alla nascita della clinica moderna nel momento del suo farsi, si volge «verso la regione in cui le “cose” e le “parole” non sono ancora separate, là dove, a fior del linguaggio, modo di vedere e modo di dire si compenetrano ancora»[3], convinto che sia necessario porsi e mantenersi «al livello della spazializzazione e della verbalizzazione fondamentali del patologico, là ove prende origine e si raccoglie lo sguardo loquace che il medico posa sul cuore velenoso delle cose»[4].

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Recensione a Giovanna Marmo, "Occhio da cui tutto ride", No Reply, Milano 2009

Daniele Claudi

Nel piacere di guardare e di esibire – suggerisce Sigmund Freud – l’occhio si comporta come una zona erogena. Vale a dire: si comporta sotto ogni punto di vista come una parte dell’apparato sessuale. Ciò che più colpisce nella nevrosi ossessiva – spiega Freud applicando il metodo analitico alla dimensione sessuale dell’esistenza – è l’importanza di impulsi che creano nuove mete sessuali, presentandosi indipendentemente da zone erogene. Cosa ha a che fare tutto questo con la poesia di Giovanna Marmo? È stato Giancarlo Alfano a chiarire, in una recensione apparsa sul «Corriere del Mezzogiorno», che Fata morta (Edizioni d’if, 2006), lavoro precedente di questa autrice, «ruota intorno a temi e motivi francamente legati al mondo fiabesco […], il che vuol dire intimamente connessi a una profonda dimensione psicotica: dove lo stretto rapporto tra i due universi in apparenza così distanti sta nella rappresentazione frammentaria del corpo umano e nella netta separazione tra l’organo e la sua funzione». Ebbene, da questo punto di vista il nuovo libro è perfettamente in sintonia con il lavoro precedente, cui nel 2005 è stato attribuito il premio Antonio Delfini. Ne faccia fede come esempio La mia ragazza II, in cui ritornano tra l’altro un paio di versi (nell’apertura dell’esempio) dal Fiume di Fata morta. E si noti la cruda ‘esibizione’ del corpo offerta al lettore: «Nel mio culo cresce un albero, / lì c’è sempre acqua. Succhia un dito, / ed è dolce. // I miei piedi sono appesi a un filo, / e non si spezza. // Le mie braccia sono lunghe, / non si piegano mai. // La testa, le unghie, gli occhi: / sono in una busta». Continua a leggere “Recensione a Giovanna Marmo, "Occhio da cui tutto ride", No Reply, Milano 2009”

Prefazione a Andrea Leone, "Lezioni di crudeltà" (Poiesis, 2010)

Michelangelo Zizzi

 

Scrivere una prefazione ad Andrea Leone è come andare a vedere uno spettacolo nell’anfiteatro Flavio dopo aver inalato in una sola inalazione tutto il tabacco incatramato di una camel senza filtro, il giorno dopo quello in cui Cesare stravasò con arti divinatorie il Rubicone. Da lente contrade meridionali dove la resistenza ai bivacchi cartesiani delle metropoli è, per chi scrive, una sosta tra alcoli ingurgitati in un fiato e agone inattuale di gioco di carte di vecchi seduti ai tavoli, l’opera di Andrea Leone vi entra come il pistolero nel far west, il temporale estivo, la rete all’ultimo minuto di una finale mondiale. Lezioni di crudeltà ricorda che la poesia esige un’epica, uno stato di travaso dalla solita sonnolente plaga in cui s’affossa con la zappa delle avanguardie e dello sperimentalismo per tutto il ‘vecchio’ Novecento. Continua a leggere “Prefazione a Andrea Leone, "Lezioni di crudeltà" (Poiesis, 2010)”

Zanzotto: un poète généalogique

 Philippe Di Meo

Andrea Zanzotto s’est éteint le mardi 18 octobre en fin matinée à l’hôpital de Conegliano où il avait été admis trois jours plus tôt pour insuffisance respiratoire, soit exactement huit jours après avoir fêté son 90e anniversaire. Avec lui disparaît un des poètes les plus originaux de son siècle. La critique italienne tient en outre généralement son œuvre pour la plus novatrice depuis  celle de Leopardi. Jugement que corroborent implicitement de nombreuses traductions. Cependant, largement reconnu son travail demeure malgré tout aujourd’hui encore mal connu. On l’a malheureusement souvent interprété en ayant recours à des catégories interprétatives inadéquates. Le terme de “maniérisme”, éminemment historiciste, élaboré au XIX° siècle par le critique hégélien De Sanctis afin de valoriser les œuvres fondatrices de la tradition poétique et littéraire italienne, Dante et Pétrarque, a souvent été mis à contribution. Quand, précisément, la poésie d’Andrea Zanzotto bouleverse le bel ordonnancement de l’histoire littéraire occidentale à travers l’italienne. Continua a leggere “Zanzotto: un poète généalogique”

Una nota su "Sleepwalking", di Laura Pugno (Sironi, 2002)

Marco Giovenale

Sleepwalking, di Laura Pugno, allinea «tredici racconti visionari»: ma di visioni high-tech si tratta. Lo suggerisce anche Giulio Mozzi nel risvolto di copertina, parlando dell’autrice come di «una videocamera ad alta definizione». In qualche modo l’intero libro consiste nel vedere-toccare dettagli taglienti ai confini di un vetro che – come nella celebre poesia di Magrelli, in Ora serrata retinae – funziona da emblema della scrittura stessa: «non uno specchio ma un vetro zigrinato… dove il corpo si sgretola / e solo la sua ombra traspare / incerta ma reale».

La realtà è traslata su uno schermo che, proprio per l’elevato numero di pixel, rispetta il non detto, le latenze e ombre e smagliature di senso delle vicende. L’obiettivo, avvicinandosi al corpo osservato, lo sgretola. Anche la sospensione di alcune trame formalizza questa strategia. I racconti parlano di rapporti bloccati, o deformati dal tempo – o persi. Alcuni brani (La perfezione, L’ubbidienza) hanno respiro di romanzi, a cui però sia stato lasciato uno scheletro di intreccio, e una conclusione sfumata. L’immagine della videocamera che smarrisce i corpi a cui si avvicina è esatta al punto da divenire direttamente racconto: intitolato Ghiaccio. Non a caso ne è protagonista un restauratore impegnato …a demolire la propria memoria. Continua a leggere “Una nota su "Sleepwalking", di Laura Pugno (Sironi, 2002)”

Freddure e anti-illuminazioni: su tre poesie di Luigi Socci

Renata Morresi

 

Che la poesia di Luigi Socci sia tutta animata da una sferzante ironia e da uno scherno addolorato è stato detto in altre sedi e da voci ben autorevoli. Come pure saranno noti ai lettori più attenti alla scena poetica contemporanea l’eleganza performativa di questo autore e il garbo con cui gioca con la voce e la parola. Non a caso una delle sillogi che raccolgono il suo lavoro si intitola Freddo da palco (d’if, 2009), a ricordare la corrente d’aria che d’improvviso scende sugli spettatori quando s’apre il sipario e ha inizio lo spettacolo, e ad evocare un altro, ben più rigido, freddoContinua a leggere “Freddure e anti-illuminazioni: su tre poesie di Luigi Socci”

5 ostruzioni (a cura di B.Antomarini): le risposte di Sebastiano Aglieco


nuove risposte alle 5 ostruzioni
proposte da Brunella Antomarini

 Sebastiano Aglieco

  1. L’istinto. Le letture di pochi amici fidati.

  1. Perchè il poetico ubbidisce a una regola: dire con pochissime parole ciò che non si potrebbe dire con molte.

  1. Ormai pochissima. Scrivere è un a tu per tu senza barriere, nascondimenti, giubotti antiproiettile.

  1. Ultimamente cerco di trovare un equilibrio assai stretto tra forma e contenuto. Sembra banale dirlo ma è un problema che sento molto serio. Vuol dire che, mentre scrivi, ti chiedi. Poi non sempre è possibile. Rispetto ad altri altri, quindi, credo di trovarmi in una linea che definirei rozzamente “nuovo umanesimo”.

  1. Il senso della scrittura è sempre incomprensibile. Nella mia rimane incomprensibile il motivo fondante. Ma mi serve anche l’immagine dello specchio per capire quanto non può essere spiegato, o detto, e quanto invece vuole specchiarsi nella mia/altrui esperienza di scrittura, di vita.

Una nota su "Spostamento", di Giovanna Frene (Lietocolle, 2000/2001)

Marco Giovenale

Spostamento, di Giovanna Frene, edito da Lietocollelibri (Como, 2000, pp.48), è costituito da una Definizione in tre versi («Chiamiamo morte quella condizione / per cui il ricordo di una persona / da viva ci appare improponibile»); da dieci poesie o lasse numerate e dotate di titoli; da una Clausula; e infine da un vero e proprio riporto epigrafico: «nemo obliviscitur felicitatis suae».

Il poemetto nasce come torsione testuale o nadir (complesso) di un evento luttuoso. Il suicidio di una persona cara disegna sulla pagina orma e deformazione di un discorso emotivo. Che non significa sentimentale. È anzi vero l’opposto.

E se un “io” affiora già dal Proludio, si tratta di ego che è dissipazione, e che così (si) dichiara: «per l’appeso scrivo qui la poesia doverosa / necessaria maledizione di un maledetto: / non dissimile al vento che portava / al nulla la stagione il detto della cenere». Dissipazione agìta anche sul corpo dei sostantivi dell’ultimo verso: quale valore hanno «stagione» e «detto»? Altre ceneri: grammaticali. Continua a leggere “Una nota su "Spostamento", di Giovanna Frene (Lietocolle, 2000/2001)”

Nota a Andrea Inglese, “Commiato da Andromeda” (Valigie Rosse, Livorno 2011)

Paolo Maccari

 

Presentiamo una versione più estesa della postfazione scritta da Paolo Maccari per Commiato da Andromeda, volumetto di Andrea Inglese pubblicato dalla casa editrice di Livorno Valigie Rosse in occasione del Premio Ciampi 2011 per la poesia italiana.

 

Commiato da Andromeda è l’anticipazione di un libro più ampio a cui Andrea Inglese sta lavorando da tempo e che, ci informa, avrà al centro la città di Parigi. Già questo intenso capitolo tuttavia espone una tenuta autonoma e conclusa che permette di fruirne, in attesa dell’opera completa, come di una felice ouverture.

Per chi coltiva la rassicurante abitudine di chiudere in una definizione il testo che ha letto, le pagine del Commiato daranno qualche grattacapo: non si tratta di un romanzo, neppure se tentiamo di specificare con un aggettivo il suo statuto (autobiografico, lirico, di memoria ecc…), non di una serie di racconti, né di racconti alternati a poesie, né di prose liriche, né di poesie stese in prosa. Deludente anche la definizione di prosimetro, che addita una categoria esterna, puramente tipologica. Da parte mia, proporrei per una volta l’astensione definitoria e categoriale. L’efficace sperimentazione di Inglese, in questo frangente, prima ancora che il dialogo con una tradizione o un apparato retorico offre del passato, e del presente che lo osserva, una figura appropriata e smarginata di monito, un’esperienza che proviene da una toccante coscienza biografica e che torna a farsi, aumentata, coscienza biografica, e letteraria, e sociale. Tutto si tiene proprio perché tutto mostra la corda e si allenta in un pulviscolo di manchevolezze che l’autore registra con una passione accuratamente dissimulata. Continua a leggere “Nota a Andrea Inglese, “Commiato da Andromeda” (Valigie Rosse, Livorno 2011)”

La meraviglia e la volontà di dire: il senso della scrittura di Michele Zaffarano

Gherardo Bortolotti

 

Una delle questioni che più urgentemente pone il lavoro di Michele Zaffarano è certo quella della disgiunzione tra il senso del testo e l’intenzione dell’autore. La sua scrittura, infatti, si muove in uno spazio precedente alla “volontà di dire” che si considera spesso, per annosa tradizione o per semplice pregiudizio, alla base della scrittura poetica (se non della scrittura tout court). Così facendo, Zaffarano offre la possibilità di un modello diversamente organizzato di letteratura, di testo, di lettura, e permette l’esperienza di quella che potremmo definire una meraviglia radicale, strettamente legata alla dimensione quasi pulsionale, originaria del significato (delle cose, delle parole).

Si è soliti pensare alla scrittura come alla sede di esplicazione di una volontà di dire che si origina, più o meno profondamente, nella persona dell’autore. Più specificatamente, si considera la scrittura letteraria o poetica come un luogo dedicato a quella volontà, una delle sedi in cui quella pretesa di formulazione di senso, di produzione di significato, quella propensione al pronunciarsi trova una compiuta implementazione. All’origine di questa volontà, come suo motore primo, si individuano in genere due spinte, sotto diversi aspetti complementari e simmetriche: da una parte, il tentativo di spiegare il mondo, di dare conto di una figura che attraversa le cose, le relazioni e gli eventi di cui l’autore si sente testimone e verso cui sente la responsabilità o il desiderio di una rappresentazione; dall’altra, lo sforzo di spiegare se stessi, di verbalizzare i moti che costituiscono la propria esperienza del mondo, la propria esperienza del suo senso, e che si incanalano verso un’espressione. Comunque sia, le due spinte danno luogo alla volontà di dire le cose per come sono o per come le si sente e questa volontà genera il testo e il suo significato come incarnazione dell’intenzione dell’autore. La stessa esperienza della lettura è condotta, nella maggior parte dei casi, in misura di questa volontà di dire, presupponendo una relazione diretta, se non proprio una coincidenza, tra ciò che è scritto e ciò che “vuole dire” l’autore, una relazione sancita dall’architettura retorica, dal ritmo delle frasi, dalla scansione delle figure. A partire dal senso di ciò che è scritto, si riconduce così l’attività di decodifica, il lavoro ed il piacere semiotico della lettura, alla riproduzione, o addirittura alla riscoperta, dell’intenzione dell’autore, del suo “messaggio”. Continua a leggere “La meraviglia e la volontà di dire: il senso della scrittura di Michele Zaffarano”

Recensione a Francesco Filia, "Il margine della città" (Il Laboratorio, 2008)

Vincenzo Frungillo

Guardare significa essere legati immediatamente a stimoli visivi, essere immersi in un orizzonte visivo. E’ la parte più rilevante della nostra componente animale, è il legame con l’ambiente. Su questo istinto si fonda la norma madre della società contemporanea. Diversa cosa è il vedere. Continua a leggere “Recensione a Francesco Filia, "Il margine della città" (Il Laboratorio, 2008)”