Recensione a Francesco Filia, "Il margine della città" (Il Laboratorio, 2008)

Vincenzo Frungillo

Guardare significa essere legati immediatamente a stimoli visivi, essere immersi in un orizzonte visivo. E’ la parte più rilevante della nostra componente animale, è il legame con l’ambiente. Su questo istinto si fonda la norma madre della società contemporanea. Diversa cosa è il vedere. La radice di questo verbo la ricostruisce il filologo Bruno Snell evidenziando la sua relazione semantica con i termini greci noos e idein: vedere significa conoscere le idee. In questo senso i dialoghi di Platone sono stati la prima fenomenologia dello sguardo. I filosofi e i poeti sono tali perché vedono idee, non per altro. E non sono loro a definire le idee, sono le idee stesse che si danno in immagini. Il filosofo idealista e il poeta visionario non sono tali perché scendono a fondo e sfondano il campo del semplice guardare, non sono tali perché vedono le cose come saranno alla fine del loro scorrere, ma sono tali perché vedono le cose nella loro fissità, così come già sono, anche se in apparenza sembrano scorrere. E questa loro visione non ha niente di mistico o di misterico ma è reale, più reale del reale. Questo ho pensato, meglio sarebbe dire, questo ho ricordato nel leggere il testo poematico Il margine della città di Francesco Filia, edizioni Il Laboratorio di Nola, 2008. Filia fa parte di quei poeti campani che sentono ancora l’influenza della vicina Elea. In lui l’idea e la sua immagine la fanno da padrone. Questo poema, sulla scia di altre esperienze poetiche contemporanee (ricordo quella di De Angelis e Ortesta su tutti) nasce da un’esperienza teoretica fondamentale. La successione di questo testo in frammenti gnostici rappresenta proprio il rarefarsi graduale e parziale di quelle immagini che rispecchiano qualcosa d’immutabile. E’ una vita colta per immagini o una biografia per frammenti. Ma la biografia che viene posta in evidenza non è solo quella del poeta; non si consuma tutta la vita in questo poema ma solo la sua intensa e più rilevante espressione. Ciò che Filia mette su carta è l’epifania del vedere e la successiva fenomenologia di un mondo, di una città. A partire dall’originaria ferita mortale, la regola che fa vibrare il nostro mondo a venire: “Ritorna/ lo slargo dietro casa, come una fitta di luce/ negli occhi, con questo nome capitatomi in sorte/ ripetuto all’infinito e sfaldato in lettere/ sillabe pura emissione di voce balbettio indistinto/ nulla.(frammento I)”. La resistenza delle cose al tempo coincide con la scoperta della nostra mortalità. Le cose ci precedono e ci sopravvivono. Sono come spettri di luce che fuggono la nostra natura funzionale. Noi siamo accolti da quei segni. L’indizio di questo processo ce lo offre il nome, segno inequivocabile della “nostra lingua finita” (“di tutti gli esseri l’umano è il solo che nomina egli stesso i suoi simili, come il solo che Dio non ha nominato” scriveva Benjamin). Il nome è la prima frattura che si crea tra la luminosità estrema del mondo e l’ombra della nostra presenza mortale. Si può dire che il nome rischiara la nostra animalità. E’ la scoperta originaria della piega che distingue il guardare dal vedere. Il nome è la ferita mortale che filtra luce mentre fa sgorgare sangue. Su questo crinale si poggia il mondo, la città. Tutto il poema non è altro che un’esibizine dello spacco originario che tale assunzione comporta: “Tra una scia di luci e l’azzurro del cielo/ la vita balena di nuovo, su questo muro/ a cavalcioni, a metà del nostro morire (frammento II)”. Lo strumento adottato dal poeta è quindi la vista come dimostrano le illustrazioni che accompagnano questo scritto. (Le tavole di Pasquale Coppola raffigurano occhi posti tra terra e cielo). Il margine, nominato nel titolo, è in realtà il centro. Qui c’è un rovesciamento delle categorie civili. La città è vista a partire dal suo margine, da una sbavatura del guardare. L’operazione d’invertimento di centro e periferia, fatta in chiave sociale e politica a proposito della città di Napoli da molti intellettuali, qui è realizzata poeticamente. Il vero fulcro del consorzio umano è il margine, la periferia, non più il centro. Il poeta rinnega il campo visivo immediato, gli stimoli meramente animal-meccanici della sua città perché chiamato da quella ferita originaria: “Questa gioia sputata via al risveglio, quando ogni strada/ è più estranea e vicina insieme e una voce che chiama/ è quel che resta dei giochi proibiti di un bambino (frammento III).” Riabitare la propria città, quando non si è più cittadini, significa conquistare un nuovo spazio. In questo Filia si dimostra vicino a quegli autori che concepiscono l’arte non come semplice provocazione ma come costruzione. C’è in questi versi la consapevolezza che qualcosa di nuovo è possibile solo compiendo una svolta antropologica: traducendo il caso in necessità. A chi più rischia, più è richiesto. Questa sembra la scommessa sottintesa e l’angolo etico proposto. Nessun cambiamento è consentito se non questo. Ogni cambiamento consentito dipende da questo. “Dimoro nella lesione di ogni cosa” scrive Filia e s’addentra nel deserto: “Vuoto logico di questo terrazzo aperto/ su di un balzo di palazzi e voci rabbiose./ Le labbra si schiudono ancora nella gioia/ di nominare le cose i volti lo spazio/ che si stringe intorno alla gola,/ nelle pietre di questa città che continua/ a crollarmi addosso da millenni (frammento XVIII).” Si cercano le direttive dello spazio, e sono le immagini e le idee delle cose che le offrono; le linee che lo perimetrano cadono sul foglio verticalmente mortificando l’articolazione vitale del verbo: “Città verticale nutrita dalle sue viscere vuote/ cunicoli e rifugi, occhi che difendono il territorio/ porzione sottratta e vita ripresa varco/ dove sopravvivere. (frammento XXVIII)”. E ancora :”Città nuova di entroterra e anni luce/ dal mare, sagome scolpite nell’aria./ Architetture sospese, crepe/ nel cemento armato attendono/ questa pausa nel dolore di viali/ e binari non ancora morti tra macerie/ e un rantolo di voce di vita/ di niente. (frammento XXXIII)”. Questo frammento ha una potenza unica che sembra raccogliere la città in un solo guasto. Tutti i suoi mali sono presenti meglio che in qualsiasi cronaca o romanzo: terremoto, sangue gratuito, corruzione, tutto torna in un solo istante. Qui riesce in pieno il patto: il poeta scompare, scompaiono i mali, resta evaso il deserto, lo spazio appare. La poesia non fa che registrare la visione, esula da schemi metrici e da rime. La poesia non bisogna più nominarla. Lo spazio è il solo risultato, il margine è lo spazio. L’unica soluzione possibile all’esondazione dello sguardo è espandere la ferita, insistere nel vedere: creare un margine. In questo nuovo spazio le cose abbandonano la loro funzione, anche se non scappano dalla storia. Si tratta di riportate tutto allo stupore originario; se qualcuno ti avrà nominato tu non potrai che rispondere: “Non hai voluto fiori da cogliere ma guanti/ per proteggere il tatto nel giardino chiuso/ nella trasparenza di questo chiostro./ Abbiamo sentito lo stesso dolore in fondo alla vita/ Solo ora comprendo, in questo silenzio condiviso/ la necessità del tuo nome. Carmen. (frammento XXXII)”. La donna capitata in sorte ha il nome giusto. Accompagna in silenzio perché le parole facilmente si confondono. Bisogna preservarle. Quel nome, altro indizio finito, è lo stare accanto che traduce il vuoto in pieno. E’ presenza carnale ma anche canto. Ciò che si trova alla fine è l’in-sistere, nel canto. L’unico dono reale è lo spazio: “Ricostruisco il passato negli occhi di mia figlia./ Con cocciuta ossessione scavo i giorni/ i minuti, di quest’eterno presente. Ecco la fine delle ore./ L’alba, nelle mani strette, mi lascia accanto/ a questa culla a intuire l’inizio di una vita/ mio secondo stupore a guardare/ questa forma creata mio respiro ulteriore. (frammento LV)” Il vedere si traduce nel guardare “una forma creata”. La vista del poeta s’affina, s
affida, a un respiro terreno. Il poeta, per ora, trova asilo.

Vincenzo Frungillo

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