Una nota su "Sleepwalking", di Laura Pugno (Sironi, 2002)

Marco Giovenale

Sleepwalking, di Laura Pugno, allinea «tredici racconti visionari»: ma di visioni high-tech si tratta. Lo suggerisce anche Giulio Mozzi nel risvolto di copertina, parlando dell’autrice come di «una videocamera ad alta definizione». In qualche modo l’intero libro consiste nel vedere-toccare dettagli taglienti ai confini di un vetro che – come nella celebre poesia di Magrelli, in Ora serrata retinae – funziona da emblema della scrittura stessa: «non uno specchio ma un vetro zigrinato… dove il corpo si sgretola / e solo la sua ombra traspare / incerta ma reale».

La realtà è traslata su uno schermo che, proprio per l’elevato numero di pixel, rispetta il non detto, le latenze e ombre e smagliature di senso delle vicende. L’obiettivo, avvicinandosi al corpo osservato, lo sgretola. Anche la sospensione di alcune trame formalizza questa strategia. I racconti parlano di rapporti bloccati, o deformati dal tempo – o persi. Alcuni brani (La perfezione, L’ubbidienza) hanno respiro di romanzi, a cui però sia stato lasciato uno scheletro di intreccio, e una conclusione sfumata. L’immagine della videocamera che smarrisce i corpi a cui si avvicina è esatta al punto da divenire direttamente racconto: intitolato Ghiaccio. Non a caso ne è protagonista un restauratore impegnato …a demolire la propria memoria.

Una tecnologia raffinatissima non riempie affatto tutti i vuoti, non dà immagini di “vero”, di “pieno”. Non è realismo. Anzi mostra le tracce di scollamento della realtà percepita, i punti ciechi, i margini lisi delle esperienze. Allo stesso modo, i personaggi inventati dalla Pugno non intrecciano mai rapporti immediati tra loro e con le cose. Ognuno ha – verso vicende e oggetti e memoria – un legame ostacolato e riscritto da riti, ossessioni, alter-ego oscuri, sogni-deformazioni, oblio. Le cose avanzano verso la percezione come se l’io venisse continuamente fasciato dal sonnambulismo. Respinto in un pre-conscio che è il grande vetro di Duchamp dopo le prime crepe. Le incrinature del percepire sono parte del percipiente. L'”io” è minato dalle virgolette fino al midollo. La struttura, non solo come macchina di concetti, ma come corpo-sofferenza, fa sue quelle crepe, quei collassi e anche felici interdizioni. Con questo fabbrica sé. Di questo è materiato. (Dal vetro-arte di Duchamp che demolisce l’arte, al vetro zigrinato della doccia, normalmente duchampiano: questo è il percorso della percezione: e il secolo è il XXI, così).

Marco Giovenale

[ Recensione a L.Pugno, Sleepwalking, in «l’immaginazione», a. XX, n. 196, marzo 2003, pp. 24-25; poi, in vers. più lunga, in «Vibrisse» (newsletter a c. di G.Mozzi), n.101, 27 aprile 2003; infine, in una ulteriore versione intitolata Le visioni high-tech di Laura Pugno, sul sito (e newsletter) «Zoooom», anno I, n. 25, 14 luglio 2003, e sul sito dell’ed. Sironi: http://www.sironieditore.it/sezioni/articolo.php?ID_articolo=164&ID_libro=88-518-0006-5&ID_collana=X ]

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