Recensione a Giovanna Marmo, "Occhio da cui tutto ride", No Reply, Milano 2009

Daniele Claudi

Nel piacere di guardare e di esibire – suggerisce Sigmund Freud – l’occhio si comporta come una zona erogena. Vale a dire: si comporta sotto ogni punto di vista come una parte dell’apparato sessuale. Ciò che più colpisce nella nevrosi ossessiva – spiega Freud applicando il metodo analitico alla dimensione sessuale dell’esistenza – è l’importanza di impulsi che creano nuove mete sessuali, presentandosi indipendentemente da zone erogene. Cosa ha a che fare tutto questo con la poesia di Giovanna Marmo? È stato Giancarlo Alfano a chiarire, in una recensione apparsa sul «Corriere del Mezzogiorno», che Fata morta (Edizioni d’if, 2006), lavoro precedente di questa autrice, «ruota intorno a temi e motivi francamente legati al mondo fiabesco […], il che vuol dire intimamente connessi a una profonda dimensione psicotica: dove lo stretto rapporto tra i due universi in apparenza così distanti sta nella rappresentazione frammentaria del corpo umano e nella netta separazione tra l’organo e la sua funzione». Ebbene, da questo punto di vista il nuovo libro è perfettamente in sintonia con il lavoro precedente, cui nel 2005 è stato attribuito il premio Antonio Delfini. Ne faccia fede come esempio La mia ragazza II, in cui ritornano tra l’altro un paio di versi (nell’apertura dell’esempio) dal Fiume di Fata morta. E si noti la cruda ‘esibizione’ del corpo offerta al lettore: «Nel mio culo cresce un albero, / lì c’è sempre acqua. Succhia un dito, / ed è dolce. // I miei piedi sono appesi a un filo, / e non si spezza. // Le mie braccia sono lunghe, / non si piegano mai. // La testa, le unghie, gli occhi: / sono in una busta». La novità, in Occhio da cui tutto ride, sta semmai nella natura compiuta dell’organismo, e nella presenza di pregevoli disegni (della stessa Marmo) che accompagnano (pur senza illustrare) i nuovi versi. Oggi, quello di Giovanna Marmo, è un dettato nitido e fermo, e, soprattutto, ossificato: armonioso ma segnato dall’uso sempre più eversivo della punteggiatura, che contribuisce alla stupita intonazione fiabesca. Si leggano i versi di Cane e orso. «Ghiaccio: // verso sera, decido / di attraversare il lago. // Seguo le mani / viste in sogno. // Vuoto. / Cammino con il cane / e con l’orso. // Sulla diga: // a volte cammino io / davanti, / a volte l’orso. // Ora. / Il cane corre per raggiungere i lupi». Il fascino di questi versi sta esattamente nell’energia simbolica (in senso davvero freudiano) della raffigurazione. L’obiettivo è quello di restituire in forma lineare il materiale ideativo più illogico: così da offrire un quadro straniato. È anche un invito ad assumere uno ‘sguardo’ impassibile e duro, e, in fin dei conti, ‘cattivo’: «Non parlava perché, / non aveva mai parlato. // Un giorno le era caduto / un armadio addosso. / Non aveva parlato, // aveva ingoiato. // […]»: dove naturalmente ad essere ingoiato è, come si dice, ‘il rospo’. D’altra parte occorre notare l’azione eversiva della punteggiatura: qui si tratta di una virgola, apparentemente pausa innocua, tra i due versi dell’attacco. E violentissimo è l’incipit della poesia eponima del libro: «Campi vuoti da tennis», con frattura della polirematica nominale per l’inserimento ‘sbagliato’ di un aggettivo. Ma qual è il senso profondo della presenza dei misteriosi animali (lupi ed orsi, ad esempio) che si aggirano in questa nuova raccolta? Dal nostro punto di vista e per riprendere le idee di Freud riportate in apertura, si può aggiungere ciò che lo stesso Freud sostiene nello scritto noto come Il piccolo Hans. «Gli animali debbono buona parte dell’importanza che hanno nel mito e nella favola al fatto che offrono apertamente allo sguardo dei piccoli figli dell’uomo, avidi di conoscere, i loro genitali e le loro funzioni sessuali».

Daniele Claudi

[in «Semicerchio», n. XLII (2010/1), dicembre 2010, pp. 94-95]

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