Recensione a "Materiali di un'identità" di Mario Benedetti (Transeuropa 2010)

di Massimo Gezzi

«L’esperienza è la messa in questione (alla prova), nella febbre e nell’angoscia, di ciò che un uomo sa del fatto di essere». Così scriveva Georges Bataille nelle prime pagine dell’Esperienza interiore (1943) e così, semplificando un po’, potremmo definire questi Materiali di un’identità di Mario Benedetti (Transeuropa 2010), libro spurio e composito che segue l’enigmatico Pitture nere su carta del 2008. Partendo dal pensiero di Bataille e dell’amato Michelstaedter, nonché dai versi e dalle esperienze umane e tragiche di Apollinaire, Rilke, Celan, Salvia, Benedetti compone in queste pagine un mosaico di riflessioni, versi inediti, prose o materiali ibridi come l’intervista, disponendoli in una forma al contempo conchiusa e inafferrabile, in un progetto che nega se stesso nel momento in cui si realizza. Lo sfondo teorico da cui emerge questo libro è da una parte, dunque, il concetto di dépense di Bataille (l’erotismo e la poesia – e per Benedetti tutti i Materiali che compongono questa opera – come sacrificio di sé o della parola nel dispendio improduttivo); dall’altra la «pretesa dell’assoluto» di Michaelstaedter che conduce alla persuasione, distruggendo le illusioni della rettorica, prima fra tutte l’«illusione della persuasione».

Benedetti interroga il suo sentimento di angoscia di «non essere tutto, senza l’accettazione di non essere tutto», cercando di non neutralizzarlo nella dépense, che gli sembra solo «una scappatoia-narcotico», ma facendolo sussistere, cercandogli una forma «continuamente interrotta» (Antonella Anedda nell’introduzione), come accadeva già, a livello microtestuale, per i balbettii lessicali delle Pitture nere su carta.  Capita così di incontrare capitoli saggistici (La lacerazione del vertice) incorniciati da dichiarazioni che però li relativizzano, li rendono materiali non capitalizzabili se non nel contesto dell’opera («Scrivo con tipologia testuale saggistica quasi tutto il seguente capitolo»); o anche pagine di diario; prose liriche disposte in modo simmetrico nei capitoli Ti ricordi? e Mi ricordi?, in cui l’io narrante è dapprima femminile e poi maschile; o ancora suite di testi che in parte riprendono temi e stile delle Pitture nere (Machado, Goya), intervallati da un’intervista di Claudia Crocco (Maggio 2009) in cui l’autore conferma l’idea di fondo enunciata poco fa: «Esprimo sempre fratture, scrivo per fratture. Mi sembra che non ci sia la possibilità di dire: “È vero così, è giusto così”. Io penso che ogni mia poesia non chiuda niente».

Mettendo in questione, per stare ancora alle parole di Bataille, «ciò che un uomo sa del fatto di essere», Benedetti scompone in questo libro l’identità dell’io e delle altre persone: le relazioni, anche erotiche, sussistono tra corpi e soggetti precari e incalzati dalla morte, in luoghi anonimi e tempi indefinibili («ma è l’ombra di un anno, il 1960 che è anche il 2009»), finché l’ultimo capitolo, Biosfere, tenta la dissoluzione della coerenza grammaticale e ontologica dei soggetti: L’azzurro, la bella poesia finale che non a caso prende in prestito il titolo di un noto romanzo di Bataille (L’azzurro del cielo, 1957), mette in scena infatti il congedo dall’io («Ma tu, “io”, ti togli da me. / […] Io di me se ne va») o il suo perdersi o disperdersi nell’altro da sé: «Ecco l’azzurro. / Due, siete stati, diverrete, diverrò. / Ecco l’azzurro. / Darvi la vita, darmi la vita. / Dillo».

di Massimo Gezzi

[La recensione è apparsa nel numero 56, 2011, di «Nuovi Argomenti»].

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