Mese: febbraio 2012

Recensione a Julie Otsuka, "Venivamo tutte per mare", trad. it. di S. Pareschi (Bollati Boringhieri, 2012) .

Maria Anna Mariani


Gli occidentali entrano in casa con le scarpe, hanno il corpo enorme ricoperto di peli e credono che il contrario di bianco non sia rosso, ma nero. Addirittura leggono i libri sfogliandoli da sinistra verso destra: sono esseri incomprensibili. Così mormora in notturna un gruppo di donne giapponesi stipate sulla stessa nave, pronte ad andare in spose agli americani intravisti in foto. Sono le prime, in assoluto, a emigrare dal loro paese e percorrono la lontananza striando il mare con tremori e fantasmagorie. L’occidentalismo è il logico complemento dell’orientalismo.

È Julie Ostuka che ci contorce lo sguardo, scoprendo le croste dei nostri clichés. Lo fa in un romanzo appena tradotto per Bollati Boringhieri: Venivamo tutte per mare (2012). Il titolo originale era The Buddha in the Attic, ma alla soglia del misticismo urbanizzato l’editore ne ha preferito uno diverso. L’attenzione del lettore italiano è subito guidata verso la voce narrante, verso la voce collettiva che fa la forza di questo libro piccolo e inebriante. La nave va e il coro femminile ondeggia, mentre descrive se stesso come una distesa omogenea di capelli neri, piedi piatti e verginità. L’origine delle donne è comune e anche il destino pare lo stesso: la geografia impasta insieme le voci e le vite. Questo popolo di spose respira all’unisono ma qualche volta il coro si sgrana, liberando singolarità. Eccone una: Continua a leggere “Recensione a Julie Otsuka, "Venivamo tutte per mare", trad. it. di S. Pareschi (Bollati Boringhieri, 2012) .”

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Recensione a Giovanna Frene, "Il noto, il nuovo" (Transeuropa, 2011)

Marco Giovenale

A pochi anni di distanza da un’opera breve quanto articolata sul piano allegorico, come Sara Laughs (D’if, 2007), Giovanna Frene pubblica una plaquette che è in realtà libro ampio a tutti gli effetti, ossia opera estesa: si tratta de Il noto, il nuovo, testo che esce nella collana Inaudita delle edizioni Transeuropa accompagnato da due note critiche, di Paolo Zublena e di Silvia De March, e da fotografie di Laura Callegaro. Il volumetto si presenta anche tipograficamente assai denso, arricchito inoltre da una traduzione dei testi in inglese a cura di Jennifer Scappettone e Joel Calahan: da ricordare che sia Zublena in un numero monografico di “Nuova Corrente” dedicato ai poeti, sia Scappettone in un fascicolo della rivista “Aufgabe”, sia Calahan in un numero della “Chicago Review”, hanno ospitato e annotato poesie dell’autrice.

Il noto, il nuovo si presenta come testo inedito e allo stesso tempo Continua a leggere “Recensione a Giovanna Frene, "Il noto, il nuovo" (Transeuropa, 2011)”

code-verse: su "Stati di Assedio" di Mariangela Guàtteri (Anterem, 2011)

Federico Federici

Le tre Neurosi in Stati di Assedio sono altrettante ferite profonde inferte alla materia viva del testo, fitte di dolorose suture, punti intrecciati in una grande allegoria di linguaggi nel tentativo di sancire una volta per tutte la realtà attraverso la sua rappresentazione (<Il potere>, <Hardcore pornography>), l’essere oltre il continuo disfacimento e ricomposizione dei corpi (<Edge of Existence>, <Mimetica>), Dio nella sua più dolorosa invocazione (<Passioni>, <Atti e invocazioni>).
La scrittura è soffusa di codici, segni diversi combinati a ricostruirsi un senso nell’ambiguità. Così è per il latino della Passione mescolato al rigore di una cartella clinica, per i riferimenti diagnostici («X sulle cose (irradiazioni)// e allora solo ossa/ [uno stato pulito]») accostati al backup di una macchina sull’orlo del reset («un accesso immediato/ si trasmette l’esistente// [si comunica]/ si salva»), per la solitudine colma di autorità nel cybersex masochistico («[intanto qualcuno provvede a infilare qualcosa tra le altre piaghe/ (usa le dita in funzione precisa/ del divaricatore)]», «{dichiara la resa/ voltando la schiena a una luce/ {tieni posizione di un cane che si stira/ {prendilo nel corpo/ (qualsiasi cosa impropria)/ senza fare resistenza», «ferite che sono già di nessuno/ le pratica ognuna in un turno/ in un gioco di carne») che rielabora alcuni tòpoi della sottomissione religiosa e del delirio mistico («così mostro il seno/ dove fui rinchiuso/ (per il tempo di un seme)/ e rimango aperto/ […] un tipo di comando/ un emblema/ […] una protesi servente// un meccano semovente/ […] un oggetto del piacere/ un artiglio// un germoglio/ [una punta per sbuzzare]/ ave maria/ che mi sei davanti// col torace intatto/ […] corpo raccolto/ nelle tue piaghe/ nascondimi/ da questa polvere// […] un desiderio ardente/ così sia// in orazione sempre/ a un sole che non muove»).
L’automa compenetra il corpo dell’Uomo, Continua a leggere “code-verse: su "Stati di Assedio" di Mariangela Guàtteri (Anterem, 2011)”

Presente a se stesso: la condizione sociale della poesia contemporanea

Giorgio Mascitelli

 

Se dovessi indirizzarmi su una riflessione sui rapporti tra poesia e un generico presente storico, avrei buon gioco a dire, come quel comico di alcuni anni fa in televisione, che “oggi c’è molta crisi” e nessuno potrebbe obiettare alcunché. Sarebbe facile dire che nessuno legge la poesia e che le sue capacità di intervenire sulla realtà e di organizzare un rapporto simbolico, recepito collettivamente, con le esperienze del presente sono pressoché nulle. Ma queste cose sono già state dette circa un secolo fa da Aldo Palazzeschi, per limitarci agli scrittori patri, in una società che aveva solo in parte caratteristiche simili alla nostra. Credo infatti che questo tipo di problemi non sia relativo al nostro presente, ma sia implicito nel concetto stesso di poesia. Per avere un’idea di ciò basta prendere un manuale di retorica e teoria letteraria, nel quale si può leggere che la poesia appartiene ai discorsi di riuso ( cioè a quei discorsi, contrapposti  a quelli di consumo, che non sono rivolti al contesto comunicativo immediato, ma  a una memorabilità anche futura). Ora questa memorabilità per sua natura contiene un elemento di distanza dal presente che può venire riconosciuta solo dall’instaurarsi di una tradizione di lettura, appunto nel tempo successivo, oppure certificata immediatamente da un’autorità particolarmente significativa, condizione avutasi molto raramente nella storia. Insomma ogni poesia ha un rapporto di crisi con il proprio presente dovuto al fatto che solo con difficoltà trova in esso le prove della propria memorabilità. In questo senso le cose scritte da Palazzeschi sono più o meno simili a quelle scritte da Persio circo duemila anni prima in una società radicalmente diversa dalla nostra. La marginalità e la centralità della poesia non sono necessariamente situazioni alternative, ma spesso complementari perché la centralità della poesia frequentemente è una costruzione a posteriori o meglio è un effetto di distorsione ottica della stessa tradizione di lettori che ne ha determinato la memorabilità. Per esempio questo effetto ottico è diffuso in molti di quei lettori che leggono la poesia secondo estetiche che vedono nella poesia un riflesso oggettivo del suo presente storico: la capacità del poeta di cogliere in profondità determinati tratti del proprio presente viene talvolta implicitamente ( e ingenuamente) scambiata con una centralità sociologica della poesia e del poeta in quell’epoca. Continua a leggere “Presente a se stesso: la condizione sociale della poesia contemporanea”

Notilla sull'asserire (in poesia)

Marco Giovenale

Si direbbe: “ritorna la poesia assertiva”, se non fosse vero che non se n’è mai andata. Non chiede ma impone un’eco o ritorno di attribuzione di senso in verità già presente in pieno nei punti di trama, di sintassi, di racconto, di metafora, di suono modulato, di maschere grammaticalizzate (tu, voi; perfino al vocativo): non ha pause (non si era mai defilata) e allo stesso tempo non sa di essere sfondo e spettacolo, ossia il tutto, su una scena continuamente presa e disordinata da ben altre maceriacce di storia. Non lo sa, perché è linguaggio-strumento. (Intende essere tale).

Ognuno dei tanti troppi utenti che picchiano sul tasto “strumento”, con coerenza, usa il linguaggio. Dunque – con stretegie più o meno affilate avvertite scaltre – ognuno di loro asserisce. Armeggia e manovra con maggiore o minore fortuna al tavolo verde della retorica.

Proietta sulla distanza tra testo e lettore quel che il lettore sa già di dover simulare di godere/intuire.

Se tutti stanno ai patti, ai patti stabiliti, la comunicazione passa; gli strumenti funzionano. La legge è salva. Lo spettacolo non cambia. È la tv educativa, ti mostra come si recitava, per insegnarti come si è ascoltati e seguiti, come e cosa bisogna fare.

 

[già, in versione lievemente differente, in slowforward]

Recensione a Marianna Rascente, Metaphora Absurda. Linguaggio e realtà in Paul Celan (Franco Angeli, 2011)

Camilla Miglio

 

“Gedichte sind Durchgänge: À toi de passer, Vie!” [1] – lo scrive Paul Celan in un aforisma datato 26. X. 1957. Se la metaphora è translatio, passaggio, trasporto, trasferimento, in questo caso ciò che si sposta è la vita, e ciò che “sta”, è fermo, è la poesia, anzi, al plurale, le poesie; ciascuna nella propria individualità.

Per Celan il lavoro, lo sforzo estremo di scrittura, ma anche di vita, è concentrato su questo “stare”. Stehen in tedesco è lo stare in piedi. Fermi e verticali nel vento della storia: “bene se senti il vento, però anche lui deve sentire te”, scrive ancora, in rumeno, Celan in un frammento giovanile [2]. In tutti i carteggi, soprattutto con la moglie Gisèle e le amiche-amate Ingeborg Bachmann e Ilana Shmueli, e in moltissime poesie torna questo lemma della salvezza, dell’ancoraggio alla vita.

Il lavoro intorno alla poesia è dunque rivolto a farne un luogo attraverso il quale poter passare, una soglia, una grata, che “sta” e chiama la vita all’attraversamento, come di una porta stretta. Alla poesia spetterebbe lo spazio tradizionalmente attribuito alla vita, e viceversa. Continua a leggere “Recensione a Marianna Rascente, Metaphora Absurda. Linguaggio e realtà in Paul Celan (Franco Angeli, 2011)”

Il sabato delle classi oppresse. "Palmiro" di Luigi Di Ruscio

Enrico Capodaglio 

 “Lenin ha definito la rivoluzione la festa delle classi oppresse. Lenin aspettava bramosamente il dì festivo. La rivoluzione può farla solo gente che non ha niente da perdere.” Soltanto Luigi Di Ruscio poteva incrociare Il sabato del villaggio e la lotta del proletariato: “Aspetto la festa bramosamente aspettata da mille anni.” L’intuizione spregiudicata, che innesta il bisogno di un piacere utopico in una militanza politica anarchica, la scopriamo nel suo romanzo Palmiro, pubblicato nel 1986 grazie a Massimo Canalini, e appena ristampato dalla casa editrice Ediesse (con una prefazione di Massimo Raffaeli, nella collana diretta da Angelo Ferracuti).

L’accostamento esistenziale di Marx e Leopardi, che con toni più austeri è stato al centro delle riflessioni di Sebastiano Timpanaro, ci dice molto del sentimento tragico della storia nel poeta che si è spento, ottantenne, nel mese di febbraio del 2011, scrivendo fino agli ultimi giorni di una vita estrema, operaio per quarant’anni in una fabbrica di Oslo. Egli ha pubblicato una ricca sequenza di libri di poesia e di prosa, l’una invertendosi di continuo nell’altra: dai versi di Non possiamo abituarci a morire (Schwarz, 1953) al romanzo Cristi polverizzati (Le Lettere, 2009), a cura di Andrea Cortellessa. Ma questo sentimento tragico non genera una dizione cupa e severa, tutt’altro, se grazie alla coscienza che tutto è perduto, sgorga una comicità da umanismo popolare, visto che i personaggi ne acquistano un’esuberanza bizzarra e patetica, ma anche una propensione a godere caoticamente il sabato della vita. Continua a leggere “Il sabato delle classi oppresse. "Palmiro" di Luigi Di Ruscio”

Il meridiano libertario di Paul Celan

Camilla Miglio

Quest’avventarsi contro i limiti del linguaggio è l’etica
[Ludwig Wittgenstein]

 
1. Un meridiano libertario

Interrogo in queste pagine il Meridian di Paul Celan in cerca di una sua importante sebbene non molto frequentata traiettoria libertaria [1].

    Il Meridian (Il Meridiano, 1960) esprime una poetica e nello stesso tempo è una prosa poetica. Caratteristica, questa del wittgensteiniano gesto del mostrare [zeigen] più che del dire (Wittgenstein, Lezioni, p. 22), che resta a connotare ogni scritto e forse ogni gesto di Paul Celan.  Anche la centralità del gesto, fondata filosoficamente da Ludwig Wittgenstein e ripercorribile letterariamente almeno a partire da Heinrich von Kleist e da Georg Büchner, va a incontrare – incontro nel senso celaniano di una Begegnung, di un rispondersi tra spazio-tempi lontani improvvisamente connessi – la profonda ispirazione politica di Celan. Politica, in Celan, significa soprattutto etica. Celan aveva esperito tempeste d’acciaio ben poco trasfigurabili letterariamente: le invasioni e persecuzioni naziste, la delusione e la fuga di fronte all’avanzare dell’Armata Rossa e la spartizione ovvero sparizione della sua terra, la Bucovina, tra Romania e Ucraina. In pochi mesi aveva sperimentato la libera primavera surrealista della Bucarest dell’immediato dopoguerra e il successivo calare della cappa di un regime più che staliniano. Aveva toccato con mano, fuggendo a Occidente, la falsa buona coscienza delle democrazie occidentali a Vienna e in Germania. Non si era neppure nascosto le difficoltà della Francia che aveva nel 1958 incoronato ‘re’ laico il generale De Gaulle. Avrebbe, nel 1968-69, riconosciuto nel movimento studentesco, che sulle prime gli aveva suscitato tante speranze, una deriva autoritaria da «Linksnibelungen» (Die Gedichte aus dem Nachlass, pp. 104-105) [2]. La sua ispirazione politica ed etica, che diventa una pratica poetica, resta fedele a un’idea libertaria che si alimenta delle letture giovanili, soprattutto di Pietr Kropotkin e Gustav Landauer. Entrambi vengono chiamati in causa in un passaggio chiave del Meridian, in cui Celan presenta se stesso come un «auch mit den Schriften Peter Kropotkins und Gustav Landauer Aufgewachsener» (Meridian, p. 194) [3], e su cui dovremo tornare più lungamente. Per Celan il socialismo libertario di impronta anarchica e comunitaria è un orizzonte, mai realizzabile ma per questo efficace, di resistenza contro le ipocrisie dell’Occidente e contro l’autoritarismo post-stalinista a Est, oltre la cortina di ferro. Continua a leggere “Il meridiano libertario di Paul Celan”

Recensione a Franco Buffoni, "Zamel" (Marcos y Marcos, 2009)

Francesco Filia

 

“Di nuovo! Ti ricordo una felice  sintesi di Giovanni dall’Orto: “Omosessuali non si nasce né si diventa. Omosessuali si è”. È la risposta lucida, pragmatica, fenomenologica da replicarsi alle posizioni essenzialistiche e idealistiche. Perché nel momento in cui si chiede se si ‘nasce’ o si ‘diventa’ omosessuali (mancini) si sottintende che ci sia una ‘causa’: come per le patologie, per le malattie. Se si ‘è’, si smette di cercare ‘cause’ e ci si limita –al più- alla descrizione dei fenomeni.”  E potremmo aggiungere il descrivere fenomenologico come lasciar apparire la “cosa”, il fenomeno, per quel che è, al massimo cercando di interpretarlo nei rimandi che esso apre all’interno del mondo in cui si va ad inserire. Questo mi sembra il nucleo concettuale e la proposta teorica-pratica di Zamel – “frocio” in arabo- romanzo, epistolario, saggio, dialogo filosofico di Franco BuffoniEdizioni Marcos y Marcos, 2009 – libro sorprendente nello stile, nella struttura e nel contenuto. È un testo che sembra parlare solo dell’omosessualità, dell’identità gay e della sua storia, con riferimenti letterari cospicui e straordinari, ma che in realtà affronta un questione che ne va al di là e che riguarda la radice dell’umano: il rapporto tra sessualità, desiderio e identità. Continua a leggere “Recensione a Franco Buffoni, "Zamel" (Marcos y Marcos, 2009)”

Recensione a Adriano Spatola, “The position of things” (Green Integer, 2008)

Marco Giovenale

Un libro che fosse “il” libro di Adriano Spatola, con tutte o quasi tutte le sue poesie, si attendeva in Italia da anni. Bene: non senza logica, viene pubblicato negli USA, da Green Integer (www.greeninteger.com): i testi italiani sono accompagnati dalla fedele-acuta traduzione inglese a fronte di Paul Vangelisti, che con Beppe Cavatorta ha curato il progetto. Il titolo della raccolta è The Position of Things. Collected Poems 1961-1992, porta il numero 165 del catalogo G.I. e costa poco meno di 16 dollari (diciamo 10 euro e spiccioli). È l’occasione migliore, per i lettori italiani e anglofoni, per (ri)confrontarsi con una delle voci poetiche più articolate, complesse e insieme generose dell’ultimo mezzo secolo. Qui, a eccezione della primissima raccolta del 1961, i libri di “poesia lineare” di Spatola ci sono tutti: Reattivo per la vedova nera (1964), L’ebreo negro (1966), Majakovskiiiiiiij (1971), Diversi accorgimenti (1975), Considerazioni sulla poesia nera (1976-77), La piegatura del foglio (1982), La definizione del prezzo (1992). Come scrive Beppe Cavatorta nel saggio conclusivo del volume, questa traduzione inglese «rappresenta il culmine di un viaggio iniziato nel 1975 con l’edizione americana di Majakovskiiiiiiij, seguita nel 1977 da Zeroglyphics e, l’anno successivo, Various Devices [Diversi accorgimenti], sempre presso Red Hill Press, la casa editrice diretta e creata da John McBride e Vangelisti», a cui – si ricorda – dobbiamo versioni anche da Continua a leggere “Recensione a Adriano Spatola, “The position of things” (Green Integer, 2008)”

Recensione a Andrea Afribo e Emanuele Zinato (a cura di), "Modernità italiana. Cultura, lingua e letteratura dagli anni settanta a oggi" (Carocci, 2011)

 Niccolò Scaffai

Modernità italiana. Cultura, lingua e letteratura dagli anni settanta a oggi  è un libro di cui vale la pena discutere, perché invita a porsi domande importanti. Che cosa significa ‘moderno’? Il volume si concentra sul periodo dagli anni settanta (in realtà dal ’68) a oggi: un’epoca, cioè, che è più usuale definire ‘postmoderna’. Sennonché – lasciano intendere Afribo e Zinato nella Premessa – la modernità o la tardiva «modernizzazione» italiana interagiscono con i caratteri del postmoderno. A meno che il moderno non fosse «già postmoderno fin dall’inizio». Se è così, c’è un problema di fondo: come conciliare la consustanzialità di moderno e postmoderno con l’idea di una crisi, di una svolta collocata «a cavallo del 1970»?

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Recensione a Laura Pugno, "Antartide" (minimum fax, 2011)

Antonio Loreto

Il progetto letterario di Laura Pugno è, come i migliori, unitario: dalle sue poesie discendono i suoi romanzi e ogni narrazione deriva quella successiva. Così Antartide è l’ultima di una serie di opere che poggia – anche ripescando singoli motivi particolari – su pochi fondamentali temi: la morte, più o meno nascostamente desiderata; il corpo, perlopiù guasto e comunque destinato a degradarsi in cibo o in cenere; il linguaggio, nella sua negazione afasica: il tutto nel campo di forze che attraggono umanità e bestialità. Continua a leggere “Recensione a Laura Pugno, "Antartide" (minimum fax, 2011)”