Recensione a Andrea Afribo e Emanuele Zinato (a cura di), "Modernità italiana. Cultura, lingua e letteratura dagli anni settanta a oggi" (Carocci, 2011)

 Niccolò Scaffai

Modernità italiana. Cultura, lingua e letteratura dagli anni settanta a oggi  è un libro di cui vale la pena discutere, perché invita a porsi domande importanti. Che cosa significa ‘moderno’? Il volume si concentra sul periodo dagli anni settanta (in realtà dal ’68) a oggi: un’epoca, cioè, che è più usuale definire ‘postmoderna’. Sennonché – lasciano intendere Afribo e Zinato nella Premessa – la modernità o la tardiva «modernizzazione» italiana interagiscono con i caratteri del postmoderno. A meno che il moderno non fosse «già postmoderno fin dall’inizio». Se è così, c’è un problema di fondo: come conciliare la consustanzialità di moderno e postmoderno con l’idea di una crisi, di una svolta collocata «a cavallo del 1970»?

Da questa domanda ne discende un’altra: quando comincia il moderno in Italia? O almeno, quando si produce quella frattura tra il ciclo delle «grandi speranze del ’45» e il tempo delle illusioni spezzate? Se sul piano sociale o su quello economico la faglia corre tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta, sul piano culturale e specificamente letterario la coscienza della crisi matura molto prima. Prendiamo Montale e Calvino, due ‘campioni’ novecenteschi spesso evocati nel volume. Dell’uno e dell’altro qui si citano soprattutto gli scritti a partire dagli anni sessanta; ma se si leggono le prose montaliane della fine dei quaranta e se si considerano, per esempio, il progetto e lo svolgimento dei Racconti calviniani nei cinquanta, ci si rende conto che le contraddizioni del secondo dopoguerra erano evidenti già all’alba o addirittura prima del boom.

I sei saggi di cui Modernità italiana si compone sono dedicati ai «Contesti» (Lingua di Giuseppe Antonelli, Filosofia di Paolo Tamassia, Editoria e critica di Emanuele Zinato) e ai «Testi» (Narrativa di Luigi Matt, Poesia di Andrea Afribo, Canzone di Paolo Giovannetti). Ogni saggio, per ricchezza e densità, è una monografia compendiaria e una voce originale nella bibliografia delle rispettive materie. Messi insieme, i capitoli non potevano né dovevano esaurire gli aspetti della cultura italiana nell’ultimo quarantennio (anche se pesa, in particolare, l’assenza del cinema), ma raggiungono un risultato forse anche più importante: indurre a riflettere su un’idea di cultura. Cultura umanistica, in primo luogo, com’era inevitabile vista la formazione linguistico-letteraria dei sei autori. Cultura alta, in secondo luogo; per quanto la restaurazione di soglie tra highbrow e low o middlebrow non fosse evidentemente tra gli obiettivi dell’impresa, la centralità dell’oggetto letterario crea un’implicita gerarchia. E se il saggio di Antonelli, dedicato alla lingua d’uso (parlata, scritta, digitata), si sottrae a quelle polarità, quelli di Zinato e di Giovannetti vi alludono e contrario. Il primo, eccellente nella sezione sulla critica letteraria, è meno efficace in quella dedicata all’editoria, in cui rientra anche un elemento, la televisione, che avrebbe richiesto un capitolo a sé stante prima di essere liquidata come fenomeno deteriore. Le ragioni di perplessità sono due: l’adesione un po’ schematica al paradigma di Schiffrin («editoria senza editori»: ma è davvero così semplice?) e un riflesso condizionato che riattiva qua e là il vecchio dualismo struttura/sovrastruttura. Il saggio di Giovannetti, d’altra parte, è una mappa preziosa in un campo importante, di per sé e nei rapporti con il genere confinante della poesia, ma pecca a volte per difetto di sprezzatura verso gli oggetti più provvisori nella rassegna.

 Se il saggio di Tamassia, pregevole, resta forse un po’ ai margini di un contesto quasi tutto letterario, i capitoli sulla narrativa e sulla poesia di Matt e Afribo sono invece centrali. Del primo, si apprezza la scelta di parlare di stile più che di grammatica, anche se il punto di vista linguistico prevale e sorvola su aspetti non meno decisivi, come le strutture e i generi. Del secondo, impressiona la sicurezza sempre motivata del giudizio (che fa rimpiangere l’esclusione dal panorama proprio dei poeti nati tra la fine degli anni sessanta e i settanta, coetanei dei pochi ‘giovani’ critici che Afribo seleziona e accredita).

Niccolò Scaffai

(Questa recensione è stata pubblicata su “Alias”, domenica 8 gennaio 2012)

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