Davide Racca

endlich,
heftig,
längst.

È uscito di recente, nella collana Metra, il libro Poesie 1973-2008 di Giuliano Mesa (edizione La Camera Verde, Roma 2010, testo introduttivo di Alessandro Baldacci). In questo bellissimo manufatto (curato da Giovanni Andrea Semerano)  sono raccolte Schedario, Poesie per un romanzo d’avventura, I loro scritti, Da recitare nei giorni di festa, Quattro quaderni, chissà, Tiresia, e nun (opera in corso, con alcune sezioni scritte dal 2002 al 2008).

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[…] // (di più falso non c’è nulla / che il voler dire il vero) / è vero questo approssimarsi. / è vero che a qualcosa, sempre, noi ci approssimiamo / – anzi, ci avviciniamo, / che suona meglio, / ed è meglio di niente) scrive Giuliano Mesa in una poesia del primo dei Quattro quaderni.

L’opera di Mesa non si caratterizza per una sintesi degli estremi; piuttosto appare come una ricerca che li attraversa: il vero e il falso, l’orizzontale e il verticale, la libertà e la costrizione, il formale e l’informale sono passaggi che emotivamente muovono gli elementi delle sue composizioni. Essi, seguendo la tensione perenne verso un’opera integrale, partono continuamente dal nucleo – dalle domande sulle possibilità – del dire, per svilupparne le molteplici problematicità, le assillanti interrogazioni del senso. Ed è così che nel Tiresia (riflesso 6) la messa in questione del linguaggio si fa pervadere dal limite della lingua stessa dinanzi al punto di morte: e dire le ultime parole?/ e quali?/ portarle via con sé?/ e dove?
Questo libro appare come un piccolo mattone che in sé racchiude un’architettura poetica rara, elaborato lungo 35 anni + qualcosa. Dentro vi sono pareti verbali alte, dalle superfici – sontuosamente – scabre. Dai solchi di inerte si intravedono le armature di cemento, le tubature. Di lì i rumori – i tà-tà – che non fanno dormire. La superficie metrica dell’insonnia racchiude un’ampia coralità: le voci – l’una contro l’altra – l’una dentro l’altra – sono come prese da un’ansia estrema di liberazione, tra l’evidenza del limite e la comprensione dell’urlo. Le mura, che continuamente rimbombano il rimosso dal mondo, di cui il mondo – cinicamente – risuona, compongono l’architettura assoluta di una dimora verbale – ed umana – esposta.
Così, il 12 febbraio 1996, per Amelia Rosselli – il giorno dopo l’epilogo tragico della sua morte –, Mesa scrive: fa paura la lingua quando fa / tutti quegli schiocchi o si attorce / (si sloga come per sé, sola, e invece / cosparge di richiami, di vecchie ossa gialle, / giovani vagine, gengive gonfie d’alcool) / la mente – come la chiamiamo – / teme di assordarsi […]” (dal Primo Quaderno I, 6 – v2). Penetrando fin nei punti più oscuri e insidiosi del dire, avocando a sé questo compito, Mesa giunge alla complessione delle cose, alla radice fisica del significare le voci, i nodi, i fantasmi che premono – disperatamente – per darsi liberi. Le parole sono prese da innumerevoli disperazioni, popolate dal molteplice male del mondo, cui i versi non hanno abdicato per incetta di stile.

Ancora nei Quattro quaderni (Secondo quaderno II, 14 – t4), in una poesia dedicata ad Adriano Spatola – poeta che vide al suo fianco negli esordi con la raccolta Schedario (1973-1977) – Mesa scrive: avendo, anche se la parte mancante fosse soltanto / [non cipride, ciprigna, fatua incipriata e pregna] / [che corre come una coppia di trochei, táta…] / l’ombra di un sogno, il ripiego, vizzo, di un’ipnagogìa, / sarebbe meglio del silenzio […].

E i versi non vogliono dire la parola fine. Non sanno, non possono dirla. E restano, in quel – cordiale/cardiaco – tà-tà che resta, nell’infinito restare del sottofondo, in una condizione abitata dalle disperazioni umane: questa sorda sirena, / e finalmente il suono della fine // (è già finita, / non resta che finire) // questa sera serena, / che mente fino all’ultimo sospiro // (è già spirata, / basta respirarla) // questa selva silente, /che finalmente è solo una maceria // (che non riguarda, / se non si guarda più) – (Quattro quaderni).

Trentacinque anni di poesia + qualcosa: un tà-tà che resta, che si prolunga dopo ogni cosa, nonostante la cosa: per rimanenza succede la trama, scrive infatti in Poesie per un romanzo d’avventura. Ed è – come dire – che non tutto si può dire: un qualcosa che c’è e non è scritto, e che non si può decifrare, è ciò che produce il senso e il valore delle cose. Una poesia che dice la vita senza raccontarsi. Una vita che si improvvisa nel contrappunto, in una simultanea connessione di voci, per dare voce.

Giuliano Mesa ha studiato musica: l’ha insegnata. Istintivamente – fin dall’infanzia – conosceva il senso umano del contrappunto, nel simultaneo farsi del suo tà-tà-critico, tà-tà-poetico, e libertario-tà-tà … verso una fuga della lingua capace di accumulare – in uno stesso spazio tipografico – cicatrici di suono, legami fedeli al reale e vibratili – alienanti – silenzi.

I temi che abitano la poesia di Mesa riflettono i profondi nodi dell’essere, che si pongono – sul piano delle serie e delle loro derivazioni – con instancabile novità. È come se – nel dire – le parole dovessero urtare perennemente il capo in un atto forsennato di approssimazione alla comprensione… Come se, attraverso la reiterazione di un gesto, nella formulazione linguistica, il senso dell’umano prendesse corpo. In questo modo la voce riverbera lo spasmo del mondo, che resta, ancora, una predicazione del dicibile.

C’è in Giuliano Mesa una diffidenza nei confronti della parola che nei fatti si nega. La sua ricerca continua di un dire capace di non negarsi equivale a un gesto di non concessione, di non resa – nel negativo – al negativo.

Così ci si ritrova nella propria nuda parzialità, dove il senso – nei sensi, tra i sensi – si fa vivo, e il dunque duro – che resiste – resta: tà-tà.

Davide Racca

[già in Nazione indiana,  il 30.10.2010 ]