Il sabato delle classi oppresse. "Palmiro" di Luigi Di Ruscio

Enrico Capodaglio 

 “Lenin ha definito la rivoluzione la festa delle classi oppresse. Lenin aspettava bramosamente il dì festivo. La rivoluzione può farla solo gente che non ha niente da perdere.” Soltanto Luigi Di Ruscio poteva incrociare Il sabato del villaggio e la lotta del proletariato: “Aspetto la festa bramosamente aspettata da mille anni.” L’intuizione spregiudicata, che innesta il bisogno di un piacere utopico in una militanza politica anarchica, la scopriamo nel suo romanzo Palmiro, pubblicato nel 1986 grazie a Massimo Canalini, e appena ristampato dalla casa editrice Ediesse (con una prefazione di Massimo Raffaeli, nella collana diretta da Angelo Ferracuti).

L’accostamento esistenziale di Marx e Leopardi, che con toni più austeri è stato al centro delle riflessioni di Sebastiano Timpanaro, ci dice molto del sentimento tragico della storia nel poeta che si è spento, ottantenne, nel mese di febbraio del 2011, scrivendo fino agli ultimi giorni di una vita estrema, operaio per quarant’anni in una fabbrica di Oslo. Egli ha pubblicato una ricca sequenza di libri di poesia e di prosa, l’una invertendosi di continuo nell’altra: dai versi di Non possiamo abituarci a morire (Schwarz, 1953) al romanzo Cristi polverizzati (Le Lettere, 2009), a cura di Andrea Cortellessa. Ma questo sentimento tragico non genera una dizione cupa e severa, tutt’altro, se grazie alla coscienza che tutto è perduto, sgorga una comicità da umanismo popolare, visto che i personaggi ne acquistano un’esuberanza bizzarra e patetica, ma anche una propensione a godere caoticamente il sabato della vita.

Il narratore stesso ci fa condividere di colpo lo splendore di una gioia, che appartiene più alla natura che non alla storia, anzi al modo in cui la natura domina la storia, facendo l’amore, gustando la compagnia stramba o contemplando: “Il colore dei fiori dei mandorli e il dolcissimo verde delle foglie appena sbocciate facevano nascere dentro di me una felicità estrema.”

Il regno dei fini è la festa della rivoluzione e della società senza classi, ma più incidente è il varco di un paradiso terrestre paesano nel quale gli uomini mordono subito, squarciando la guerra e il capitalismo, i frutti della terra, dimenticando per un istante che ce n’è uno proibito. Il tragicomico della storia si scatena così in una sfilata di personaggi popolari, raccontati nel passaggio dall’armistizio alla Liberazione e nel dopoguerra, attraverso la storia della sezione “Palmiro” del Partito comunista di Fermo. Da Roscetta, intento a soddisfare una famelica americana, a Ciocca, il barbiere nano, a Caterina la stalinista, dalla personalità possente, bandiera erotica e politica degli ideali maschili. Staffette della Resistenza, prostitute, campioni di biliardo e di carte, poeti, funzionari di partito entrano in una sarabanda carnevalesca nella quale si confida nella rivoluzione messianica, si amoreggia, si soffre la fame e si arriva persino a cantare Lili Marlene con i tedeschi. Le donne, palesemente ammirate da Di Ruscio, spazzano la tristezza con vitalità incoerente, se è vero che, iscritte all’Azione cattolica, soffrono di esaurimento nervoso perché hanno tre amanti, finché pragmatici chirurghi non applicano loro un imene artificiale.

La Chiesa si innerva in una società superstiziosa e pagana, che soffre un cattolicesimo repressivo, ma che immette nelle sue forme i dolori e le speranze, ad esempio nel funerale comunista. E Cristo stesso non viene ignorato ma trasfigurato: “è sempre stato socialista e morto crocifisso per la causa”.

Ho detto dello spasso per il ritmo frenetico, per le digressioni, per le amplificazioni espressionistiche, quando al capezzale di un malato accorrono duecentocinquanta medici e un migliaio di infermieri o quando il letto dell’amore, fatto con una donna col mestruo, si trasforma in un lago di sangue. Ma basta rallentare la lettura ed ecco che la comica si trasforma in un dramma, alla presenza fantasmatica di Bohumil Hrabal succede quella di Thomas Bernhard. E ti prende una tristezza quaresimale, dentro tanta miseria e infelicità, tale deportazione fuori della società detta civile, di donne e uomini, spesso analfabeti e poverissimi. Sono proprio essi però a custodire la visione mitica di un’umanità negata, ben più dei borghesi ricchi, i quali vengono espulsi dal romanzo, con un gesto di fierezza anarchica, come se fossero loro a non contare.

Enrico Capodaglio 

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