Recensione a Giovanna Frene, "Il noto, il nuovo" (Transeuropa, 2011)

Marco Giovenale

A pochi anni di distanza da un’opera breve quanto articolata sul piano allegorico, come Sara Laughs (D’if, 2007), Giovanna Frene pubblica una plaquette che è in realtà libro ampio a tutti gli effetti, ossia opera estesa: si tratta de Il noto, il nuovo, testo che esce nella collana Inaudita delle edizioni Transeuropa accompagnato da due note critiche, di Paolo Zublena e di Silvia De March, e da fotografie di Laura Callegaro. Il volumetto si presenta anche tipograficamente assai denso, arricchito inoltre da una traduzione dei testi in inglese a cura di Jennifer Scappettone e Joel Calahan: da ricordare che sia Zublena in un numero monografico di “Nuova Corrente” dedicato ai poeti, sia Scappettone in un fascicolo della rivista “Aufgabe”, sia Calahan in un numero della “Chicago Review”, hanno ospitato e annotato poesie dell’autrice.

Il noto, il nuovo si presenta come testo inedito e allo stesso tempo come il portato di pagine variamente uscite, e in certi casi rielaborate, del lavoro poetico di Frene, riconosciuta (prima ancora della sua presenza nell’antologia Parola plurale, 2005) come una delle voci più solide e interessanti della nuova poesia italiana contemporanea.

Il pregio e il coraggio e perfino l’azzardo di questo nuovo libro consistono (lo sottolineano prefazione e postfazione) nell’assumersi il non facile anzi decisamente rischioso onere di dire il male, noto e invariabilmente nuovo, attraverso le forme storiche appunto percorse dal secolo passato e dall’incipit del XXI: Shoah e crollo delle Torri. Le sezioni in cui il libro si divide sono anche scansione e riferimento a segmenti di questa storia.

Sul piano minutamente testuale, è da osservare ne Il noto, il nuovo, rispetto ai libri precedenti, una verticalizzazione o meglio crescita della modalità frontale-assertiva. Dunque il bilanciamento tra allegoria disegnata-silente e dizione diretta di ciò a cui pure le allegorie rimandano pende decisamente a favore di quest’ultima, cioè a favore della dizione, del detto, dell’esplicito o esplicitato. In tal modo, la condanna e la delimitazione linguistica del condannato coincidono, come già il testo in incipit afferma (dandoci allo stesso tempo un quadro di poetica… politica): “viene dall’atto dell’abrasione il nesso di colpevolezza, / dal non mantenere inalterato l’abominio / comunque compiuto”. I falsificatori, in sostanza, che tentano “di distruggere le prove”, sono i nemici primi. Così, una frontalità di dizione (non semplificatoria) viene a essere il passo successivo del lavoro poetico di Frene, che è sempre stato non disgiungibile da un asse tematico o legame diretto tra dolore e etica, che in questo libro assume un rilievo ancora più pronunciato, dominante.

Nello specifico del percorso testuale dell’autrice, coerente con testi già studiati e già paradigmatici (come il poemetto Spostamento, uscito per Lietocolle nel 2000), tutto Il noto, il nuovo riprende, rielabora e fissa in fotografie come di gelo l’inaggirabilità (materiale, fisica) del dolore, e della responsabilità che avvertirlo comporta: una responsabilità disperante, perché chi si confronta con i segni di sofferenze proprie e altrui ingaggia comunque una battaglia persa dal principio, sia contro una oggettiva finitezza e un negativo creaturale, di cui Frene è sempre stata una delle più sanamente implacabili disegnatrici in versi (“muore il resto; tutto sta // e miete”; o anche: “l’occidente comune della morte non muta, tagliato / il fiume, il gesto bruciato”), sia contro l’intenzionalità nota e sempre nuova di zelanti esecutori di ordini e dunque volenterosi carnefici: “ordine dello strumento tagliente // scandito da teste”… Dove la anfibologia voluta del vocabolo “teste” non dissipa anzi raddoppia l’orrore e il male, soggettivo e storico, e soggetto di storia.

 

Marco Giovenale

 

[intervento comparso, con il tit. redaz. di Giovanna Frene, versi sul legame tra etica e dolore, in “il manifesto”, 15 feb. 2012, p. 11]

 

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