Recensione a Julie Otsuka, "Venivamo tutte per mare", trad. it. di S. Pareschi (Bollati Boringhieri, 2012) .

Maria Anna Mariani


Gli occidentali entrano in casa con le scarpe, hanno il corpo enorme ricoperto di peli e credono che il contrario di bianco non sia rosso, ma nero. Addirittura leggono i libri sfogliandoli da sinistra verso destra: sono esseri incomprensibili. Così mormora in notturna un gruppo di donne giapponesi stipate sulla stessa nave, pronte ad andare in spose agli americani intravisti in foto. Sono le prime, in assoluto, a emigrare dal loro paese e percorrono la lontananza striando il mare con tremori e fantasmagorie. L’occidentalismo è il logico complemento dell’orientalismo.

È Julie Ostuka che ci contorce lo sguardo, scoprendo le croste dei nostri clichés. Lo fa in un romanzo appena tradotto per Bollati Boringhieri: Venivamo tutte per mare (2012). Il titolo originale era The Buddha in the Attic, ma alla soglia del misticismo urbanizzato l’editore ne ha preferito uno diverso. L’attenzione del lettore italiano è subito guidata verso la voce narrante, verso la voce collettiva che fa la forza di questo libro piccolo e inebriante. La nave va e il coro femminile ondeggia, mentre descrive se stesso come una distesa omogenea di capelli neri, piedi piatti e verginità. L’origine delle donne è comune e anche il destino pare lo stesso: la geografia impasta insieme le voci e le vite. Questo popolo di spose respira all’unisono ma qualche volta il coro si sgrana, liberando singolarità. Eccone una:

Sulla nave tenevamo i ritratti dei nostri mariti dentro minuscoli medaglioni ovali che portavamo appesi al collo con lunghe catene. Li tenevamo dentro borsette di seta, dentro vecchie lattine di tè, dentro scatole di lacca rossa e dentro le spesse buste marroni con le quali erano stati spediti dall’America. Li tenevamo dentro la manica del kimono, che toccavamo spesso, per assicurarci che ci fossero ancora. Li tenevamo infilati tra le pagine di Venite, giapponesi!, Consigli per andare in America, Dieci modi per far felice un uomo, e di vecchi e logori volumi dei sutra buddisti, e una di noi, che era cristiana, e mangiava carne, e pregava un dio diverso dai capelli lunghi, teneva il suo fra le pagine della Bibbia di re Giacomo. E quando le chiedevamo chi le piacesse di più – l’uomo della fotografia o il Signore Gesù – lei sorrideva misteriosa e rispondeva: «Lui, naturalmente» (pp. 17-18).

Va auscultata con attenzione questa voce collettiva. Stupisce, perché invece di articolare una trama srotola un elenco, un elenco di elenchi, e così trasmette un’ipnotica declinazione dell’esperienza. C’è l’elenco delle prime notti di nozze e quello dei parti, l’elenco dei figli e delle case, c’è l’elenco dei lavori e quello delle amicizie; l’elenco delle violenze, anche. La lista è una vertigine – secondo Umberto Eco, che così descrive l’effetto inquietante prodotto da una potenzialità infinita: «la lista suggerisce quasi fisicamente l’infinito, perché di fatto essa non finisce, non si conclude in una forma» (U. Eco, La vertigine della lista, Bompiani, Milano 2009). Eppure la somma di tante vertigini una forma conchiusa può arrivare a crearla – almeno è quanto accade qui, tra queste pagine di Julie Otsuka, dove le frange degli elenchi a un certo punto si arrestano e si attorcigliano intorno a un punto preciso, intorno un evento. Si tratta ancora una volta di un elenco, ma di tipo diverso rispetto a quelli cantilenanti che hanno rigato le pagine precedenti. Questo qui è muto, e ben inchiostrato. È una lista di proscrizione, stilata su ordine di Franklin Roosevelt, che dopo Pearl Harbor contrassegnò i cittadini americani di origine giapponese come nemici da bandire. La lista che così nacque è nera, è afona, è pura emanazione d’angoscia. E dunque la si scorre di fretta, sperando che finisca subito e che il nome proprio non vi sia tracciato. La si controlla invocando una lacuna, ma se le mandorle degli occhi finiscono per trovarlo, il nome, allora ci inciampano sopra. Dopodiché devono solo sbrigarsi a sparire. E a srotolare nuovi elenchi: aritmiche variazioni dell’abbandono e della fine.

Era da anni che l’autrice voleva raccontare la storia delle spose giapponesi che sbarcarono in America all’inizio del Novecento: «mi ero imbattuta in tantissime storie interessanti durante la mia ricerca e volevo raccontarle tutte». Il desiderio espresso in questa frase è esaudito. Julie Otsuka riesce a raccontare tutte le vite e dare corpo sonoro a tutte le voci. Ci riesce sfruttando al meglio una modalità narrativa rara e difficile da gestire. Elencando, Otsuka condensa le pretese dell’infinito in uno spazio minimo. In poche pagine declina un’esperienza collettiva, senza mai schiacciarla, modulandola invece in tutte le sue increspature, in tutte le sue differenze.

Maria Anna Mariani


 

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