Mese: marzo 2012

Recensione a Massimo Gezzi, "L'attimo dopo" (Sossella, 2009)

Niccolò Scaffai

Talvolta chi vive in due luoghi, o chi per lavoro si divide tra due paesi non si abitua del tutto né all’uno né all’altro, cosicché anche i gesti e gli oggetti familiari richiedono una continua riscoperta, una reinvenzione che ne fissi la consistenza e la successione, fino al viaggio successivo. Il nuovo, notevole libro di poesie di Massimo Gezzi, già autore di Il mare a destra (2004), mette appunto in luce la situazione dislocata di un soggetto per il quale l’hic e il nunc non sono dimensioni di effettiva presenza, ma fulcri teorici di un’esistenza centrifuga. Il titolo della raccolta e della sua prima parte, L’attimo dopo, così come quello della quinta e ultima sezione, Poco prima, sono in tal senso rivelatori. Continua a leggere “Recensione a Massimo Gezzi, "L'attimo dopo" (Sossella, 2009)”

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Dopo la fine

Gherardo Bortolotti

La pubblicazione di Specchi neri conclude l’impresa di Domenico Pinto di tradurre e curare per Lavieri la versione italiana della trilogia di Arno Schmidt intitolata, sulla scorta di William Blake, Nobodaddy’s Kinder. Nello specifico, Specchi neri racconta un breve periodo della vita di uno degli ultimi sopravvissuti alla guerra nucleare e batteriologica che, nel futuro prossimo immaginato da Schmidt, ha pressoché eliminato la razza umana dalla Terra. Questo personaggio acuto e misantropo percorre, in bicicletta, le pianure della Bassa Sassonia; si stabilisce in una foresta e si imbatte, rischiando di esserne ucciso, in una donna vagabonda e solitaria come lui che, dopo un breve idillio, riparte per il suo viaggio tra ciò che resta dell’Europa.

La trilogia in cui si inserisce è una trilogia a posteriori. I romanzi che la compongono appaiono prima come opere autonome (Brand’s Haide e Specchi neri nel 1951, Dalla vita di un fauno nel 1953) e, tuttavia, completando un disegno che lo stesso Schmidt “scopre” in corso d’opera, tutti e tre vengono ripubblicati nel 1963, sotto il titolo blakiano e con un nuovo ordine: il Fauno appare come primo pannello e, a seguire, Brand’s Haide e Specchi neri. Le ragioni di questa decisione schmidtiana sono evidenti a chi legge i tre brevi romanzi e sono le tante contiguità, le analogie, le ricorrenze e i parallelismi che i tre testi mostrano, sia da un punto di vista tematico e di svolgimento che da quello formale. Continua a leggere “Dopo la fine”

“Dentro i ferocissimi mali del mondo”. Sulla poesia di Andrea Inglese

 Fabio Moliterni

 

Nel precisare i contenuti del suo percorso di ricerca estetica, Roland Barthes annotava in un saggio del 1968 (L’Effet de Réel, in Il brusio della lingua) la presenza nei testi realistici di «residui irriducibili» all’analisi funzionale, che «denotano quella che per solito viene chiamata “realtà concreta” (piccoli gesti, sensazioni transeunti, oggetti privi di valore, parole ridondanti)». E concludeva: «La “rappresentazione” pura e semplice del “reale”, il suo mero riportare “quello che è” (o è stato) appare così come una resistenza al senso». L’illusoria riproduzione dell’esistente, alla base delle poetiche realistiche, si dà per Barthes nella tensione all’esatta conoscenza della realtà esterna e, insieme, nella resa opaca e sterile di quella indefessa attitudine fenomenologica. I «residui irriducibili» alla possibile cattura di significato – «piccoli gesti, sensazioni transeunti, oggetti privi di valore, parole ridondanti» – si presenterebbero come cascami inerti o statici «effetti» di reale, avviluppati senza scatti nella ripetizione dell’esistere. Il portato più consistente di quelle poetiche sarebbe da rintracciare in un impoverimento sostanziale del senso: destino e sbocco inevitabili di una rappresentazione mimetica dell’essere che, per dirla con Gadda, si limita ad assicurare, della realtà, la mera definizione del suo «morto corpo», «il residuo fecale della storia». È la dialettica irrisolta tra percezione e rappresentazione, parole e cose, codice letterario e realtà fenomenologica (ordinaria e «infra-ordinaria»), al centro della riflessione estetica della modernità e sfondo teoretico della poesia di Inglese.

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Recensione a Nanni Balestrini, "Caosmogonia" (Mondadori, 2010)

 Cecilia Bello Minciacchi

Cinquant’anni fa, in Linguaggio e opposizione, lo scritto teorico incluso poi nei Novissimi, Nanni Balestrini sosteneva con argomenti assai persuasivi una poesia «come opposizione. Opposizione al dogma e al conformismo che minaccia il nostro cammino, che solidifica le orme alle spalle, che ci avvinghia i piedi, tentando di immobilizzarne i passi». Era il 1960, quando Balestrini scriveva così, ma quello che valeva allora – ideologicamente e letterariamente – vale di fatto ancora oggi. E in modo tanto più drammatico e urgente, diremmo, in quanto certi meccanismi di azzeramento, di “solidificazione”, non solo di ostacolo al cammino, ma di franco regresso, si sono pervicacemente radicati. E ancora più difficile sembra oggi l’opposizione, data la realtà delle condizioni esterne. Che Balestrini da allora non si sia stancato di resistere e di contestare nei modi propri del linguaggio, nella scrittura e nelle opere visive, è testimoniato ancora una volta dal suo ultimo libro di poesia, Caosmogonia (Milano, Mondadori «Lo Specchio», pp. 88, € 14). La collana in cui appare è tra le più stabili sotto il profilo istituzionale, eppure il libro è tutt’altro che rassicurante. Il tono scelto per la contestazione non è gridato né sopra le righe; è piuttosto coerentissimo e costante, esattamente congegnato, e ad ogni rilettura sempre più destabilizzante. Una forma di resistenza profonda, inoculata nel linguaggio, nel suo stesso funzionamento, messo in crisi e fatto saltare, ove sia noto che Balestrini ha sempre inteso il linguaggio come «oggetto della poesia» e «come fatto verbale», e le parole come elementi cui «tendere agguati». Ordine e bellezza sono irrisi a partire dal titolo che rovescia il kosmos delle religiose o mitiche genesi del mondo in chaos. In direzione analoga già andava il titolo ironico di un precedente libro di poesia, Sfinimondo (Napoli, Bibliopolis, 2003), Continua a leggere “Recensione a Nanni Balestrini, "Caosmogonia" (Mondadori, 2010)”

Recensione a Gilda Policastro, "Antiprodigi e passi falsi" (Transeuropa, 2011)

Niccolò Scaffai

Antiprodigi e passi falsi è un libro in cui (quasi) tutto si tiene. Nata intorno ai due blocchi di cui il titolo dà conto – i primi Antiprodigi, pubblicati nel 2009 in Poesie all’inizio del mondo, e i Passi falsi, molti dei quali inediti – la raccolta mostra infatti l’acquisto sicuro di una personalità ritmica e di una coerenza psicologica. Più forse di quanto non accadesse in altre serie di Policastro: penso in particolare a Stagioni e altre, pubblicata nel Decimo quaderno italiano a cura di Franco Buffoni. Lì la separazione tra l’io e gli altri era più netta; a questa prospettiva ‘aristocratica’ se ne alternava poi una per così dire elegiaco-crepuscolare, che scandiva un diverso momento, una distinta disposizione psicologica. Anche nella nuova raccolta ci sono tracce di un crepuscolarismo rivissuto, ma sono allusioni scoperte, travestimenti letterari: «Perché tu la chiami poetessa, / se scrive la stessa / cosa del marito in prosa»; «Non ha che un nome la poesia: / bugia, / di quando la dici / poet-essa» (Essa). Qui aristocrazia e elegia si fondono nel medesimo carattere, che si riconosce patologico mentre (o forse perché) isola i sintomi di una malattia generale: quella concreta, fisiologica; e quella metaforica – la malattia dei sentimenti e dei rapporti, che nessun protocollo terapeutico può curare. In questo, il nesso tra le poesie di Gilda Policastro e il suo recente romanzo, Il farmaco, è stretto; tanto quanto la relazione tra la scrittura in versi e quella in prosa, che nei libri di Policastro si avvicinano e si contagiano. Il testo iniziale della raccolta, L’amour du prochain, è emblematico: «Dell’amore finito in morte / solo dilazione / in prolungata agonia / da farmaco / che corrode, non guarisce / come una cura all’incontrario». L’esperienza del corpo altrui, provato da un male ricevuto e patito, è condizione per infliggere al proprio corpo una sofferenza cercata e autoimposta con metodo. Continua a leggere “Recensione a Gilda Policastro, "Antiprodigi e passi falsi" (Transeuropa, 2011)”

Recensione a Antonella Anedda, "La vita dei dettagli. Scomporre quadri, immaginare mondi" (Donzelli, 2009)

Franca Mancinelli

Anche quando tutto appare distrutto dalla violenza, dal male, dall’orrore della storia, restano frammenti, dettagli, che ci chiamano a resistere, a non smettere di credere nella bellezza. Così ad Andrej Rublëv, dopo lo scempio dei tatari nella cattedrale, viene indicato un frammento del suo affresco: ciò che si è salvato e che resiste, tra cadaveri e calcinacci, ciò per cui vale la pena continuare a dipingere. Le pagine che Antonella Anedda dedica a questo grande maestro di icone nel suo saggio-racconto Cosa sono gli anni (Fazi, 1997), conducono nel cuore del suo ultimo e sorprendente libro, La vita dei dettagli (Donzelli, 2009). Continua a leggere “Recensione a Antonella Anedda, "La vita dei dettagli. Scomporre quadri, immaginare mondi" (Donzelli, 2009)”

"Prosa in prosa" e gammm.org in (non)rapporto con le avanguardie storiche

Marco Giovenale

La componente di non-assertività della scrittura di ricerca che GAMMM persegue, e che il libro collettivo Prosa in prosa (Le Lettere, 2009) ha tra i suoi vari possibili fondamenti, è cruciale per marcare una distanza tra tali o analoghe esperienze di scrittura (recenti) e quelle di alcune avanguardie storiche (specie in riferimento al futurismo).

A.

Ma altri elementi possono essere elencati, e confini tracciati, anche attraverso alcune coppie oppositive: per GAMMM si parla di

  1. “Installazione” piuttosto che “performance”. (Il testo non viene – o non viene necessariamente – performato, sottolineato, convocato nell’agorà, esibito; viene semmai – al più – eseguito; non chiede dichter/poeta-dicitore “dittante”; a volte non chiede nemmeno un lettore particolarmente coinvolto, non vuole uno spettatore necessariamente-fittamente preso, o provocato, o convocato; anche considerando che, spesso, si ha in campo del materiale linguistico che non è pensato per una “lettura” lineare seriale ma per una “visione” anche superficiale e “a blocchi”, o per una lettura distratta, che salta, ecc.)
  2. Conseguenza: gradazioni di dissolvimento dell’autore=lettore, piuttosto che sua esposizione/esibizione (sia o meno spettacolare). (Questa identità è addirittura uno dei punti di fondazione del sito e ensemble di autori: si veda uno dei post con cui si inaugurava l’esperienza).
  3. Sequenza ed elenco piuttosto che narrazione; piuttosto che lirica; piuttosto che struttura (sia versale, poematica, o ragionativa, o appunto narrativa). Lo stesso paroliberismo futurista “impone” una libertà. L’elenco – freddo – ne è invece l’esatto rovescio: implica un vincolo, all’interno del quale si esperisce l’uscita da tutti i vincoli. (Manifestandosi cioè una sostanza aleatoria, volentieri, dei e dai contenuti dell’elenco).
  4. Griglia procedurale (fissa) piuttosto che dispersione/diffusione o distruzione delle forme. La procedura sostituisce le forme. Le istruzioni e gli elementi neutri annullano l’ego in tutti i modi, per altro. E, insieme, annullano il quantum di “garanzia” di “arte” (o “senso”) che l’ego del dichter volentieri emette (massime nel futurismo) a sigillo dell’opera.
  5. Concetto piuttosto che testo. Un’idea o sequenza di idee sostituisce l’“espressione”.
  6. Materiale solitamente – come detto – neutro (senza i marcatori del “poetico”) piuttosto che strutturato e connotato. Limpido, lineare, frequentemente.
  7. Freddezza gutenberghiana piuttosto che azione/agitazione teatrale e s(com)paginante.

B.

Se ci riflettiamo, il futurismo ha Continua a leggere “"Prosa in prosa" e gammm.org in (non)rapporto con le avanguardie storiche”

Recensione a Gilda Policastro, "Il farmaco" (Fandango, 2010)

 Cecilia Bello Minciacchi

«Solo a chiudere gli occhi si sente ancora l’odore delle terapie, delle macchine, dei parenti. Ogni cosa diventava un odore, in quel posto». Quel posto è un ospedale del sud, grande, senza nome, in cima a tornanti di montagna dove è freddo anche d’estate, coi caloriferi accesi sempre, a far sudare. L’odore resta attaccato a chi legge, come il senso di fastidio e d’infezione. Il romanzo è l’esordio narrativo di Gilda Policastro, Il farmaco (Fandango, «Galleria Fandango», pp. 234, € 15). L’autrice arriva alla prosa dopo un lungo apprendistato di critica letteraria e un recente esordio poetico nel X Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2010). Arriva armata, dunque, non innocente (se mai innocenza possa darsi). Eppure la prima impressione, stante l’universo costrittivo, dolente in cui il romanzo è ambientato – un ospedale con reparto di chirurgia oncologica, una teoria di rapporti personali asfittici e coatti –, è quella di una vulnerabilità disarmante. La vulnerabilità di chi muore e di chi perde gli affetti in una progressione discenditiva, manganelllianamente l’unica possibile, qui non liberatoria e umiliante. Umilianti sono le cure ai malati, la pulizia degli escrementi, la nutrizione assistita, i colloqui dei medici con i parenti malfidati e disperati; e il «vestito rigido della cassa», e i capelli che in chi resta si diradano per il dolore. Umiliante è soprattutto la concezione del sesso, motore instancabile del romanzo. Pulsione pari a quella di morte. Dove il tessuto del romanzo è saldo, tenace, è nell’intreccio dei riferimenti culturali e letterari volontari e involontari. Pur non dichiarato e non alluso, determinante appare il Freud tardo di quell’anomalo, altissimo saggio che è Al di là del principio di piacere (1920), Continua a leggere “Recensione a Gilda Policastro, "Il farmaco" (Fandango, 2010)”

Dello stupore postumo. Su "I Mondi" di Guido Mazzoni

Italo Testa
I mondi è il primo, lungamente atteso libro di poesia – preceduto da pubblicazioni in rivista e da una silloge comparsa nel Secondo Quaderno di Poesia Italiana (Guerini, 1992) – di Guido Mazzoni, già autore dei saggi di Forma e solitudine (Marcos y Marcos, 2002) e della monografia Sulla poesia moderna  (il Mulino, 2005): un’opera, quest’ultima, che ha suscitato un vasto dibattito e segnato, con  il suo sforzo teorico di ridefinire la lirica all’interno di una vera e propria filosofia dei generi letterari, una tappa importante nel panorama critico dell’ultimo decennio.
 Articolata in sei brevi sezioni, I mondi è un’opera molto bella, di equilibrio compositivo raffinato, in cui l’alternanza stilistica tra verso libero e prosa determina una serie di variazioni – sorrette da una profonda unità tonale – intorno ad alcuni pensieri dominanti. Questo elemento riflessivo non si lascia ridurre a determinazione contenutistica ma si rifrange in una forma espressiva prismatica, governata da una lingua trasparente e comunicativa ma insieme dotata di un alto tasso figurale e che, pur collocandosi saldamente all’interno del genere della lirica moderna, ne riconfigura internamente lo spazio in un rapporto mobile ad altri generi quali il saggio, il frammento filosofico – Nietzsche e Kafka sono gli autori citati in esergo – la prosa narrativa o lo zibaldone. Continua a leggere “Dello stupore postumo. Su "I Mondi" di Guido Mazzoni”

Rudi (per Elio Pagliarani)

Marco Berisso

L’8 marzo 2012 ci ha lasciato (dopo Edoardo Sanguineti, Giuliano Mesa e Andrea Zanzotto) anche Elio Pagliarani. Quale possa essere stata la lezione che ci ha dato con la sua poesia, quella scritta e quella che mirabilmente eseguiva nelle letture, non sta a me dirlo, visto che troppo gli devo per essere obbiettivo (senza dimenticare mai il nono epigramma ferrarese: «Venne una voce dal cielo che disse “Nec ego pater nec vos filii”»). Vorrei recuperare qui un breve saggio scritto per la sua Ballata di Rudi ormai più di dieci anni fa. Queste pagine facevano in origine parte di un libro dedicato alla presenza dell’elemento corporeo nella produzione letteraria della seconda metà degli anni Novanta: da qui il taglio assolutamente ridotto e parziale con cui parlo di quel poemetto. Ma l’illusione che, in qualche modo, quella che lì prospettavo potesse essere una pista, certo non l’unica ma non una secondaria, tra quelle che la vicenda di Rudi apriva nella nostra storia mi sembra giustifichi il recupero anche aldilà dell’omaggio. Date le premesse, e come logico, non ho operato alcun aggiornamento bibliografico. Lo stesso andrà però ricordata l’edizione integrale dei versi di Pagliarani curata egregiamente da Andrea Cortellessa (Tutte le poesie (1946-2005), Milano, Garzanti, 2006: lì la Ballata di Rudi appare alle pp. 257-336 in una edizione corretta di alcuni refusi presenti nella princeps), a cui si può ricorrere per la bibliografia, anche quella puntuale sul poemetto. Per aiutare il lettore, integro il rinvio alle pagine originarie dell’edizione Marsilio con quello alle pagine della garzantiana (tra parentesi quadre, preceduto da TP)

* * * * *

Nel 1995, dopo trent’anni di elaborazione, Elio Pagliarani ha pubblicato finalmente La ballata di Rudi (1). Proprio la penultima sezione di questo nuovo poemetto (che però è in qualche modo la sua vera e propria conclusione) è intitolata Rap dell’anoressia o bulimia che sia. Riporto qui integralmente il testo:

Non bastava la droga, adesso c’è anche questa anoressia, o bulimia che sia
No, non è la stessa cosa? anzi è l’opposto?, uno s’ammazza e l’altro s’ingrassa
Anoressia non significa non aver fame ma dire di non aver fame
avendone moltissima sotto pancia, e brividi d’orgoglio per non essere
come gli altri, ma come i nibelunghi anzi le nibelunghe perché colpisce [specialmente
le ragazze e quanti hanno imparato con diligenza dai crapuloni dell’antica [Roma
l’arte di vomitare per distruggersi: qui è come la droga, quelli ricchi
con spese e fatica più spesso se la cavano, quelli poveri finiscono tutti male.
(Fra parentesi?: all’inizio di questo rendiconto se c’era una ragazza
stramba, senza ragione apparente, si trattava di reduci quasi sempre da campi
di concentramento, da quali campi sono reduci ora?)(2).

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Un "informale freddo". Note da una lettura di Fortini (2004)

 Marco Giovenale

 

1.

Franco Fortini ha scritto, con I cani del Sinai, un testo d’avanguardia? Probabilmente sì, anche se l’autore avrebbe certo rifiutato l’azzardo di una definizione simile (e si vedrà presto, quattro righe avanti, da un suo tocco polemico e ironico).

Quelle pagine avevano la pretesa dichiarata di «suggerire l’esistenza di alcune macchie lutee, insensibili alla luce normale. La forma autobiografica, dovrebbe capirlo anche un critico di avanguardia, non è che modesta astuzia retorica. Parlo anche dei casi miei perché certo che anche miei non sono. Della mia “vita” non me ne importa quasi nulla» [1]

Non sostengo che un finalismo (come quello che presiederebbe a una fantomatica usefulness della letteratura) controlli o pre-scriva la elaborazione di un libro come I cani del Sinai. Ma certo un intento conoscitivo si forma durante la costruzione materiale del testo, l’itinerario che immagina. Allora in Fortini il «suggerire l’esistenza di alcune macchie lutee» significa cercare non una illuminazione di parti non chiare in una storia dolorosa che è di tutti e di un individuo, né forse la delimitazione del loro perimetro, ma semmai l’operazione di offrire o ricomporre l’esperienza-certificazione del fatto che esse esistono. E fanno resistenza. (In ciò che è reale). (Eco parlerebbe di linee di resistenza dell’essere).

Nei Cani si vede in azione non un realismo, né una costruzione allegorica, o anzi puramente memoriale, né la narrazione dei fatti del ’67; non l’architettura del pamphlet politico. Il Fortini che sul piano religioso negli anni di discriminazione razziale e guerra era «costretto ad aprirsi sui due versanti delle cose invisibili»[2] non è – scrivendo – schiacciato in un angolo di dualismo di forme. (Ammesso che nella fede lo fosse). Allora I cani del Sinai è un testo d’avanguardia anche perché dimostra che ci si può misurare con la violenza del tempo (storico) senza impedirsi di imporre al tempo una forma che non è la sua. Continua a leggere “Un "informale freddo". Note da una lettura di Fortini (2004)”

Recensione a Andrea Raos, "I cani dello Chott el-Jerid" (Arcipelago, 2010)

Francesca Matteoni

Il Chott el-Jerid è un deserto, un lago salato, agglomerato di sabbie e cristalli rocciosi. Ma alla prima pagina dell’intensissima opera poetica di Andrea Raos che qui si ambienta, sapremo di entrare in un luogo privato/perduto, una casa inospitale in cui le concrezioni minerali escono come da sotto le palpebre, dalla saliva, da un rumore nel ventre. Il libro alterna prose a brevi poesie, dove l’allitterazione, le assonanze creano una nenia struggente che culla il lettore in quella zona d’ombra dell’amore quando si fa geografia dell’assenza e del desiderio (Come vado via dalla vita / così esco da te, tintinno piano). In questa desolazione si muovono poche figure emblematiche: l’io e il tu di una storia, paralizzato il primo in una distanza che sembra non aver allontanato o sanato nulla (mi inabisso nei miei mali / come spine inorgoglite del palmo), interlocutore muto il secondo; i cani, del titolo, presenze infernali e tuttavia inermi; un uccello del deserto, il sirratte, quasi proiezione sciamanica dell’io mandata in avanscoperta, ma anche e soprattutto incarnazione di quella parte di noi indifferente alla sofferenza, che ci fa dubitare della sincerità di ogni nostro sentire. Se questa lingua poetica affonda e ferisce, infatti, non è per la sua capacità di prendere atto del dolore, ma, al contrario per l’arrendersi a quello stato spiacevole di inadeguatezza alle passioni, per la sua discesa lenta in un limbo di immobilità, in cui i sentimenti per essere accolti devono scandirsi nell’elencazione di elementi – piante, oggetti, parti e secrezioni del corpo, che tornano circolarmente gli uni sugli altri, come una litania, una costrizione al vero, a quel poco di sensibile che resta. Continua a leggere “Recensione a Andrea Raos, "I cani dello Chott el-Jerid" (Arcipelago, 2010)”