Recensione a Antonella Anedda, "La vita dei dettagli. Scomporre quadri, immaginare mondi" (Donzelli, 2009)

Franca Mancinelli

Anche quando tutto appare distrutto dalla violenza, dal male, dall’orrore della storia, restano frammenti, dettagli, che ci chiamano a resistere, a non smettere di credere nella bellezza. Così ad Andrej Rublëv, dopo lo scempio dei tatari nella cattedrale, viene indicato un frammento del suo affresco: ciò che si è salvato e che resiste, tra cadaveri e calcinacci, ciò per cui vale la pena continuare a dipingere. Le pagine che Antonella Anedda dedica a questo grande maestro di icone nel suo saggio-racconto Cosa sono gli anni (Fazi, 1997), conducono nel cuore del suo ultimo e sorprendente libro, La vita dei dettagli (Donzelli, 2009). All’icona dedica infatti il saggio centrale, penetrando nel fondo della sua poetica: «accogliere il mondo attraverso la materia», fissare i dettagli del quotidiano, come «fessure attraverso cui cogliere l’universale», esporsi, inermi, alle cose, al loro impasto di luce. Ma anche nei ritratti di artisti contemporanei incontrati ed eletti per consanguineità, riaffiora lo stigma dell’icona, di quel «luogo di compassione, di dolore e splendore» verso cui, come il principe Miškin verso Nastaša Filippovna, siamo irresistibilmente chiamati: Nicolas de Staël è «anche un pittore di icone», dipinge Deposizioni, Mark Rothko utilizza nelle sue ultime opere un marrone che è anche «l’oro scuro della pelle delle icone», gli attori del video artista Bill Viola sono «icone animate». Quell’immagine che si confronta con l’assenza, che chiama lo sguardo ad affidarsi, a deporre la paura, sta sospesa tra le righe di tutta La vita dei dettagli, ne direziona il senso, ne compone la forma. Questo è in effetti un libro che ha la rara capacità di donarsi al lettore. Di tutti i significati del verbo perdere che l’autrice riporta in conclusione, quelli che il lettore riconosce per primi sono forse proprio «dare oltrepassando», «donare attraverso». Un senso di gratitudine abita infatti il lettore fin dall’inizio, dal gioco che invita a ridare la vita a 32 dettagli ritagliati da altrettanti dipinti. Salvando dal buio, rompendo la distanza, si può entrare in un nuovo mondo creato dalla luce del proprio sguardo, fino a deporre il proprio corpo, a divenire spettri, a incrociare gli occhi dei morti. All’atto di scomporre e ricreare che inaugura il libro, corrisponde il conclusivo esercizio del “collezionare”, del riunire entro un nuovo perimetro e una nuova forma ciò che resta di un amore, tentando di rielaborare la perdita, di trasformarla. Come seguendo le mosse di un gioco tra bambini, i gesti di un rito, o ripetendo la formula di una preghiera, il lettore si affida a questo libro che insegna, con gesti e lampi del cuore, ad affidarsi allo scorrere, a smarrire se stessi, ad oltrepassarsi e donarsi come «una porta sul vuoto». Questo significa perdere, a questo voleva condurci Anedda guidandoci attraverso artisti e poeti amati, immagini e versi che si sono rispecchiati, e infine il camminare nella città di Arles, inseguendo lo spettro di Van Gogh, mischiandosi alla sua solitudine, ai suoi interni come alle sue stelle. Un libro come una porta sul vuoto, che ci chiama oltre, a sporgerci, senza spavento: come nei due quadri di Hopper “ritagliati” dalla poetessa, Sun in an Empty Room e Rooms by the Sea, ad aspettarci è una luce, o l’incandescenza dell’acqua. Luce ed acqua sono in effetti le due grandi protagoniste de La vita dei dettagli, perché «quello che sfugge all’acqua cade in potere della luce». Una luce impastata alla materia, una luce che è la stessa lingua adoperata da Anedda e un’acqua che è il velo ora scuro, ora limpido, attraverso cui parlano i morti.

[Recensione a Antonella Anedda, La vita dei dettagli. Scomporre quadri, immaginare mondi, Donzelli, Roma 2009, pp. 177. Già in «Poesia», n. 253, ottobre 2010]

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