Recensione a Massimo Gezzi, "L'attimo dopo" (Sossella, 2009)

Niccolò Scaffai

Talvolta chi vive in due luoghi, o chi per lavoro si divide tra due paesi non si abitua del tutto né all’uno né all’altro, cosicché anche i gesti e gli oggetti familiari richiedono una continua riscoperta, una reinvenzione che ne fissi la consistenza e la successione, fino al viaggio successivo. Il nuovo, notevole libro di poesie di Massimo Gezzi, già autore di Il mare a destra (2004), mette appunto in luce la situazione dislocata di un soggetto per il quale l’hic e il nunc non sono dimensioni di effettiva presenza, ma fulcri teorici di un’esistenza centrifuga. Il titolo della raccolta e della sua prima parte, L’attimo dopo, così come quello della quinta e ultima sezione, Poco prima, sono in tal senso rivelatori.

Il debito che l’«io» lirico contrae con l’esperienza dell’autore è alto: Gezzi, nato nel 1976 a Sant’Elpidio a Mare nelle Marche, vive infatti tra la sua regione e la Svizzera, dove lavora come assistente alla cattedra di Letteratura italiana dell’Università di Berna. Studioso prima di Cattafi e ora soprattutto di Montale, Gezzi ricorre forse al ‘suo’ poeta per raccontare, all’inizio del libro, quella sorta di ‘fine dell’infanzia’ da cui dipende il biografico déplacement: «Poi ci fu una scossa repentina, / e i muri cominciarono a frantumarsi / e a spaventare gli insetti che ci vivevano dentro. / Non c’è più lavoro, ci dicevano / sorridendo». Sennonché, la brusca interruzione dell’«età verginale», diversamente che nella poesia degli Ossi, è qui effetto di una condizione generazionale, peraltro evocata con discrezione da un soggetto tutt’altro che incline alla retorica del disagio, giovanile e no («Gli uomini onesti» si legge in Direzioni «cantano pianissimo»).

Le allusioni al modello sono varie, ma il tono stilistico generale porta piuttosto nei paraggi di un sorvegliato postmontalismo: sordina imposta a una metrica pur riconoscibile nelle sue dominanti canoniche, understatement lessicale. Per esempio, si direbbero quasi sereniani i versi che circoscrivono un «minimo orizzonte / di cose quotidiane: il lavoro, / la visita agli amici che diventano / più seri e fanno figli, la fede / nel frenetico farsi delle foglie» (Sul molo di Civitanova). Si ha qui una delle prime manifestazioni del catalogo, tra le figure che meglio caratterizzano le poesie di Gezzi: meno oggettività correlata all’animus del protagonista che aspirazione a cogliere la realtà mentre avviene, nominandola prima che un’ulteriore dislocazione ne stinga i contorni, prima che «si popolino di altri le stanze / che occupavamo noi» (così in Poco prima, l’ultima poesia del libro). «Io con la poesia vorrei fare mattoni», è l’ultimo verso della poesia che dà il titolo – Mattoni, appunto – alla seconda sezione. Il «numerare le ombre» che scorrono «tra palpebra e pupilla» (Materies æterna) fa pensare a Magrelli, ma appartiene a Gezzi lo sguardo che, nel fissare le cose, giunge a isolare anche l’«io» e lo proietta su uno sfondo straniante, come in La tempesta: «è solo  / la tempesta di una notte occidentale: / possiamo addormentarci dimentichi / di tutto, sognare il mare aperto / dalla sponda del letto».

Niccolò Scaffai

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