Mese: aprile 2012

In cammino verso l'origine. Su “La mente paesaggio” di Laura Pugno (Giulio Perrone Editore, Roma 2010)

Gianluca D’Andrea

nel bosco che ti sbava sulla pelle

Si riprenderà tutto l’acqua fino alla prossima glaciazione. Niente di catastrofico, è solo la possibilità aperta da questo libriccino così diverso dall’ondata letteraria e classicista della poesia italiana attuale: mi riferisco a un versante linguistico che mi ostino a definire “lombardo” per impostazione narrativa e sobrietà tematica nonché per scelte lessicali e sintattiche attratte da una semplicità che, a volte, rischia la stucchevolezza. Allo stesso modo La mente paesaggio è distante da qualsiasi sperimentazione risultando piuttosto un libro basilare, originario e, a ben vedere, profetico. Ogni parola è calibrata su misure minerali, i versi non esistono, sono le risultanti di un linguaggio esploso da tempo, isole o villaggi di palafitte nella distesa della pagina; questo stesso galleggiare è il risultato di un vecchio tragitto e la possibilità del nuovo, posteriore ad ogni posteriorità. Il movimento, il cammino appunto, nel nuovo sentiero della storia che, a scanso di equivoci, non si è mai interrotto, nonostante l’uomo. Diceva Thoreau: «Il sole si spegne su qualche terra lontana, dove non è visibile alcuna casa, con tutte le glorie e lo splendore che prodiga alle città, e in maniera mai vista prima» (H. D. Thoreau, Camminare, Mondadori, Milano 2009, p. 59); le ultime parole di La mente paesaggio recitano: «dove sei adesso/ il sole cuoce il pane/ è perfezione// completato il corpo/ e tu lingua puoi perderti/ qui e non/ altrove» (p. 91): è la fine di un percorso che, come nell’immenso pensatore americano, realizza l’esistenza compiuta della lingua e del soggetto e che, sfondate le barriere socio-economiche e perduti i confini, non può che continuare a sorprendersi della ricchezza metamorfica e dello stesso cammino che apre continuamente al mondo. Continua a leggere “In cammino verso l'origine. Su “La mente paesaggio” di Laura Pugno (Giulio Perrone Editore, Roma 2010)”

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Millimetri

 Francesco Filia

Millimetri di Milo De Angelis – Einaudi, 1983 – è un libro su cui sono tornato decine di volte a distanza di anni – la prima lettura risale a tredici anni fa, in corrispondenza della pubblicazione di Biografia sommaria – e che ha continuato a parlarmi in maniera sempre violenta e dirompente. I primi corpo a corpo, concentrati nel giro di pochi giorni, furono un’esperienza frustrante e dolorosa, avevo la sensazione di arrampicarmi su di una parete ripidissima che non concedeva appigli. Anzi, ad ogni lettura, sentivo solo lo scivolare sanguinoso delle dita sulla roccia delle parole, dei versi, delle cose nominate in queste poesie; avvertivo il dolore mentale e fisico di una lettura disperata ed enigmatica. I versi apparivano indecifrabili e alieni, precipitati lì sulla pagina e dispostisi in una verticalità precisa e assoluta, come se si fossero slacciati da un altrove incombente e minaccioso (La testa cade a piombo/ e si slaccia/ nel pomeriggio strappato/ al pensiero) per conficcarsi nel foglio bianco nel modo più lancinante e preciso possibile. Ad aumentare lo sgomento c’era la nettezza di ogni andare a capo, necessario e secco come una rasoiata. Poi, alcune settimane dopo la prima lettura, l’appiglio si è presentato, ma è stato un appiglio vertiginoso e abissale: “In noi giungerà l’universo/ quel silenzio frontale dove eravamo/ già stati”. In questi versi riconoscevo e, a distanza di anni sempre più lo vedo chiaramente, una sapienza antica e sconvolgente, la sapienza di una Grecia pre-classica (C’è una mano che inchioda/ i suoi grammi/ nel cortile vicino alla grecia), la sapienza del primo frammento del pensiero occidentale, di Anassimandro (« ‘Anaxìmandros…arkén èireke tôn ònton tò àpeiron…ex ôn de e ghénesìs esti toìs ûsi kài tèn fdoràn eis taûta ghìnestai katà tò khreòn didónai gàr autà dìken kaì tísin allélois tês adikías katà tèn tû krònu táxin.» « Anassimandro….ha detto…. che principio degli esseri è l’infinito (ápeiron)….da dove infatti gli esseri hanno l’origine, lì hanno anche la distruzione secondo necessità, poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo. »)1. Continua a leggere “Millimetri”

Ricostruzioni. Nuovi poeti di Berlino

Domenico Pinto

«Non sapersi orientare in una città non vuol dir molto. Ma smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare.» Cominciava così il quadernino di tableaux che Benjamin mise insieme nell’Infanzia berlinese, il cuore segreto e favoloso della propria immagine da fanciullo. Il Tiergarten, la Colonna della Vittoria, il mercato di Piazza Magdeburgo, per un uomo cui le strade di questa città erano «familiari come i nomi della Genesi», appaiono ancora oggi nell’indistruttibile luce del sogno, irradiano fino a noi gli inizi del Novecento.

Com’è mutata Berlino, ora che da quei ricordi ci separa la distanza di un secolo, le guerre mondiali, i totalitarismi di carica contraria, adesso che la sua mente ha ripreso a comunicare fra i due emisferi? È noto che la città vive da tempo una stagione d’euforia, con una capillare circolazione di idee in ogni àmbito; si fondano teatri, animano riviste, e non è per avventura che Suhrkamp – l’editore di maggior tradizione – l’abbia scelta per trasferirvi la storica sede di Francoforte. Conosciamo le sue cupole strallate, la Museumsinsel, le sue università, gli artisti, le sue mostre. Ma come ci si smarrisce, veramente, in questa foresta? L’occasione è prestata dall’antologia a cura di Theresia Prammer (Ricostruzioni. Nuovi poeti di Berlino, Scheiwiller 2011, p. 656, € 29,00), che per i tramiti della poesia disegna una minutissima mappa del pensiero e del milieu berlinese. Continua a leggere “Ricostruzioni. Nuovi poeti di Berlino”

Recensione a Nicola Ponzio, L’equilibrio nell’ombra, Lietocolle, 2007

Marina Pizzi

 

Ci sono libri che desiderano spazio.
Più respiro.
Uccelli ubiqui come l’ombra
di uno stelo.
Luci sul filo ardente della mannaia.

*

Poeta a grandezza naturale, come dire, senza alcuno sforzo Nicola Ponzio: un appunto di lavagna per i cómpiti di subito, la realtà, per sconfinare, però, ad orizzonte: da una lepre, da un’ombra, da un appunto, appunto: “Negli occhi meridiani / della lepre / sognare di parlare / dell’amore / con l’astore crudele e silenzioso.” Continua a leggere “Recensione a Nicola Ponzio, L’equilibrio nell’ombra, Lietocolle, 2007”

Nota su "Una piccola tabaccheria. Quaderno di traduzioni" di Franco Buffoni, Marcos y Marcos, 2012

di   Vincenzo  Frungillo 

 

Mentre si attende l’uscita del suo ultimo lavoro in prosa, Il servo di Byron, possiamo leggere il nuovo Quaderno di traduzioni di Franco Buffoni, dal titolo Una piccola tabaccheria, edito dalla casa editrice Marcos y Marcos nel mese di Febbraio, 2012. Un quaderno che segue di tredici anni Songs of Spring, prima raccolta di traduzioni d’autore. Come lo stesso poeta ci ricorda e ci chiarisce nella premessa al testo, nel suo caso non si può parlare di sole traduzioni, ma di “imitazioni (certamen, aemulatio, imitatio)”, perché, scrive Buffoni, “l’unico modo che conosco per rapportarmi a un altro poeta è quello di incontrarlo ‘poieticamente’ su un dato testo”. Simile in questo a quanto diceva il filosofo e saggista tedesco Benjamin a proposito del compito del traduttore: “Perciò la sua lingua [del traduttore] può, anzi deve agire liberamente nei confronti del senso, per non riprodurre l’intentio di quello, ma come armonia, come integrazione alla lingua in cui quell’intentio si comunica, far risuonare il proprio genere di intentio“. Infatti, per esprimere il suo tipo di relazione con gli autori tradotti, Buffoni usa il termine “lealtà” e non “fedeltà”, perché “il termine fedeltà connota guanciali, lenzuola e sotterfugi; il termine lealtà due occhi che fissando altri occhi dichiarano amore ammettendo un momentaneo tradimento. Sono stato leale alla tua altezza poetica, tradendoti qui e qui e qui: l’ho fatto per restare il più lealmente possibile alla tua altezza. Questo è ciò che dico ogni sera ai poeti vivi e morti coi quali cerco di intessere il dialogo poetico”. E le poesie e le prose che Buffoni incontra in questo Quaderno sono tra le più varie: dagli amati poeti in lingua inglese, Shakespeare, Byron, Wilde, Kipling, Auden, Joyce, all’irlandese Heaney (bello e intenso il saggio di quest’ultimo dedicato ad Osip Mandelstam), dallo svedese Transtroemer (che Buffoni ha contribuito a far conoscere in Italia prima ancora che fosse insignito del Nobel per la letteratura nel 2011), ai francesi Rimbaud, Verlaine, dagli spagnoli Neruda e de Ibarbourou, al portoghese Saramago, fino all’arabo Hafez.

Recensione a Guido Mazzoni, "I mondi" (Donzelli 2010)

Massimo Gezzi

Conosciuto finora soprattutto come critico e teorico della letteratura (Forma e solitudine, Marcos y Marcos 2002; Sulla poesia moderna, il Mulino 2005), Guido Mazzoni dà conto, con questo suo primo libro, di una ricerca decennale di cui solo alcune riviste e il Terzo quaderno italiano curato da Franco Buffoni (Guerini 1992) serbavano le tracce. Valeva la pena di aspettare: I mondi rappresenta infatti uno degli esordi più notevoli e perentori degli ultimi dieci anni di poesia.

La poesia di Mazzoni è piuttosto anomala: ragiona in modo lucidissimo, talvolta persino dichiarando il proprio contenuto di verità, senza concedere risarcimenti estetici al lettore (al contrario, per esempio, del grande archetipo leopardiano); si innesta su una linea e una poetica, quelle del classicismo moderno studiato a fondo dall’autore, cancellandone però tutte le prospettive di salvezza (la metafisica montaliana; il sollievo e «la gioia» di Sereni; le allegorie a sfondo palingenetico di Fortini); accetta lo stato delle cose sia in termini storici che letterari, adottando il genere della lirica ma svuotandolo dal di dentro della sua ragion d’essere. Illuminare meglio quest’ultimo punto significherà rendere conto del libro. Continua a leggere “Recensione a Guido Mazzoni, "I mondi" (Donzelli 2010)”

Recensione a Giulio Marzaioli, "Quadranti" (Oèdipus,2007)

Giancarlo Alfano

Con In re ipsa (2005), il suo libro precedente, Marzaioli aveva mostrato un’accensione sonora, o meglio ritmico-sonora che tendeva a racchiudersi nella misura di pochi versi, per lo più brevi. Ne sortivano rimartellamenti su cola alternativamente minimi o eccedenti la misura del verso, con effetti di rima al mezzo, come in questo caso: «Chiome. Chi osa violare? / Chi o meglio cosa se non / interferenze, vene chiamate / a ferire? (l’inferno è sempre / sotto, verde ben raccolto)». Se poi l’ultima sezione accoglieva invece tre componimenti lunghi (Riflesso, Vene, Verso), identica restava l’insistenza fonica, irrobustita però in questo caso da una struttura sintattica allo stesso tempo solida e volubile, agglutinante a spirali e battuta su di un tempo tutto suonato in semibiscrome («Ed invertendo viene neve nel / vento, gelida vira, sviene, risale / e viene ancora, e ancora ve ne / fosse ad invernare […]»). Con Quadranti le scelte espressive sono in parte mutate. Intanto non più versi, ma prosa, lasse compatte e di solito assai brevi, con la punta massima di una mezza paginetta. Ne deriva un rallentamento del ritmo, che però resta elemento cardinale del tessuto compositivo. Ma è forse nell’articolazione sintattica che maggiori sono i cambiamenti, se è vero che essa tende a farsi sostegno di un andamento concettuale che si mostra, sia pure tra sincopi e crasi, più raziocinante. Un breve esempio: «Meglio scarnificarsi, dettagliato. Tutto di taglio in uno, concentrarsi. Così per aderire all’altro, con incastro. Uno per ogni altro nelle ossa». Continua a leggere “Recensione a Giulio Marzaioli, "Quadranti" (Oèdipus,2007)”

Ri-pensare il fare. Note su "C'è bufera dentro la madre" di Stefano Guglielmin

Paolo Donini

Se si osserva una carta geografica dell’Italia tra Veneto e Lombardia si può notare che Schio si trova pressoché di fronte a Salò, a meno di cinquanta chilometri in linea d’aria. Una frontalità topografica effettiva quanto pretestuosa se una sinapsi, scattata dalla misteriosa facoltà veritativa delle parole, non intervenisse a motivarla. Il riferimento è a una delle ultime scene del film Salò di Pier Paolo Pasolini. Nella sequenza il carnefice osserva le crudeltà compiute in uno sterrato a danno delle vittime legate e semisepolte nel terriccio. A un tratto l’osservatore si volge all’aiutante, in piedi lì accanto, ne verifica con mano l’eccitazione e approva. Il nesso sadico tra efferatezza e sesso è la linea che dall’ultimo film di Pasolini, attraverso il nome Salò, in una versione momentaneamente attenuata e venale, varca il piano simbolico e passando per la città concreta di Salò giunge a quella di Schio, dove Stefano Guglielmin vive e dove ha scritto la sua ultima raccolta C’è bufera dentro la madre. *
Si tratta di un poemetto per stazioni numerate e progressive, una serie che procede in un testardo in avanti di cui soltanto la trentaquattresima stazione ventila un’inversione:

se dalla luna, lui, portasse indietro un grammo di ragione
o il suo lume. se studiasse i modi finiti e infiniti di spinoza
e vi scavasse dentro una pozza di vita vera. se insabbiasse
il perno che lo lega alla pancia del denaro. se ogni tanto
si girasse come l’angelo di klee. se inorridisse. Continua a leggere “Ri-pensare il fare. Note su "C'è bufera dentro la madre" di Stefano Guglielmin”

Su "Le api migratori" di Andrea Raos (Oèdipus, 2007)

Federico Federici

Al vento che chiede «perché voli?»
ribatte l’ape la domanda: «perché soffi?»

 

Se un antefatto è da cercarsi all’origine di un libro, Le api migratori prendono spunto dagli esperimenti del biologo brasiliano Warwick Estevam Kerr nel laboratorio di Rio Claro, nello Stato di San Paulo, nella prima metà degli anni Cinquanta. Kerr incrociò Apis mellifera scutellata, originaria dell’Africa centro-orientale, con sottospecie europee (Apis mellifera mellifera, Apis mellifera ligustica e altre), nel tentativo di ottenere un ibrido docile e produttivo, più adatto ai climi tropicali dell’America centro-meridionale. Nacquero così le api africanizzate, meglio note come “api assassine” che, accanto a una migliore efficienza produttiva, manifestano però tratti ereditati dall’antenato africano, quali la tendenza a sciamare in cerca di cibo seguendo le stagioni e una spiccata aggressività a difesa della zona intorno all’alveare, con attacchi protratti a lungo raggio. Ci sono casi documentati di occupazione e sottomissione di colonie d’api preesistenti. Altro aspetto che le distingue dal tipo europeo è il frequente insediamento nelle cavità del terreno. Sfuggite per errore dal laboratorio di Kerr nel 1957, sono migrate a nord attraverso il Messico. Per effetto di ripetuti incroci con api del ceppo europeo già presenti sul territorio, i caratteri aggressivi si sono gradualmente attenuati, ma l’allarme resta alto soprattutto nelle aree urbane più densamente popolate. In alcuni Stati, come la Florida, si sono attivate vere e proprie campagne di informazione e messi a punto protocolli di intervento (African Bee Action Plan), per fronteggiare l’eventualità di un attacco in sciame. Ampio rilievo hanno in letteratura le statistiche su casi documentati, fatali a uomini o animali.
Con questa premessa, è possibile inquadrare una prima struttura nel lavoro di Raos, Continua a leggere “Su "Le api migratori" di Andrea Raos (Oèdipus, 2007)”

Recensione a Mario Benedetti, Materiali di un’identità (Transeuropa, 2010)

Franca Mancinelli

«Scrivo per fratture» afferma Mario Benedetti in un’intervista raccolta insieme a saggi su poeti, prose, schegge diaristiche, poesie, in Materiali di un’identità (prefazione di Antonella Anedda, Transeuropa, 2010). Un libro che porta di nuovo dentro i sussurri, i balbettii, le sagome e i barbagli delle sue Pitture nere su carta (Mondadori, 2008), suggerendo connessioni, aprendo sentieri. Continua a leggere “Recensione a Mario Benedetti, Materiali di un’identità (Transeuropa, 2010)”

Recensione a Arno Schmidt, "Specchi neri"

[a cura di Domenico Pinto, Lavieri, S. Angelo in Formis 2009]

Alessandro Baldacci

Per Arno Schmidt, vertice del modernismo europeo accanto a Joyce, Gadda e Céline, nonché funambolico rifondatore della lingua tedesca dopo il totalitarismo nazista, a partire della lezione dell’espressionismo, «gli unici percorsi della letteratura sono i vicoli ciechi». Coerente con tale assunto è tutta l’impervia e solitaria traiettoria di questo pestifero Puck delle lettere. Schmidt, il «taglialemma » di Bargfeld, punta dritto contro il Leviatano- Duden, e sabota, incendia il connubio fra parola e potere, scendendo «dentro la rovina del moderno». Dopo l’uscita di Dalla vita di un fauno e di Brand’s Haide, ora, sempre grazie alla traduzione dell’“arnonauta” Domenico Pinto, si completa con Specchi neri la pubblicazione presso Lavieri della trilogia schmidttiana Nobodaddy’s Kinder. Continua a leggere “Recensione a Arno Schmidt, "Specchi neri"”

Per Giulio Marzaioli

Tiziano Salari

1

Proprio un copista di uno scriptorium veronese,probabilmente intorno all’anno 800 dopo Cristo, trascrisse, su un foglio di un codice di preghiere latine,un indovinello di due versi (esametri ritmici) che nelle storie letterarie viene indicato come uno dei primi documenti in lingua volgare:

Se pareba boves, alba pratalia araba
Et albo versorio teneba, et negro semen seminaba.

È il famoso Indovinello veronese che allude all’operazione di scrittura attraverso un paragone con quelle di aratura e di semina. Può essere tradotto così:

Si spingeva avanti i buoi (le dita),
arava un bianco prato (la pergamena),
reggeva un bianco aratro (la penna)
seminava nero seme (l’inchiostro).

Ed è proprio l’indovinello veronese che mi è venuto irresistibilmente in mente leggendo il manoscritto di Giulio Marzaioli, In re ipsa, e chiedendomi che cosa significasse quel titolo latino che alludeva allo stare, all’essere nella cosa stessa. In re ipsa. Nella cosa stessa. La risposta mi venne quando lessi i seguenti versi:

L’inchiostro si annoda tra riga e pausa.
È una rete in cui riposa il nero,
quasi un nido se non fosse che la frase
vira in bianco sul foglio, non racchiude.

Essere nella cosa stessa significava forse, per Marzaioli, essere nella scrittura stessa? Ma il negro semen (l’inchiostro) che calava sul foglio per racchiudere qualcosa non riusciva tuttavia a racchiudere niente (vira in bianco sul foglio, non racchiude). Qualche pagina dopo il poeta parla addirittura di un ago che incide la carta, come se la carta fosse la carne del poeta, e, addirittura, della nervatura d’inchiostro sul foglio come se fosse la monta, una specie di coito, e la scrittura il piacere. Quindi un piacere in sé e per sé, al di là del fatto che la scrittura racchiuda qualcosa o non racchiuda niente. Ma forse la cosa è ancora più complicata. Continua a leggere “Per Giulio Marzaioli”