Giuliano Mesa

Ante litteras. Che cosa accade alle parole quando più nessuna parola viene pronunciata e intesa come se fosse vera? Che cosa accade quando il costume politicante di affermare e smentire con assoluta noncuranza rispetto a ciò che si afferma e smentisce è tanto invalso da non suscitare più alcuna sorpresa, tanto inverato da suscitare approvazione? Che cosa accade quando gigantesche ed evidentissime non verità tese a mobilitare consenso vengono in breve tempo smentite senza che il consenso si attenui? Perché nessun disvelamento riesce più a «scuotere le coscienze»? E se la non verità ottenesse consenso proprio perché tale e come tale percepita? Che cosa accade al linguaggio quando la verità gli è completamente sottratta? Quale balbettio ci rimane? Quale silenzio?

«Che cosa stai dicendo?» Sempre più spesso accade di dover sottoporre la propria lingua a complicatissime torsioni sintattiche e semantiche affinché una porzione minima, anche soltanto una parvenza del nostro discorrere, venga compresa. La lingua comune, sempre più spesso, necessita di apparati filologici ed ermeneutici, estenuanti glosse orali, affinché qualcosa del nostro esperire e sentire, del nostro provvisorio sapere, almeno per un breve tempo diventi comune, trovi un ascolto non meramente fàtico.

Verità, percezione. Due esperienze fondamentali dell’esistere sembrano scomparse: la verità, la sua percezione – esperienze fondamentali che hanno fondato l’esistenza, anche, delle opere d’arte, delle poesie. In molte esistenze (tutte?), l’«agire secondo verità» è ormai talmente individualizzato, talmente esclusivo rispetto a possibili criteri oggettivi e intersoggettivi, da escludere ogni possibilità di crisi, di frattura. Ripensamenti radicali, di sé e del mondo, sono diventati, letteralmente, impensabili. Sono consentiti adattamenti, «correzioni di tiro», affinché il bersaglio rimanga sotto mira, e il bersaglio è sempre più e soltanto il mantenimento o il consolidamento dell’identità ricevuta. Il ripensare è inscindibile dal reinterrogare le parole. Le parole sono sempre più scisse. Nessun avvenimento è più disvelante perché se ne rifiuta a priori la possibile minaccia a un equilibrio mitomaniacale, speculare alle attuali forme del dominio: si è ciò che si dice di essere, anche se non è vero, soprattutto se non è vero. Indistinzione, indifferenza, interscambiabilità. Le parole non hanno, davvero, più senso. Occorre esserne consapevoli, nell’interlocuzione, per non essere sottoposti a un permanente inganno nemmeno più considerato tale. Il linguaggio ci viene così inesorabilmente sottratto.

Responsabilità. «Là dove diminuisce l’intensità linguistica, diminuisce anche la responsabilità morale nei confronti della cosa». Questa frase, pronunciata da Adorno nel 1951, possiamo ancora leggerla senza considerarla un reperto archeologico, una curiosità, un aneddoto riguardante un modo del pensare, del pronunciare parole, da molti anni divenuto obsoleto?

Altri anacronismi. In quegli anni, dopo Hiroshima, Günther Anders cercava anch’egli parole adeguate alla «responsabilità morale» del linguaggio: «la mia immaginazione, il mio pensiero, la mia bocca e la mia pelle erano annichiliti dalla mostruosità del fatto». Secondo Anders, dopo il 6 agosto 1945, è accaduto «qualcosa di molto particolare» (i cui effetti, invece di attenuarsi, si sono estesi): «Siccome l’uomo ha visto l’enormità che i suoi strumenti sono in grado di causare e ha visto anche che questi enormi delitti gli erano permessi, ha preteso di poter fare le stesse cose che facevano i suoi strumenti.» Incapace di percepire l’orrore avvenuto e l’orrore possibile, incapace di immaginarlo perché superiore al suo immaginario, l’uomo cerca di adattarsi e di adeguarvisi imitandolo, producendo e consumando, soggettivamente, la sua quota di orrore, di indifferenza (nella sua palestra di atarassia, assume la sua dote quotidiana di horror).

Promessa di felicità? Ancora nel 1959 Ingeborg Bachmann poneva la poesia di fronte a una «responsabilità morale» ineludibile e ammutolente: «Esiste un dramma per il poeta, un dramma che solo nel nostro tempo è diventato palese: giacché il poeta ha davanti agli occhi tutta l’infelicità dell’uomo e del mondo, è come se sanzionasse questa infelicità, come se mancasse l’effetto voluto. Poiché il suo sguardo rivela tutta l’infelicità esistente, il poeta sembra ammettere l’idea che anche ciò che è trasformabile non sia trasformato». Eppure ostinandosi a non cedere, né al silenzio né all’adeguamento mercantile, ancora cercando «una poesia che dovrà essere affilata di conoscenza e amara di nostalgia se vorrà scuotere l’uomo dal sonno. Dormiamo, infatti, dormiamo per paura di dover percepire il mondo intorno a noi». Quarant’anni dopo, proporsi di «scuotere l’uomo dal sonno» indurrebbe a facilissime e saccenti ironie. Dopo aver rinunciato alla «responsabilità» delle parole, si è giunti alla «vergogna sociale» per chi si attarda in simili pensieri, per i sussulti, o i rigurgiti, di indignazione (e la «società dello spettacolo», se assunta come condizione immutabile, diventa un paradiso di irresponsabilità, un viatico, con gratifica di sedicente antagonismo, a un disincantato adattamento).

Orrore, horror. Tout se tient, nella comune identità di merce, e ogni conflitto si redime in godimento dell’esserci (una sorta di jouissance del Dasein, tra conversione neoliberista di certi feticismi d’oltralpe della testualità e gergo heideggeriano), estasi dell’esistente… Si può trovare buono, e persino commuoversene, proprio tutto, quando si ha, garantita, la certezza di poter restare sempre qui, prima della soglia di esclusione sociale. Per tenere al centro della vita, delle vite tutte, il paradigma del pulp mediologico, occorre, intanto, poterne «fruire» senza ansie di sopravvivenza. Il postmodern a-critico o pre-critico ha potuto esistere assumendo il punto di vista che la metropoli sia avanguardia, progresso già progredito: avamposto, protetto, dal quale osservare e descrivere il massacro altrove in atto come fase inevitabile… di quale percorso? Mentre gli avamposti si impinguano di monitor iperconnessi, in quel prima accadono sempre più soltanto eventi che nessuna teoresi sedicente rivoluzionaria, nessuna estetica post può, forse, sussumere, fagocitare, trasferire in gadget letterario o filosofico… Tanto si è estetizzato (con piacere, compiacendo) l’horror metropolitano, quanto più è diventato impronunciabile l’orrore (morte per fame, per esclusione, per repressione, per guerra, per devastazione ambientale: per miseria del corpo, non dello spirito).

Da dove parliamo? Assumere come proprio il «punto di vista» di chi subisce maggiormente il dominio è forse impossibile, e indurrebbe probabilmente – come induce ormai in tanti scrittori – a un «populismo esotizzante», anche ben remunerato. Occorre però non dimenticare da dove stiamo parlando, da quale condizione, da quale privilegio. Occorre non dimenticare la metafora lucreziana, il naufragio con spettatore studiato da Blumenberg, cercando di comprendere, anche, quali devastazioni psicologiche può causare l’assistere costantemente, e con quasi costante indifferenza, alle devastazioni in atto. Per quanto l’informazione sia diventata infotaintment, in qualche recesso della mente dovremmo ancora saper distinguere lo spettacolo della guerra dalla guerra reale, lo spettacolo della fame dalla fame reale, lo spettacolo dei poteri economici, finanziari e militari dalla realtà del loro annichilire i soggetti senzienti a sudditi consenzienti (che acconsentono rielaborando l’impotenza come volontà propria).
Aletheia: non dimenticare. La verità, nella parola greca, è non-dimenticanza, e Weinrich ce lo ricorda ponendo il problema dell’oblio come necessità dell’esistenza e come indispensabile strumento di contrasto all’eccesso di informazioni che diventa sempre più disinformante. Per sapere occorre saper dimenticare: a questa necessità siamo giunti, nelle società opulente di informazione, dove l’informazione decreta l’esistenza o l’inesistenza di uomini ed eventi. Mentre i negazionisti non si placano, e sono funzionali al processo di neutralizzazione della verità. Affinché nel presente nulla possa essere vero indipendentemente dal modo in cui qualcosa viene affermato o negato, anche il passato deve subire lo stesso trattamento, deve poter essere interamente falsificabile, devono poterlo essere soprattutto quegli orrori la cui memoria collettiva – comune, concorde – può ostacolarne la riproposizione come strumento di dominio, reale o fittizio secondo l’utilità. Vittime e sudditi dell’informazione, si è costretti a «revocare in dubbio» ogni accadimento. La mente vaga, ebete, in un tripudio di inesistenza. Dove tutto è finzione, la funzione dell’arte cessa davvero. Da Lautréamont a Debord, il «sogno» dell’arte che diventa vita si realizza nel suo rovesciamento: la vita è diventata arte, finzione (e certe pseudo-radicali autorialità collettive hanno sùbito mostrato la loro vanità identitaria, la pulsione principale: essere ri-conosciuti, accolti sul mercato della letteratura, più innocui che mai).

Formare. In una poesia del 1963, Amelia Rosselli scriveva: «il vero è una morte intera». Riflettendo sulla forma e la morte, su libertà e necessità nell’arte, scrive Antonio Moresco: «Non dobbiamo limitarci ad affermare che tutti moriamo, che ciascuno di noi morirà. Dobbiamo anche affermare che vogliamo morire, che vogliamo continuare a morire perché vogliamo poter continuare a vivere.» La rimozione della morte è anche rimozione della necessità, separazione della libertà dalla necessità, del desiderio dal bisogno, rimozione indispensabile in un mondo dove le necessità elementari del vivere potrebbero essere tutte soddisfatte e dove, invece, sempre meno lo sono, dove la sublimazione virtuale del desiderio è lo specchio necrotizzato di una libertà che si nutre di oppressione. A morire sono sempre gli altri. Non muore mai nessuno. Si esiste nella doppia rimozione della propria morte e di quella altrui: ogni esperire viene così annientato, tutto si annienta nella finzione di eternità che rende ogni esperienza irrilevante. L’horror rimuove costantemente l’orrore. Le merci, propriamente, non muoiono: scadono, diventano obsolete. Accettando che la propria vita e le proprie opere siano soltanto merci, che non possano sottrarsi a questo destino, la rimozione del morire è compiuta, negata l’unica certezza, la verità fondante. Quando non si muore più, nessuna vita ha più importanza, nessuna opera della vita. Sottrarsi? Tacere? Ma il silenzio è vero soltanto se taciuto. Se dalle «parole in libertà» è sorta quella modernità novecentesca che ha echeggiato e incitato il progredire al quale siamo giunti, se il lascito principale delle avanguardie è la consapevolezza dell’inevitabile farsi merce di ogni opera d’arte, della sua non verità, ancora libere possono forse essere soltanto le parole necessarie, quelle pronunciate come se la necessità di conoscere attraverso le parole, e attraverso le parole delle poesie, fosse ancora vera.

Ante litteras: a chi scriviamo?

 

Riferimenti

Theodor W. Adorno, Il concetto di filosofia, a c. di Christoph Gödde, Roma, manifesto libri, 1999
Günther Anders, Opinioni di un eretico, Roma, Theoria, 1991
Ingeborg Bachmann, Letteratura come utopia. Lezioni di Francoforte, Milano, Adelphi, 1993
Lucrezio, De rerum natura, II, 2: «e terra magnum alterius spectare laborem».
Hans Blumemberg, Naufragio con spettatore. Paradigma di una metafora dell’esistenza, Bologna, Il Mulino, 1985
Harald Weinrich, Lete. Arte e critica dell’oblio, Bologna, Il Mulino, 1999
Amelia Rosselli, Le poesie, a c. di Emmanuela Tandello, Milano, Garzanti 1997
Antonio Moresco, Il vulcano. Scritti critici e visionari, Torino, Bollati Boringhieri, 1999

 

 Giuliano Mesa

[in Ákusma. Forme della poesia contemporanea, Metauro, Fossombrone 2000, pp. 169-172]