Giuliano Mesa

 

Un legame che rendeva coessenziali il modo di esprimere un certo contenuto e la verità di quel contenuto sembra essersi spezzato. Non la verità intesa come assoluto (qualcosa di “sciolto”, di “separato”), bensì come funzione necessitante, reciproca, tra modo e il senso del dire. Una verità comportamentale – etica – nel pronunciare le parole: “dico questo perché davvero penso che possa essere così”, così stabilendo, con me stesso, con il mio pensiero, e con l’interlocutore, un rapporto fondato su un presupposto di verità. “Dire il vero”…
Questo legame – un legame sociale profondo, sopra il quale trascorrevano, mutando, i legami sociali di finzione, di superficie, che “regolano i rapporti” tra i poteri e i sudditi – sembra dunque definitivamente spezzato.

I poteri – economici, sociali e politici – soprattutto negli ultimi dieci anni, durante e dopo la guerra del Golfo, hanno cominciato ad affermare il loro dominio, e ad imporlo, non più soltanto, o soprattutto, attraverso le “tecniche” ben note, consuete, dell’occultamento e della falsificazione. Queste “tecniche”, erano anche, propriamente, forme linguistico-ideologiche, dotate di una coerenza interna, loro propria, e consentivano di usare il linguaggio come strumento di denuncia, di “controinformazione”, di critica. (Quello che hanno fatto le cosiddette neoavanguardie, è stato in parte possibile perché esistevano delle “tecniche” di potere, comprese quelle fondamentali dell’occultamento e della falsificazione, abbastanza perspicue, nelle loro forme linguistiche e ideologiche, da consentire il “disvelamento” e la critica della “falsa coscienza”).
I poteri, dunque, riescono ad imporsi senza più occultare, o meglio senza più mantenere l’occultamento se non nei termini minimi e nei tempi brevi, sempre più brevi, necessari ad avviare le macchine da guerra. E le macchine propagandistiche che devono metanarrare, ostentano sempre più, nelle fasi di avvio delle guerre, una “retorica” di per sé incredibile.
Le metanarrazioni onniesplicanti, teleologiche, sono finite da tempo, lo sappiamo. Sembra essersi tuttavia accentuato il bisogno di metanarrazioni “puntuali”, sostituibili anche il giorno dopo, smentite dai poteri stessi il giorno dopo, ugualmente però accolte dal “pubblico”, dai “sudditi”, ogni volta come vere, pur nella consapevolezza diffusa che vere non sono. E se ne blatera instancabilmente. La narrazione – la cronaca – di avvenimenti innegabilmente avvenuti, e la “rivelazione”, da parte dei poteri – a distanza di tempo, sempre meno tempo – delle loro responsabilità, non suscitano invece nessuna reazione apparente.
Alcuni anni fa, forse cinque, si venne a sapere, attraverso gli archivi della CIA, che la CIA stessa aveva partecipato attivamente alla strage di Piazza Fontana. Dopo venticinque anni, il potere confermava il vecchio slogan: “siamo Stato noi”, e non accadde nulla. Nessuna indignazione. Né venne chiesto di consegnare all’Italia i terroristi della CIA, eventualmente minacciando, in caso di rifiuto, l’invasione degli Stati Uniti, rei di proteggerli. Rispetto ai fatti dell’11 settembre – e l’11 settembre è l’anniversario del colpo di stato in Cile, organizzato, com’è noto, nel 1973 dai militari cileni appoggiati dalla CIA – la memoria è andata immediatamente al settembre del 1990, quando il governo degli Stati Uniti decise di “arrestare” Noriega, notissimo narcotrafficante e allora presidente di Panama su “mandato” statunitense (poiché Noriega, come Osama bin Laden, era stato un uomo della CIA – sempre che bin Laden abbia davvero smesso di esserlo, un uomo della CIA). Con l’occasione, i militari statunitensi sperimentarono quello che poi divenne famoso come “aereo invisibile”, e rasero al suolo un intero quartiere periferico di Città del Panama, uccidendo migliaia di civili. Non accadde nulla: nessuna indignazione, e nessuna minaccia, ovviamente, da parte del Panama, di bombardare gli Stati Uniti.
C’è un’ evidenza che non si vuole vedere. I morti, le vittime, non li si vuole vedere. Né quelli del Cile e di Panama, né quelli di New York, dei quali già non parla più nessuno. La commozione posticcia, di circostanza, del “pubblico” è diventata in fretta compiacimento per aver potuto “assistere a un evento epocale”.
Eppure, l’evidenza rimossa della verità e della non-verità produce i suoi effetti. A non voler vedere, si diventa ciechi. Rimane un grumo di oscurità circondato da bagliori effimeri. A non pensare né pronunciare più “parole vere”, rimane un grumo di silenzio cupo, sempre più innominabile, assordato da logorree sempre più fragorose: pur di non sentirlo, quel silenzio…
In chi accoglie come se fossero vere le metanarrazioni effimere e logorroiche, sembra re-agire la necessità di non voler riconoscere la pervasività del “meccanismo” che ha spezzato il legame tra linguaggio e verità. Devastati, si teme forse che questa agnizione sia ancor più devastante.
L’agnizione non riguarda le verità in sé, le singole verità dei singoli accadimenti. Queste verità vengono pronunciate dai poteri stessi, sempre più a ridosso dei fatti metanarrati mentendo, o simultaneamente ad essi, ché i poteri non temono più alcuna “denuncia”, alcun “disvelamento”.
L’agnizione, il ri-conoscere, riguarda il rapporto tra verità e linguaggio. Riguarda le forme.
Riguarda dunque gli scrittori, che delle forme si vogliono custodi e innovatori. Riguarda il fingere degli autori di fiction. Alcuni dei quali possono fingere di credere che questo problema non esiste o che è sempre esistito. Fingere, perché non c’è più nessuna “verità occulta” che possa giustificare la “complicità involontaria”, nessuno potrà dire “non sapevo”.
Altri potranno brandire il relativismo, negando che esistano fatti ed affermando che esistono, invece, soltanto molteplici interpretazioni, fingendo di non vedere che questo relativismo coesiste, complice, con l’assolutizzazione di poteri che si impossessano di tutto, di tutta la vita e di tutte le vite, con sempre più parossistica necrofagia. Affinché possa esistere una pluralità, o un “conflitto”, di interpretazioni, deve esistere il riconoscimento, accomunante, anche linguisticamente accomunante, di un evento, la cui verità non sia indifferente, ineffettuale. Il trionfo del relativismo, dell’ermeneutica senza “oggetto”, non casualmente ha coinciso con la “relativizzazione” dell’evento più di ogni altro accomunante, e accomunante nel dolore, e nel silenzio, nell’estrema difficoltà di pronunciare parole. Dopo Auschwitz, più nessuna parola è rimasta intatta. Solo il silenzio sembrava possibile. Ma quel silenzio era anche un enunciato, condiviso, che diceva di un orrore ammutolente, che imponeva di ricominciare a parlare senza poter rimuovere, relativizzare, negare. Quel silenzio fondava un rapporto etico tra verità e linguaggio, costituiva un legame.
Adesso, la negazione degli eventi avviene attraverso un frenetico e fragoroso mentire e smentire, e insieme, ancor più, attraverso l’affermazione ineffettuale della verità. Non c’è più un silenzio accomunante. Lo stesso evento può essere pronunciato, e nella stessa forma, da chi ha subito e da chi ha inferto, senza che nulla accada se non il già accaduto. Non ci sono più parole accomunanti. Ogni parola dev’essere ripronunciata, riconnotata. Gli scrittori lo hanno sempre fatto. Devono farlo, adesso, nella consapevolezza di questo ulteriore, estremo svuotamento, sapendo che non basta riconnotare, che occorre anche, costantemente, riconnettere, legare: cercare forme…

 

 Giuliano Mesa

 

[in: Scrivere sul fronte occidentale, a c. di Antonio Moresco e Davide Voltolini, Feltrinelli, Milano 2002]