Giuliano Mesa

Ascolto. Una delle caratteristiche dell’uomo “occidentale”, opulento e mediatico (e opulento, ricordiamolo, anche nella sua relativa povertà, rispetto alle povertà estreme sofferte dalla maggioranza degli uomini d’oggi) è la logorrea: un “flusso di logos” che sembra ormai refrattario ad ogni astringente (ed anzi: l’internet ha s-frenato anche le inibizioni residue). Che questa logorrea sia la negazione in atto dell’ascolto, è evidente. Ma è anche negazione in atto dell’ascolto interiore, che vuole silenzio. È, non di rado, nevrotica richiesta di attenzione. Di fronte a un logorroico ci si chiede: perché costui non sa ascoltarsi? perché è incapace di prestare attenzione ai suoi pensieri e pretende in modo così aggressivo un’attenzione altrui che, non potendo essere posta sul dire, essendo quel dire uno sproloquio, viene posta sul dicente? A volte, è come se i logorroici chiedessero: “aiutami a tacere, aiutami a pensare, aiutami a non aver paura della mia mente, della mia vita”.
Per ascoltare, bisogna, prima, imparare ad ascoltarsi, a lasciarsi pensare. Così, forse, si potrà poi ascoltare altri senza sùbito agire difensivamente, opponendosi o sovrapponendosi, polemici o fagocitanti. E’ più difficile di quanto si possa credere.
Sarà l’età che avanza, ma ormai non riesco più ad ascoltare chi parla senza aver prima ascoltato se stesso. Né chi parla senza aver dedicato molto del suo tempo ad ascoltare gli altri, il mondo, nel tempo e nello spazio. Non appena mi accorgo che il parlante, o lo scrivente, vuole soltanto imporre la sua presenza attraverso i suoi “atti di parola”, smetto di ascoltare, poiché da tali parole non potrò imparare nulla, se non a sapere, ancora, che molti, troppi, parlano senza aver da dire null’altro che il loro “ecce ego”.
Ma ascolto con estrema attenzione chi non ha potuto ascoltare, né se stesso né altri né il mondo, perché oppresso da necessità primarie. Cerco di non dimenticare mai che la possibilità di ascoltare, di pensare, di conoscere, è un privilegio di pochi, nel nostro tempo.

Ricerca. Chi ascolta sta cercando. La poesia “di ricerca” dovrebbe essere la poesia che cerca di conoscere e di esprimere, ascoltandosi e ascoltando, cercando con infinita pazienza (con pathos) le forme, le parole che possano nominare questo conoscere. Scrivendo a chi? A noi stessi. Non compiendo quel passo autoritario che consiste nello scrivere per – per i lettori, per i discenti. Se il destinatario non è distinto dal mittente (e scusatemi per questi termini da vecchia linguistica), ogni destinatario potrà, forse, essere anche mittente, ascoltando non la volontà di dire di qualcuno ma l’oggetto del dire, il dire stesso – quelle parole in quelle forme. Non è forse questo che accade quando si ascoltano, ad esempio, Dickinson, Celan, Rosselli? Soltanto ascoltandosi li si possono ascoltare, soltanto compatendo (con pathos) la loro “ricerca”.
Che cosa accade, invece, quando si leggono i “ricercatori di professione”? Spesso, non accade nulla. Uno degli equivoci principali di tanta “ricerca”, è la pretesa di fare del lettore una cavia per sperimentare certe ipotesi di accrescimento della consapevolezza, critica o estetica (“sensoria”), attraverso un certo uso di forme e linguaggi. Ancora negli anni Settanta e Ottanta c’era chi pretendeva di infilare il “fruitore” dentro un qualche laboratorio per studiarne le reazioni. Quanta presunzione e violenza possa esserci in questo, è inutile dire. Ora, molta poesia “di ricerca” che cosa è stata se non pretesa di docenza attraverso la poesia? Sembrava che l’autore dicesse: entra in quest’opera e potrai scoprire come sono intrisi di ideologia i linguaggi della comunicazione quotidiana o dei media o dei poteri; entra in quest’opera e potrai scoprire come la tua mente sia vittima di condizionamenti e troverai il modo di liberartene. Tutta questa presunzione scientista (anche i “rivoluzionari” lo erano, per “scienza della storia”) ebbe il suo fulgore, non a caso, durante quella che gli economisti chiamano “la trentina gloriosa”, gli anni dal 1945 al 1975 – quelli, insomma, della “ricostruzione”, del “boom”, del “miracolo economico”, quando, in quella parte di mondo che andava ingrassando a vista d’occhio, sembravano rinascere le “magnifiche sorti e progressive”. Quell’ubriacatura “neocapitalista” (ben inteso: quel capitalismo era premessa indispensabile al sorgere del comunismo prossimo venturo) indusse a rimuovere in fretta gli orrori da pochissimo tempo accaduti (Auschwitz, Hiroshima…) e, poi, a non vedere gli orrori in atto e quelli che, finito il trentennio “miracoloso”, diventeranno innumerevoli con l’affermarsi del capitalismo “globale” (ben inteso: per certi inossidabili ideologi anche questo nostro tempo è soltanto un’indispensabile premessa al tempo paradisiaco che verrà, ché il capitalismo globale prelude al comunismo globale).
Ma le teorie e le poetiche (innumerevoli) sulla “poesia di ricerca” (e la prosa e la musica e le arti visive) sarebbero state anche “ascoltabili” se il loro dire non fosse quasi sempre stato un mentire sapendo di mentire. Poiché gli scopi – e gli anni lo hanno dimostrato – erano la fama, il potere, qualche volta il denaro (non sempre soltanto perché “le poesie non danno pane”). Di questa “falsa coscienza” è intrisa anche la maggior parte, la parte più “visibile”, dell’attuale “poesia di ricerca”.

Verità etica. Ne ho già scritto (rimando a “Frasi dal finimondo”, nel volume Ákusma, e a “Dire il vero”, in Scrivere sul fronte occidentale). “Verità etica” è un sintagma forse un po’ troppo austero, o addirittura pomposo. Si potrebbe anche dire: “sincerità”. L’ostacolo principale al dialogo non è la diversità di opinioni ma il “comportamento” (l’etica, appunto). Non può esserci dialogo con chi parla sempre e soltanto avendo in mente certi suoi fini (secondi, che poi sono primi), che agisce sempre secondo tattiche e strategie, opportunità e convenienze – mentendo, sempre. Sembra che tutti parlino con tutti sapendo, tutti, di avere dei “secondi fini” (che sono i primi). Alla “spudoratezza” del dire chiaramente quale sia il fine vero, ancora non si arriva (e ci si era quasi arrivati, al tempo della prima guerra del Golfo Persico). Gli scopi e i “valori” dichiarati devono ancora essere: libertà, giustizia, democrazia, verità, onestà, solidarietà ecc.. Ciò che accade nell’àmbito dei poteri economici e politici e mediatici, accade anche in quello della cultura, e in quello della poesia: sempre più spesso, con sempre maggiore spudoratezza nel mentire.

Giuliano Mesa

[in: Aa.Vv., Dialogo a più voci. Poesia di ricerca e poesia di risultatoE-dizioni Biagio Cepollaro, 2007, pp. 22-24]