Mese: maggio 2012

Laura Pugno, La mente paesaggio (Perrone, 2010)

di Renata Morresi 

 

La mente paesaggio è un poema in cinque movimenti, cinque sequenze animate da un impulso compositivo unitario, di volta in volta rifratto in diversi scenari dove una perdita primaria è esplorata attraverso procedure simboliche di grande nitore e l’identificazione isomorfica con l’ambiente naturale: “porta forme di pane / accanto alla riva del fiume / cotto in cerchi, / non raffermo, spàrgilo – // corda sacra, / stringi / il torso fino a fare male // il corpo strofinato col sale / immerso nell’acqua.” (81) Continua a leggere “Laura Pugno, La mente paesaggio (Perrone, 2010)”

[Nota su Marco Giovenale]

 Nanni Balestrini

[…] Giovenale installa i suoi prelievi linguistici nei percorsi di una percezione giostrata ai limiti dell’indicibile. Ma un’altra posta è in gioco. Il suo testo più ampio immerge in una parabola definita da margini mobili imprevedibili ma sempre decifrabili, giustificati. Sondaggio trasversale delle Memorie di Albrecht Dürer, disarticolazione e compressione di tessere che srotola un mosaico brulicante di percorsi città villaggi facce persone paesaggi ma soprattutto oggetti: quattro frecce di canna, un corallo bianco, cinque gusci di chiocciola, una borsa di cuoio, vesciche vuote, di calce, due pesciolini essiccati…
Wunderkammer dell’Europa che dopo l’America scoperta trasforma la sua percezione estetica in valore economico: il prezzo dell’oggetto, il suo commercio, l’accumulo delle merci, l’accumulo dei capitali. La prospettiva del rinascimento si sfalda, un altro immaginario lampeggia, un nuovo mondo si prepara a insorgere, a dominare, a frastagliare la realtà in entità commerciabili. E lucidamente il procedimento verbale del testo ne mostra e dimostra la parabola, la incarna irrimediabilmente.

[testo introduttivo alla sezione dedicata a Marco Giovenale dell’antologia del Premio Delfini 2009, Poesie dell’inizio del mondo, a cura di N. Balestrini e P. Caselli, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, 2009, pp. 69-70]

Come si fa a essere Ottonieri

Rino Genovese

Ma come si fa a distinguere un libro importante da un libro che importante non è, o è ciarpame, mero distillato di show televisivo, liquido bariccato da vendere poi appiccicando manifesti agli angoli delle strade? Semplice. Un giro di frase trito, una sintassi da medie inferiori neppure fatte troppo bene – periodetti brevi, così, per acchiappare il gonzo –, idee scemotte e tanta narratività che piace e conforta (ah, le storie, il cacciaballe che le racconta, la gente che le beve…). Invece, dall’altro lato, una sintassi che si distende e raccorcia seguendo il pensiero, una narratività non feticizzata ma sotto controllo, con ritmi, tonalità, immagini che ritornano al momento giusto, effetto di una sostanza emotiva che sa diventare geometria… Semplice, sì, ma sul piano della Letteratura1, cioè di quella letteratura che in Italia ci rende sempre tutti un po’ manzoniani. Da tempo sappiamo, però, che esiste anche una Letteratura2. Quella roba che quando la leggi non la capisci. Non è che non se ne colga il senso al primo colpo (questo può capitare anche con la 1): proprio non capisci la sintassi ondosa o contratta, la frase interrotta o sciorinata, le scelte lessicali, persino la punteggiatura e l’ortografia: tutto diverso da quello che ti hanno insegnato a scuola. Continua a leggere “Come si fa a essere Ottonieri”

Il cinismo estetico di Alessandro Broggi

Antonio Loreto

 Alessandro Broggi, presente in diverse antologie e in volumi collettanei, è autore di quattro plaquette nonché di una delle sezioni di Prosa in prosa, il “fuoriformato” di Le Lettere (se n’è parlato sul “verri” n. 43) che nel 2009 radunava parte del lavoro non in versi dei sei curatori del sito di ricerca artistica e letteraria <gammm.org>: Gherardo Bortolotti, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Andrea Raos, Michele Zaffarano, e appunto Broggi[1]. Per il quale la prosa non è solo una delle due forme di scrittura da praticare (l’altra è la quartina, come in Total Living, del 2007, e come in questo Coffee-table book, uscito alla fine dell’anno passato per la collana “Inaudita” di Transeuropa), ma è piuttosto l’orizzonte estetico di riferimento, al di là delle forme. Perché infatti all’autore ciò che interessa è la dimensione estetica orizzontale, lo schiacciamento di tutte le punte espressive, la riduzione a zero del tropo complessivo della scrittura letteraria, allo scopo di scagliarsi non tanto (o non soltanto) contro la poesia più tradizionale quanto contro l’uso comune corrente massmediatico del linguaggio, secondo l’attitudine critica del primo Balestrini, esplicitamente delineata con lo scritto Linguaggio e opposizione. Secondo quell’attitudine, certamente, ma anche secondo un opposto vettore: Continua a leggere “Il cinismo estetico di Alessandro Broggi”

Nel corpo della poesia. Recensione a "Le qualità" di Biagio Cepollaro

Giorgio Mascitelli

Biagio Cepollaro ha evidenziato nel corso degli anni una crescente sobrietà nel ricorso alla sua pur fornitissima cassetta degli attrezzi poetici. Tale rarefazione non  funziona  soltanto come una sorta di rasoio di Occam poetico in favore di un stile sorvegliato, ma è una ricerca dell’essenzialità come finalità etica ed estetica del suo fare poetico. Da questo punto di vista l’ultima raccolta Le qualità (Roma, 2012, La camera verde, euro 20) rappresenta un ottimo esempio:  si tratta di poco meno di un centinaio di brevi poesie divise in quattro sezioni più una introduttiva, che mettono cavalcantianamente in scena il corpo  del poeta come personaggio  della poesia. Il corpo con questa mossa  è il soggetto delle immagini e dei discorsi e contemporaneamente è l’oggetto del commento lineare quasi fenomenologico della voce enunciante in uno spazio che potremmo definire, specie nelle prime due sezioni, di sospensione, nel senso di epoché,  del contesto psicologico e invece meticoloso nella definizione delle dinamiche materiali: si capisce che vi è stata una rottura gravosa, difficile di un rapporto di coppia ( ora ci si pente di quella confusione/cellulare e si vorrebbe che il confine fosse/ stato  poco osmotico….) che viene evocata con  precisa elencazione degli stati d’animo provati senza ridondanze emotive( per es. la serie delle poesie sull’odio) e un successivo movimento ascendente riportato in maniera altrettanto rigorosa. Questa quasi asettica compostezza (il corpo si rende conto che senza secernere un po’/di gentilezza non offre spazio né accoglimento/in cui l’umano possa trar conforto dallo specifico/delle sue peregrinazioni: è come se uno dovesse/simulare l’arco aperto del porto che ferma/ il mare ma che non trattiene tempesta o male /ma lui non può:…) non significa naturalmente che l’autore di Scribeide si sia convertito all’ècole du regard, bisogna invece leggerla alla luce di quello che è il metatema sotteso a tutto il percorso poetico di Cepollaro: il tentativo di dar conto dell’esperienza, che non può che essere personale, senza cedere alle lusinghe dell’uso dell’io poetico, sentito come potenziale vettore di consolazioni narcisistiche e di manierismo poetico. Ora si capisce che incontrando l’esperienza un tema ad alta tendenza lirica come  quello della caduta e della salute d’amore, Cepollaro confidi solo nell’oggettivazione più rigorosa per non incappare nei tranelli dell’io poetante.

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Di certe cose, che dette in prosa si vedono meglio (postfazione a "Prosa in prosa", Le Lettere 'fuoriformato', 2009)

Antonio Loreto

(“vero e probabile è che si dica di più in prosa che non in poesia”, A. Rosselli)

 

1. A cavallo del 1870, uno scrittore poco più che ventenne, francese ma nato in Uruguay, intitola le proprie opere – tutte in prosa – Chants e Poésies e un poeta anche più giovane, nato e cresciuto nelle Ardenne, chiama una sua prosa Sonnet. Nel 1913 un francese di origine svizzera e anni ventisei, pubblica la Prose du Transsibérien et de la petite Jeanne de France, lungo poema in versi. Mezzo secolo e una trentaduenne italiana, nata per il fatto storico a Parigi e linguisticamente prima trans- che cis-alpina, spaccia per metrico uno spazio costitutivamente prosastico (e stabilisce quali suoi ideali formali, al di sotto della contraddizione, il sonetto e la prosa).

Questa scorciata parabola delle imposture metonimiche che prosa e poesia si sono scambiate talvolta, caratterizzata da una gravitazione elastica intorno a Parigi e dal progressivo allontanamento dall’estrema giovinezza (biografica e tematica), per ora finisce qui, in questa antologia di trentasei-quarantaduenni italiani imbevuti di cultura globale – ma francese, fra le straniere, in particolare – che mettono sulla pagina quadri di vite, di opinioni, di osservazioni adulte (per misurare differenzialmente questo dato si rilegga il prato 147 di Inglese) e intellettualmente avanzate (rimando a Bortolotti), entro una matura assunzione di responsabilità supergenerica. Con quella impostura si gioca ancora, per la verità, dicendo “prosa” dove si attenderebbe “poesia”; ma si tratta di un gioco di riordino, per restituire a entrambe il corretto statuto convenzionale. Dunque Prosa in prosa. Continua a leggere “Di certe cose, che dette in prosa si vedono meglio (postfazione a "Prosa in prosa", Le Lettere 'fuoriformato', 2009)”

Riti del fraintendimento. Rappresentazione e figurazione in Luigi Ballerini

Italo Testa

Esponente tra i più versatili e raffinati della poesia avant-garde, saggista poliedrico e traduttore, Luigi Ballerini, nelle sue oscillazioni intercontinentali, mette in dialogo dimensioni distanti, abitando uno spazio la cui configurazione deriva decisamente dall’incontro tra la poesia del Novecento e l’arte contemporanea. Non solo Ballerini ha curato mostre d’arte e collaborato spesso con artisti – Marco Gastini, Paolo Icaro, Eliseo Mattiacci, William Xerra,  Lawrence Fane. Nella poesia di Luigi Ballerini è presente anche una critica della rappresentazione che sembra maturata nel confronto con le avanguardie artistiche del Novecento. Una critica alla concezione meramente referenziale  e rappresentativa della pratica artistica: all’idea che l’arte in generale, e quindi la poesia, dovrebbero limitarsi a rispecchiare il mondo. E’ un aspetto del lavoro di Ballerini che va interrogato nella sua peculiarità, nel duplice rapporto con il problema dell’immagine e il problema della figurazione. Come intendere la critica del rappresentazionalismo? Si tratta di un divieto dell’immagine, estrema filiazione del divieto biblico dell’idolatria? E’ in gioco il tentativo di fare una poesia a-figurale, radicalmente astratta? Continua a leggere “Riti del fraintendimento. Rappresentazione e figurazione in Luigi Ballerini”

Recensione a Franco Buffoni, "Guerra" (Mondadori 2005)

Stelvio Di Spigno

Bisogna ammettere un certo sgomento rispetto a un libro dall’ampiezza colossale come Guerra di Franco Buffoni, ultimo lavoro poetico di un autore che nell’ultimo decennio è cresciuto più notevolmente che nei tre o quattro precedenti di pratica poetica. «Guerra» è argomento principe dei nostri giorni. Quello che analizziamo, invece, è un libro di circa duecento pagine di testi poetici, Continua a leggere “Recensione a Franco Buffoni, "Guerra" (Mondadori 2005)”