Recensione a Franco Buffoni, "Guerra" (Mondadori 2005)

Stelvio Di Spigno

Bisogna ammettere un certo sgomento rispetto a un libro dall’ampiezza colossale come Guerra di Franco Buffoni, ultimo lavoro poetico di un autore che nell’ultimo decennio è cresciuto più notevolmente che nei tre o quattro precedenti di pratica poetica. «Guerra» è argomento principe dei nostri giorni. Quello che analizziamo, invece, è un libro di circa duecento pagine di testi poetici, tenuti insieme solo da quel grumo di sangue che sale alla testa quando si ritrova il diario di un genitore deportato, o la molteplicità delle derive della Storia e delle sue vittime. Buffoni sa bene di che parla, perché si mette dalla parte dei torturati e dei pezzenti, senza prenderne le distanze, ma senza neanche il patetico intento di “sporcarsi le mani”, foglia di fico di chi le mani, con la pratica accademica  della Storia e della Letteratura, le ha tenute sempre ben lontane dalla vita reale e da quella ipostasi minimale della Storia con «s» minuscola che è la strada. Le sensazioni lanciate dai singoli testi oscillano tra due polarità: la freddezza glaciale che deve misurarsi e tenersi in linea climatica con l’episodio narrato, e la pietà quasi fanciullesca (tipica e consustanziale a Buffoni) che cerca di non lasciarsi sorprendere dalla crudeltà del narrato testuale. Gli episodi felici di questo libro sono innumerevoli. È improbabile tracciare una mappatura plausibile di ciò che volontariamente va a perdersi nei moltiplicati bassifondi dell’orrore. Si può invece segnalare una speciale dose di autocontrollo rispetto all’assunto oggi dominante, dalle veline alle enciclopedie di geopolica: che il Caino che ritorna da sempre è un essere repellentemente invasato da fanatismi religiosi di ogni svariata tribù monoteista. Se essere senza peli e in posizione eretta, fino a prova contraria, è segno di differenza ontica dell’uomo rispetto al creato, l’unica prova di questa differenza può essere solo la pietà. Anche le tenerissime tartarughine del testo omonimo, se mangiano carne, diventano feroci. Questo atteggiamento è onesto e, confesso, sorprendente per un radicale di ferro come Buffoni. Ed è forse questo il dato illuminante del libro. Buffoni mantiene basso lo sguardo fino al limite dell’ombra della cattiva coscienza. Racconta in una prosa poetica che sa essere, come mai in precedenza, elastica e compatta, ciò che un nipote o un prossimo cronista dovranno per forza conoscere per tramandarlo. Il silenzio divino è reale, ad altezza di arteria vitale, anche se nei versi esso presume il bambino che dopo la Prima Comunione non perdonerà mai a Dio di non esistere. Capronismo abbrutito? Direi di no. Il contrappeso sta nel pasoliniano epitaffio (o necrologio) Alla Costituzione Italiana, dove elegia e sarcasmo, finezza interlocutoria e messa in ridicolo della nostalgia di un paradiso della Tecnica sulla terra, fanno a gara per lasciarsi scongiurare a vicenda. Tre secoli di civiltà cominciata con Monsieur Voltaire stanno deflagrando nella necrosi del consumo coatto e nelle galere degli schermi ultrapiatti, e finalmente il Buffoni di Guerra ce ne parla. Ma tutto poi, si sa, «finisce in poesia». Speriamo non proprio tutto, a questo punto. La pietà dovrebbe sempre trovare un compromesso con chi pensa di poterne fare a meno.

Stelvio Di Spigno

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