Laura Pugno, La mente paesaggio (Perrone, 2010)

di Renata Morresi 

 

La mente paesaggio è un poema in cinque movimenti, cinque sequenze animate da un impulso compositivo unitario, di volta in volta rifratto in diversi scenari dove una perdita primaria è esplorata attraverso procedure simboliche di grande nitore e l’identificazione isomorfica con l’ambiente naturale: “porta forme di pane / accanto alla riva del fiume / cotto in cerchi, / non raffermo, spàrgilo – // corda sacra, / stringi / il torso fino a fare male // il corpo strofinato col sale / immerso nell’acqua.” (81) Di questa relazione originaria nulla ci è consegnato: il libro sembra testimoniare proprio il lento processo di mediazione messo in atto per onorare il legame e ammettere il suo scioglimento. Per l’eroe mitico che dà il titolo alla sezione centrale, Gilgamesh, riaversi dal trauma dell’aver perso chi si è amato comporta inizialmente smarrire se stesso, partire, andarsene lontano. “Trasferirsi” altrove è ancora una strategia psichica funzionale, se è vero che il trasfert è l’occasione per lasciar emergere un conflitto, un nodo emotivo, un desiderio sepolto sotto nuove spoglie, ovvero per elaborare il trauma in una scena terapeutica che ne permetta la liberazione. Il trauma, dunque, in quanto tale, è indicibile e imprendibile: il suo impatto sta proprio in tali latenza e fuggevolezza, nel suo rifiuto a farsi collocare. Esso lascia chi rimane a chiedersi “se in una scatola sei gatto vivo / o morto se in una scatola / tu esisti ancora” (9).

In questa opera di riappropriazione di un luogo possibile, la poesia de La mente paesaggio esplora spazi fisici estremi, altamente allegorici, alternativamente modulati su diversi gradienti di chiuso e di aperto e sulla ricorrente figura della circolarità. La conchiglia, l’isola, il bosco, il cranio, l’igloo, il sasso, la banchisa sono alcuni dei “mindscapes” su cui di volta in volta si dilata, dilegua, ricompone e materializza il “tu” che si aggira in queste pagine, inerme vivente, leggerissimo ma esatto. Quasi un “io” che, come una voce al lato della testa, parla del proprio disperdersi. Sin dalla prima poesia del libro Pugno invita a immergersi in tale fluidità: “tu-io sei quella che rimane / corpo quasi identico / visibilità estrema del da te / non visto, / non per anni / come per naturalezza viene il vento / a muoverti le foglie / nella mano.” (7) In un disegno di grande compiutezza e controllo determinanti sono l’assetto del bianco, del silenzio, l’equilibrio tra parola scritta e spazio della pagina, la sospensione data dalla spezzatura, le minime ma decisive deviazioni grammaticali e lessicali (“hai messo luminoso”, 71, “accètta adesso, che s’incompleti”, 11). Le variazioni di questa lingua limpida e rastremata sono composte lungo traiettorie dischiuse da una serie di simboli ricorrenti, che sovente attingono al misterico femminile e lo rinnovano senza compiacimenti. La perla, ad esempio, che sia nella simbologia cristiana che nella gnosi è associata alla resurrezione, all’anima che ricresce come embrione nel corpo materno, qui ritorna assiduamente come nocciolo solido e splendente, cuore di una saldezza preziosa che addita al resistere e al rinascere.

[già apparsa in «Punto. Almanacco della poesia italiana» 2, 2012, Puntoacapo, Novi Ligure]

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