Mese: giugno 2012

Gilda Policastro, Antiprodigi e passi falsi (Transeuropa, 2011)

di Renata Morresi 

Se i progressisti pensanti in Italia si liberassero del timor panico dinnanzi la poesia certi testi degli Antiprodigi e passi falsi potrebbero essere ben usati come manifesti di denuncia, vessilli di una presa di coscienza personal-politica, ad esporre l’impasse patriarcale, suprematista e gerontocrate in cui versa il bel paese e a rivendicare forme della vita meno incatenate. Continua a leggere “Gilda Policastro, Antiprodigi e passi falsi (Transeuropa, 2011)”

Recensione a Francesca Matteoni, "Tam Lin e altre poesie", Transeuropa 2010

Niccolò Scaffai 

Esce, nella collana “Inaudita” di Transeuropa, la nuova plaquette di Francesca Matteoni,  che prende il titolo da uno dei componimenti finali, Tam Lin, a sua volta ricavandolo — si legge nelle note conclusive — dal nome “del protagonista di un’omonima ballata tradizionale scozzese, rapito dalle fate e riscattato da una ragazza umana”. L’onomastica esotica e fiabesca collega Tam Lin all’opera precedente di Francesca Matteoni, la serie di Higgiugiuk la lappone, accolta all’inizio del 2010 nel Decimo quaderno di poesia contemporanea curato da Franco Buffoni. Nonostante la vicinanza cronologica delle due pubblicazioni e la comune appartenenza delle figure eponime a un remoto immaginario nordico, notevole e la distanza formale e tematica fra i versi di Tam Lin e quelli di Higgiugiuk. Continua a leggere “Recensione a Francesca Matteoni, "Tam Lin e altre poesie", Transeuropa 2010”

Qualche anno luce e zone entropiche: Sulla poesia di Durs Grünbein e Guido Mazzoni

Gianluca D’Andrea

  Dai territori della poesia europea, culla di un Occidente frantumato nelle sue derive solipsistiche di origine novecentesca, incastrato tra un’immensità immaginifica e virtuale e il microcosmo degli eventi quotidiani che, proprio nella loro esibita insignificanza, mantengono l’ambivalenza dell’accensione minimale in un contesto di noia e routine esacerbanti, proprio nel rischio che questa morsa stritoli il soggetto consapevole di una fine sempre avvenuta, è doveroso constatare, e lo faremo attraverso l’ausilio di due esempi macroscopici, in che modo sia possibile non rassegnarsi alla scomparsa dell’umano nell’inferno della tecnica e dell’informazione o nel paradiso del minimalismo rassicurante e Continua a leggere “Qualche anno luce e zone entropiche: Sulla poesia di Durs Grünbein e Guido Mazzoni”

Recensione a "Poesia contemporanea. Decimo quaderno italiano", a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2010)

Niccolò Scaffai

C’è almeno un tratto che accomuna la serie dei quaderni italiani, curati da Franco Buffoni, giunti quest’anno al decimo volume: ed è la selezione di autori anagraficamente vicini, sì, ma ognuno dotato di una propria voce ben distinguibile e già modulata, senza velleità generazionali. Per questo non sembra sufficiente evocare categorie come quella di ‘poesia giovanile’ o di ‘giovane poesia’, che pure godono ancora di una loro fortuna: basti pensare alla recente (2009) Il miele del silenzio. Antologia della giovane poesia italiana, curata da Giancarlo Pontiggia per Interlinea edizioni.

Sono sette i poeti del decimo Quaderno, ciascuno introdotto da un critico o da un autore noto: Corrado Benigni (presentato da Mario Santagostini), Andrea Breda Minello (da Maria Grazia Calandrone), Francesca Matteoni (Fabio Pusterla), Luigi Nacci (Lello Voce), Gilda Policastro (Aldo Nove), Laura Pugno (Cecilia Bello Minciacchi), Italo Testa (Umberto Fiori). E sì, sono ‘giovani’ – almeno secondo i parametri della società italiana contemporanea – essendo nati negli anni Settanta. Ma si sottraggono alle ambizioni provvisorie che spesso il Novecento ha associato ai cosiddetti giovani, per esprimersi già ognuno con un proprio stile, più o meno sicuro, magari ancora in cerca di un centro ritmico, di un preciso equilibrio formale. Ma per tutti si può parlare di uno stile indubbiamente originale. Ne è una riprova, come vedremo, la capacità di far intravedere in filigrana la traccia di grandi maestri novecenteschi, senza con ciò forzarsi all’imitazione e al falsetto. Anche per questo, nessuno dei criteri che spesso tengono insieme un’antologia (vicinanza di stile, provenienza geografica, appartenenza di ‘scuola’, ecc.) sono qui attivi. Del resto, forse non si deve nemmeno parlare di ‘antologia’, perché il Quaderno contiene di fatto tante opere quasi complete quanti sono gli autori raccolti. Continua a leggere “Recensione a "Poesia contemporanea. Decimo quaderno italiano", a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2010)”

Stile liberato

Antonio Loreto

Nella sua letteratura, Nanni Balestrini fa essenzialmente una cosa: gioca con la tecnologia della parola. Quello che succedeva nelle prime opere – Il sasso appeso, le due Tape Mark o Tristano –, quando veniva assegnato al montaggio, al cut up, alla ricombinazione fatta per mezzo di computer il ruolo di procedimenti principe, altro non era che la precipitazione del prodotto tipografico nel pozzo dell’oralità. Ne nasceva una poesia letteralmente rapsodica, un linguaggio formulaico fatto di enunciati preesistenti capaci di trasmigrare da un’opera all’altra, col risultato di riaffacciare noi uomini dell’anno 2000 alla poesia epica delle origini. Ciò che avveniva peraltro con un tempismo perfetto, proprio nel momento in cui Marshall McLuhan e E.A. Havelock, studiando il rapporto fra oralità primaria e alfabetismo, ponevano le basi per individuare il fenomeno che oggi (dopo W.J. Ong) riconosciamo comunemente come oralità elettronica o di ritorno. Continua a leggere “Stile liberato”

Marco Giovenale, "Shelter" (Donzelli, 2010)

di Renata Morresi 

Nel 1993 l’artista inglese Rachel Whiteread creò House, una scultura grande quanto l’edificio di cui era il calco. Whitehead scelse una vecchia casa dell’East End londinese, ne chiuse porte e finestre e la riempì di calcestruzzo. Smantellò quindi i muri e il tetto, in modo tale che il risultato fosse un monolite su cui restava impressa la forma delle finestre, degli interruttori, della carta da parati, dei chiodi. Mettendo gli interni in rilievo, rendendo i volumi pieni, concreti, Whitehead stravolgeva l’idea di casa come riparo. Continua a leggere “Marco Giovenale, "Shelter" (Donzelli, 2010)”

Recensione a Paolo Maccari, "Fuoco amico", Passigli 2009

Niccolò Scaffai

«Fuoco amico» è un tragico ossimoro. La raffica che parte dalle file degli ‘amici’ può essere la clamorosa manifestazione di un tradimento, di una distonia: due termini che ben definiscono la condizione esistenziale del personaggio che dice «io» nel libro di Paolo Maccari. Un libro maturo, coeso nei temi ed equilibrato nella forma, che esce dieci anni dopo la prima raccolta (Ospiti).

Nella finzione narrativa che aggrega i versi della prima sezione, L’ultima voce, il personaggio è sopravvissuto a un eccidio solo per essere «tenuto sotto osservazione». Strettamente riservato, la prosa introduttiva in forma di dispaccio, dà appunto notizia della cattura e prescrive la modalità della reclusione senza precisarne i motivi. Saremmo dalle parti del montaliano Sogno del prigioniero, o di un kafkiano processo, se non fosse che i temi sono già interamente maccariani: l’esclusione da un consesso ostile, la stessa gioventù come causa o pretesto di quell’esclusione, la differenza rispetto al «secolo ordinato» voluto dai persecutori. Continua a leggere “Recensione a Paolo Maccari, "Fuoco amico", Passigli 2009”

Recensione a Marco Giovenale, "In rebus" (Zona, 2012)

Antonio Loreto

Con In rebus (Zona, pp. 75, euro 10) il romano Marco Giovenale sistema un altro tassello della propria opera poetica. Si tratta in parte di materiali apparsi nell’antologia del Premio Antonio Delfini 2009 (ivi accompagnati da una rara pagina critica di Nanni Balestrini, leggibile oggi su <puntocritico.eu>), rivisti e riposizionati all’interno di una struttura organica, e dalla ragione più apertamente politica. La cui marca e portata è suggerita al lettore per il tramite dell’esergo tolto a un enunciato (il 50) della Società dello spettacolo di Guy Debord: si chiarisce così subito di quale natura siano le cose dentro cui Giovenale promette di portare, e di quale valore si mostrino latrici: merci che funzionano da capillari del capitale. Continua a leggere “Recensione a Marco Giovenale, "In rebus" (Zona, 2012)”

Recensione a Italo Testa, "La divisione della gioia" (Transeuropa, 2010)

Niccolò Scaffai

È un titolo a doppio fondo, La divisione della gioia. Da una parte, rimanda ai Joy Division, gruppo britannico cold wave scioltosi nel 1980 in seguito al suicidio del leader Ian Curtis: uno dei loro brani, Day of the Lords, viene citato da Testa nella nota finale, pegno pagato in cambio di un’assimilazione, sentimentale più che allusiva, di nome e atmosfere. D’altra parte, il libro racconta proprio una ‘divisione della gioia’, nel senso di condivisione di un’accesa sensualità ma anche in quello di allontanamento, che impone ai due amanti di tornare, per lo sguardo degli altri, persone separate: «in una strana luce / dirai che è il momento, che viene / l’ora di alzarsi, andare, dividere / la gioia e la pena, farsi altri, / lasciare che una maschera nuova / ci guardi, mentre noi commedianti / ci stringiamo nell’ultima scena». Continua a leggere “Recensione a Italo Testa, "La divisione della gioia" (Transeuropa, 2010)”

Le inospitali storie di Jahnn

Michele Sisto

Nella sua autobiografia recentemente tradotta in italiano (Guerra senza battaglia, Zandonai) Heiner Müller racconta di un viaggio in taxi, a Berlino Est nel 1959, insieme allo scrittore antifascista Ludwig Renn e Hans Henny Jahnn, allora sessantacinquenne. «Naturalmente mi interessava soprattutto Hans Henny Jahnn», precisa. Dall’incontro non ricava molto, se non, dopo essersi acceso una sigaretta, una reprimenda a due voci su quanto il fumo faccia male alla salute. Ma dietro la consueta, beffarda impassibilità con cui l’aneddoto viene riferito, traspare l’eccitazione del giovane scrittore, appena premiato per lo Stakanovista, che ha l’occasione di conoscere un maestro.

Jahnn: «Uno dei maestri segreti della prosa del Novecento» lo definisce sul risvolto di copertina Domenico Pinto, che cura l’edizione di queste 13 storie inospitali (nonché la coraggiosa collana ‘Arno’ che le ospita per i tipi di Lavieri). Jahnn l’espressionista: che nel 1923 aveva esordito col crudo dramma Pastor Ephraim Magnus, messo in scena dal giovane regista Bertolt Brecht. Jahnn il modernista: che con il romanzo fiume Perrudja, pubblicato nel 1929, era stato tra i primi a proseguire la rivoluzione joyciana in lingua tedesca, suscitando l’entusiasmo di Alfred Döblin. Jahnn l’inclassificabile: che nelle duemila pagine della trilogia Fluß ohne Ufer (Fiume senza rive), uscita nel 1949-50, si propone nientemeno che di inaugurare un nuovo principio di rappresentazione romanzesca, costruendo i personaggi non sulla base di un «carattere», la cui coerenza considera del tutto fittizia, ma come contraddittoria manifestazione di una natura innanzitutto corporea, come «risultato di un’attività secretiva». Hans Henny Jahnn (al secolo Hans Henry Jahn), dove Henny è il diminutivo Henriette: che è noto e apprezzato solo da una ristretta cerchia di scrittori e per il resto gode di pessima fama («Non assomiglio per niente a quel che si dice di me», scrive nel ’32). Ed è proprio per questo che Müller fa le viste di preferirlo – «naturalmente» – all’(allora) assai più celebre quanto convenzionale Ludwig Renn. Jahnn è uno scrittore scandaloso. Continua a leggere “Le inospitali storie di Jahnn”