Recensione a Italo Testa, "La divisione della gioia" (Transeuropa, 2010)

Niccolò Scaffai

È un titolo a doppio fondo, La divisione della gioia. Da una parte, rimanda ai Joy Division, gruppo britannico cold wave scioltosi nel 1980 in seguito al suicidio del leader Ian Curtis: uno dei loro brani, Day of the Lords, viene citato da Testa nella nota finale, pegno pagato in cambio di un’assimilazione, sentimentale più che allusiva, di nome e atmosfere. D’altra parte, il libro racconta proprio una ‘divisione della gioia’, nel senso di condivisione di un’accesa sensualità ma anche in quello di allontanamento, che impone ai due amanti di tornare, per lo sguardo degli altri, persone separate: «in una strana luce / dirai che è il momento, che viene / l’ora di alzarsi, andare, dividere / la gioia e la pena, farsi altri, / lasciare che una maschera nuova / ci guardi, mentre noi commedianti / ci stringiamo nell’ultima scena».

Gran parte del libro consiste in questa sorta di canzoniere o poema a più voci, in cui il contesto impoetico – le camere spoglie, il paesaggio industriale all’esterno – non è mai privo delle fibre di luce che illuminano il quotidiano: «basta fare spazio a questa luce, / farsi prendere nella morsura / della luce diffusa sui tetti, / sulle pareti enormi, incombenti / delle fabbriche addormentate / nelle trasparenze del mattino» (III. Questi giorni). È emblematica l’epigrafe alla seconda sezione, ripresa da Edward Hopper: «I was more interested in the sunlight on the buildings and on the figures than in any symbolism».

Le fabbriche, addormentate come i corpi degli amanti, entrano con questi in una relazione di analogia (‘buildings’ e ‘figures’, appunto), che dà coerenza ai due ambienti, alle due anime della Divisione della gioia: quella degli scenari meccanici, presenti specialmente nella sezione Cantieri, e quella della vicenda dei protagonisti. Nei paesaggi di Testa, colti lungo la via Romea tra Marghera e Choggia, la natura e il manufatto si confondono. In Transit Marghera, ad esempio, «le pale meccaniche / in campo azzurro / […] / vegliano sugli alberi / vigili si distendono / tra le cisterne / addossate all’acqua / dominano il cuore / tremante ancora / nello sguardo dell’alba». Alcuni di quei versi di atmosfera postindustriale erano già stati pubblicati nel decimo quaderno di poesia contemporanea curato da Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2010); ma è qui, nell’organismo del libro, che trovano il loro miglior adempimento. Prima infatti la soggettività erompeva in rare sporgenze simboliche, la più importante delle quali coincideva con le apparizioni dell’albero di ailanto, la pianta esotica cui Testa ha intitolato una sequenza di poesie nel Quaderno del 2010. Ora soggetto e oggetto si confondono, si scambiano i ruoli, per cui l’uno non esiste senza l’altro, la divisione non avviene senza la materia trita in cui la gioia si consuma. È un principio che motiva anche le macchie di lessico feriale (cantieri, gru, rimorchi, cisterne, parcheggi) e la nonchalance metrica, talvolta solo apparente, in cui più che la misura conta il ritmo, capace di dare al verso una cadenza facile e struggente: «tu ti ritrai in silenzio / io esco dalla stanza, svelto / mi rivesto al buio, penso // che non ci sarà una seconda volta / non riapriremo la porta / di una camera vuota / i nostri corpi al centro».

 

Niccolò Scaffai

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