Recensione a Marco Giovenale, "In rebus" (Zona, 2012)

Antonio Loreto

Con In rebus (Zona, pp. 75, euro 10) il romano Marco Giovenale sistema un altro tassello della propria opera poetica. Si tratta in parte di materiali apparsi nell’antologia del Premio Antonio Delfini 2009 (ivi accompagnati da una rara pagina critica di Nanni Balestrini, leggibile oggi su <puntocritico.eu>), rivisti e riposizionati all’interno di una struttura organica, e dalla ragione più apertamente politica. La cui marca e portata è suggerita al lettore per il tramite dell’esergo tolto a un enunciato (il 50) della Società dello spettacolo di Guy Debord: si chiarisce così subito di quale natura siano le cose dentro cui Giovenale promette di portare, e di quale valore si mostrino latrici: merci che funzionano da capillari del capitale.

Il capitale e il modo di produzione che gli è connesso valgono qui in quanto mezzo (in senso proprio), ambiente, cosmo. Il testo proemiale delinea in 10 proposizioni uno stadio, una fase storica entro cui l’uomo si orienta con una matematica ancora intrisa di mito e di superstizione, ma non senza arrivare ad architetture complesse della realtà, come quelle evocate nominando il fisico tedesco P.P. Ewald e citando l’astronomo piemontese Giovanni Schiaparelli. È mediante un prelievo dagli Scritti sulla storia della astronomia antica  di quest’ultimo, dal sapore marxista («impedire […] la soverchia accumulazione della proprietà stabile nelle mani di un solo»), che Giovenale congiunge il problema cosmico a quello civile, secondo una saldatura già proposta nella proposizione 115 (la 4a, in realtà, ma la numerazione facit saltus; peraltro il paragrafo da cui viene ripreso Schiaparelli è proprio il 115): «il sole si è abbassato sotto l’orizzonte alla profondità di circa 6 gradi. | che noi chiamiamo crepuscolo civile».

Problema civile ed economico, evidentemente: non per nulla alla sezione successiva è dato titolo polis ware (nuova traversata di spazio e di tempo, e di culture, nell’affiancamento di inglese e greco), ovvero “città merci”. Civile, economico e immediatamente poetico, questo sembra il punto: perché in questione è lo statuto del soggetto, costretto ad essere tanto individuo e tanto infinitesimo anonimo di un soggetto più grande, più potente, detentore di più storica esistenza e di più persistente linguaggio: «tutti ii, che dicono | “io” un milione di volte, per tutte distese, || miglio per miglia, migliaii – sin dubio – | mugnai, e al séguito: mulino, sinus, tit, dóppiano “io” | tit tit, un milione di volte».

E a furia di dirsi, il soggetto finisce per essere linguaggio: di quella specie, poi, che produce da se stesso, dalle sue stesse parole le parole che seguono nel discorso, a formare circuiti più o meno chiusi (milione-miglio-miglia-migliaii-mugnai-mulino-milione). Non solo: anche a rendersi – in quanto soggetto e in quanto linguaggio, insieme – oggetto, se non ambiente: «shelf______self», «eco-ego». Che sia un ambiente del tutto affollato, saturo di oggetti, proprio (shelf, scaffale, è luogo di collezione), e di presenze innumerabili, è cosa che ci si può attendere e che in effetti si constata nella Wunderkammer della conclusiva Camera di Albrecht. Al modo di Dürer, ecco un’immersione nel mondo, a vedere («I would like to see the verb»), ad accumulare oggetti e parole, ricompattando il corso dei secoli («mi mostra il tempo. è in una mano»), esasperando la storia come prodotto di sintesi, e questa società come elemento (ma bisognerebbe dire di nuovo – e questo è il sottinteso di Giovenale – “prodotto”) naturale.

Antonio Loreto

[“il manifesto”, 30 maggio 2012, p. 11]

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