Niccolò Scaffai 

Esce, nella collana “Inaudita” di Transeuropa, la nuova plaquette di Francesca Matteoni,  che prende il titolo da uno dei componimenti finali, Tam Lin, a sua volta ricavandolo — si legge nelle note conclusive — dal nome “del protagonista di un’omonima ballata tradizionale scozzese, rapito dalle fate e riscattato da una ragazza umana”. L’onomastica esotica e fiabesca collega Tam Lin all’opera precedente di Francesca Matteoni, la serie di Higgiugiuk la lappone, accolta all’inizio del 2010 nel Decimo quaderno di poesia contemporanea curato da Franco Buffoni. Nonostante la vicinanza cronologica delle due pubblicazioni e la comune appartenenza delle figure eponime a un remoto immaginario nordico, notevole e la distanza formale e tematica fra i versi di Tam Lin e quelli di Higgiugiuk.
Nei secondi prevale la dimensione narrativa, stabilita in primo luogo dai riferimenti a uno spazio e a un tempo avventurosi ma realistici; in secondo luogo, dalla possibilità di rendere descrivibile quello spazio e raccontabile quel tempo, mediante il trasferimento della percezione nella memoria e la trasformazione dell`impressione in dato. Come aveva osservato Fabio Pusterla nella prefazione di Higgiugiuk, il segreto di quella poesia stava nella relazione tra l’aspetto del mondo narrato e le risonanze presenti dietro quel mondo. Accadeva cioè che tra il contesto — natura e paesaggio — da un lato, e l’espressione — parola e verso — dall’altro si instaurasse un rapporto di rispecchiamento e quasi di creazione, per cui le piante, gli animali, gli elementi di una suggestiva res extensa sembravano esistere per essere inventariati e concretizzati dalla poesia. Un procedimento che presupponeva però una separazione sia spaziale che temporale tra quella res extensa e la res cogitans, in modo che la seconda potesse contemplare la prima dall’esterno e successivamente ricreare la visione nella poesia. In Tam Lin e altre poesie quella separazione viene annullata (con la sola eccezione, forse, della conclusiva L’orso polare, più simile per immagini e modalità alla serie di Higgiugiuk), anche per via del cambiamento di scenario o meglio di polarità ambientale: gli spazi aperti di Higgiugiuk, pur trovandosi anche in alcune poesie di Tam Lin, sono quantitativamente e soprattutto tematicamente meno significativi degli spazi forse non chiusi, ma comunque delimitati da confini sia pure estensibili e porosi. Un’altra Alice, la poesia iniziale, anche se dissonante nel tono dal resto della raccolta, assume in questo senso un rilievo programmatico, alludendo, attraverso l’ipotesto fiabesco, a uno spazio concluso eppure fantasticamente dilatabile: “Era un giorno banale nella stanza./ Aprii il cassettone dove tenevo / l’anima tra le altre cianfrusaglie. /Il gatto mi fissava dal tappeto / vedeva la mia anima in un topo, / un passero stranito dall’inverno”. L’estensione e perciò anche intentio, tanto che i confini, tra l’umano e il vegetale o tra l’animato e l’inanimato, sono aboliti a vantaggio di una simultanea convivenza di due entità in un corpo sottoposto a una continua dinamica di trasformazione. Come in essere un angelo, quinto movimento della Stanza immaginaria: “Ti spalanco la bocca dissonante / deviandola sui seni cocci bianchi / il fiato denutrito nei tuoi denti. // C’è un atrio dove dormo sulle assi / le fenditure dritte di capelli / l’alba si tarma di segni, pietrisco — / fa questi cerchi, corde sopra il collo”. Si ha qui un esempio dell’oltranza analogica che caratterizza i testi della plaquette e che appare non tanto una soluzione tecnica quanto un’implicazione necessaria rispetto alla prospettiva fenomenologica che le poesie esprimono: forse sarebbe più corretto parlare di preretorica o di retorica intrinseca all’oggetto. Così è anche per la carica espressiva che qualifica il lessico: “Dai rigagnoli il fiume incrosta le scarpe / il residuo di scantinati molli / di stalattiti sciolte nelle condutture” (ancora da La stanza immaginaria, primo movimento); “Le pelli cozzano, rese nel vetro / squamano tra le ginocchia e il ventre” (L ‘uomo senza le parole). ‘Pelle’ (e le sue varianti vegetali o genericamente materiali, come ‘corteccia’ o ‘schermo’) è appunto una delle parole-chiave di Tam Lin e altre poesie tenue involucro in cui germina la creazione, camera gestatoria in cui la maternità (uno dei temi principali di questi versi, evocato ora in modo implicito ora esplicito, come nella poesia Tam Lin: “se mi svuoti in un figlio. .. sono una madre senza latte/ e con un laccio al polso”) si nutre tanto di muscoli e sangue quanto di materia disincarnata; “elio”, “nylon”, “acetilene”, “propilene” per citare alcuni degli elementi che compongono la sezione ‘chimica’ del vocabolario qui impiegato dalla Matteoni. La pelle e descritta come una superficie che non trattiene l’io all’interno e non lo divide quindi né dagli elementi esterni con cui senza posa si amalgama e si apparenta (il movente dell’analogia), né tantomeno da un ‘tu’ privato con cui la fusione diviene gesto erotico. Nessun sospetto di abbandono sensuale o di esaltazione panica, però, in queste poesie dove gli attraversamenti continui della soglia tra io e non-io non suscitano compiacimento ma provocano le dolorose lacerazioni necessarie per ‘corporalizzare’ il pensiero. Si legga, tra le altre, Pelle d’asino: “L’animale fantastico è sformato / le nervature d’oro sul mio sangue / le zampe tumefatte escoriazioni./ […] / Il mio tanfo irrancidisce il latte / lo fa amaro, spesso sulla lingua. /Mi nutro da sotto la pelle / scavandomi monili nelle ossa”. Se la categoria ‘poesia femminile` non fosse discutibile, incerta e spesso limitativa come è, si potrebbe dire che in Tam Lin e altre poesie Francesca Matteoni ha recepito in modo originale alcuni motivi del presunto genere, soprattutto quelli legati alla grande tematica del corpo, unendoli – per dirlo con le parole della stessa autrice nell‘intervista che si legge nel suo libro Artico (2005) — all’ “espressione di tutte le cose intorno”.

Niccolò Scaffai