Mese: luglio 2012

Alberto Casadei, "Poesia e ispirazione", Luca Sossella 2009

 Niccolò Scaffai

Il rischio di un titolo come Poesia e ispirazione è di evocare una stagione tardoromantica e idealistica che gli studi letterari del secondo Novecento hanno definitivamente superato. Ma si tratta di un rischio calcolato, che mette in risalto un’idea critica originale, affermata proprio dall’uso straniato della parola ‘ispirazione’. Nella Premessa, infatti, Alberto Casadei chiarisce come l’obiettivo consista nell’indagare la “connessione fra poiesis e nuove potenzialità ermeneutiche indicate dalla linguistica, dalla cognitive poetics e in generale dagli studi su mente e cervello” (p. 7). C’è un intento militante dietro la proposta di integrare i risultati delle scienze cognitive nella problematica poetologica: “riaprire il credito” nei confronti della poesia, esaminandola quale attività di sperimentazione gnoseologica, accostandone i percorsi di creazione di senso e immagini alle modalità che presiedono alle connessioni sinaptiche. La prospettiva è attuale, acclimatandosi da un lato nel terreno degli studi sul valore cognitivo della retorica (della metafora, in particolare), dall’altro nel campo di tensioni su cui si muove per esempio la poesia italiana contemporanea, spesso disposta a delegare al corpo, alla materia fisica e neuronale, la responsabilità di una percezione profonda che l’io sentimentale non è più autorizzato a detenere. Non idealistico, l’approccio di Casadei non è però nemmeno scientista, dal momento che non elegge un modello teorico elaborato dalle scienze umane applicandone definizioni e criteri al testo letterario. È piuttosto l’indicazione di una via alternativa di concepire la poesia, rifondandone per questo tramite anche la forza e la necessità sociale. Il contributo della scienza si limiterebbe a migliorare la comprensione di meccanismi che la poesia da sempre autonomamente attiva, per così dire in re. Continua a leggere “Alberto Casadei, "Poesia e ispirazione", Luca Sossella 2009”

Annunci

«Un fuorilegge della critica»: Cesare Cases critico militante negli anni Cinquanta

Michele Sisto

Qual era il tipo di critica che tu sostenevi?
Quella che non interessa solo ai critici.
(Intervista a Cesare Cases)

Sia o non sia stato lo stesso Cesare Cases a definirsi, sulla quarta di copertina del Testimone secondario, un «fuorilegge della critica», certo l’espressione è indovinata. Se infatti fin dalla metà degli anni cinquanta calibri come Contini, Fortini e lo stesso Lukács gli riconoscono la patente di critico, altrettanto precoce è la sua fama di recensore indocile e intransigente polemista. Gran parte dei suoi interventi militanti sono contro gli autori e le opere maggiormente celebrati dalla critica. Soprattutto sul versante della letteratura italiana: in ampie recensioni, che non di rado tracimano in veri e propri saggi critici, Cases dice, in sostanza, no al Metello di Pratolini, no al Barone rampante di Calvino, no al Pasticciaccio di Gadda, per non parlare della neoavanguardia, alla quale opporrà i suoi no fino a tutti gli anni sessanta. Continua a leggere “«Un fuorilegge della critica»: Cesare Cases critico militante negli anni Cinquanta”

Recensione a Francesco Targhetta, ''Perciò veniamo bene nelle fotografie'' (Isbn Edizioni, 2012)

Silvia De March

Diciamo subito i meriti prima di prendere le distanze dal mainstream acclamatorio.
Francesco Targhetta si inserirà serenamente in un filone di letteratura originariamente industriale, che risale a Ottieri, Bianciardi, Parise, e che trova poi forme di aggiornamento rispetto ai cambiamenti economici, con esiti alterni, con Aldo Nove, Murgia, Venturini, etc.. Il suo romanzo in versi è una fotografia precisa di alcuni status generazionali, riconducibili all’evidente attrito tra una forma mentis impreparata e l’attuale mercato del lavoro e del consumo. Registra una mutazione antropologica, colta con maggior visibilità dal punto di vista di una provincia estrema dell’impero: la geografia si ritaglia tra una città provinciale come Treviso, la sua profonda periferia e un polo (Padova) di una metropoli diffusa che di metropolitano ha soltanto il cemento. In questo triangolo il passaggio repentino da una civiltà contadina all’industrializzazione e poi la piroetta alla terziarizzazione e alla finanza creativa hanno innescato dinamiche a velocità parallele, generando scompensi di immaginari e valori: le contraddizioni urbanistiche, ben descritte dallo sguardo in moto perpetuo di un pendolare ferroviario, sembrano riflettere paesaggi interiori profondamente dissociati. O perlomeno frammentari, quanto individualizzata è l’esperienza di ciascuno, estromesso da un qualsiasi tessuto comunitario, se non aggregazione amicali temporanee o legami familiari preconfezionati. A tratti Targhetta sembra anche assumere le vesti di un Pasolini dei giorni nostri, condizionato da un’educazione cattolica che ha perpetuato modelli di rigidità morale controproducenti, anacronistici rispetto alla secolarizzazione freudiana. Il senso di colpa segue come un’ombra il protagonista, una sorta di percezione persecutoria che istituisce un ruolo vittimistico, in quanto eredità tanto del catechismo, quanto dei padri. Questi ultimi, astratti e incombenti da una loro diversità ontologica e paradigmatica, sono una presenza latente, contigua come un’altra era ma non comunicante, eloquente in sé senza un dialogo possibile. Continua a leggere “Recensione a Francesco Targhetta, ''Perciò veniamo bene nelle fotografie'' (Isbn Edizioni, 2012)”

Recensione a Mariano Bàino, "L’uomo avanzato", Le Lettere 2008

Niccolò Scaffai

Da tempo, ormai, non è un azzardo considerare Mariano Bàino tra gli autori sicuri in un pur mobilissimo canone della poesia italiana contemporanea. Non è un caso che i suoi versi siano stati accolti nell’antologia più importante (e subito diventata di culto) degli ultimi anni, vale a dire Parola plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli (Luca Sossella, 2005); ma, ancora prima, va ricordata la presenza di Bàino in un volume dell’antologia scolastica Il materiale e l’immaginario. Letture esemplari. Dal 1960 a oggi (1996): una presenza sorprendente, che indurrebbe a riflettere – se ve ne fosse qui lo spazio – sull’involuzione, in poco più di un decennio, di molta editoria scolastica e sulla felice scommessa degli antologizzatori. Remo Ceserani, che allora coordinò l’impresa del Materiale e l’immaginario insieme a Lidia De Federicis, ha maturato negli anni una sorta di “fedeltà” nei confronti dell’autore: prima della postfazione che accompagna L’uomo avanzato, aveva scritto la nota prefatoria di Amarellimerick, il libro di Bàino uscito nel 2003. Continua a leggere “Recensione a Mariano Bàino, "L’uomo avanzato", Le Lettere 2008”

Annotazione su Corrado Costa

Marco Giovenale

Si può forse dire [attenuando: è mia cautelosa opinione sia non implausibile suggerire] che un po’ ovunque, verso la metà degli anni Sessanta, è successo qualcosa nel(la percezione del) linguaggio comune, quotidiano, che ha aperto un fronte pressoché nuovo nella poesia e nella prosa – e non solo nella scrittura di ricerca.

La parcellizzazione e le dissipazioni della (percezione della) solidità del soggetto, che ne facevano qualcosa di problematico o perfino insostenibile per gli autori della prima metà del Novecento, diventano il terreno ‘naturale’ dell’immaginazione nella seconda metà del secolo. (Quella di Chandos è così aria respirata poi da chiunque: letterato o meno).

Proprio mentre – nel secondo dopoguerra – alcuni decenni politicamente accesissimi declinano troppe certezze in termini di potere e sua distribuzione, tanta parte della poesia italiana (o per via di complessità o per via di linearità) mostra di prendere le distanze da ogni atteggiamento didascalico, parenetico. Dismette abiti egoticamente ‘crepuscolari’ ma sa tenere per fermo un “principio di esitazione” (Zublena) che non concede né al quotidiano né all’eccezionale di fissarsi in figura stagliata, e dunque “poetata”, cioè provvista di garanzie già codificate e statiche nella sensibilità ed esperienza di chi legge.

Gli autori – alcuni autori – congegnano e inventano materiali ricchissimi (e forme inedite, svincolate da molti schemi) senza pre-obbligare il lettore a identificarsi col loro sguardo, tantomeno col loro ‘ruolo’. E si rifiutano di proiettare sulla distanza che li separa dal lettore stesso l’ombra di una coesione che sanno (per tutti) inesistente. Se il corpo è un corpo-in-frammenti, l’incertezza dell’ombra è una grafia da reimparare a ogni pagina.

In questo, Corrado Costa ha rappresentato probabilmente una voce anzi la voce più divertita e affilata e persuasiva, nella scrittura italiana di quegli anni. E dei nostri.

Marco Giovenale

Assiomi 1-5

Alberto Casadei

Assiomi.1 La critica e il giudizio di valore

Premessa
Ritengo che l’argomentazione, nella comunicazione in rete, sia spesso inutile, non in sé (ovviamente), ma per la scarsa possibilità di seguire lunghi dibattiti consecutivi senza perdere snodi o tasselli importanti.
Proverò quindi a Continua a leggere “Assiomi 1-5”

Contro la seconda plurale. Recensione a Umberto Fiori, "Voi", Mondadori 2009

Lorenzo Cardilli

 Umberto Fiori pubblica Voi (2009) per i tipi di Mondadori, nella collana Lo Specchio, in una posizione tradizionale e di prestigio. A partire dal titolo, il libro si presenta come un oggetto compatto e ben confezionato. È una raccolta poetica che presenta non pochi motivi d’eccellenza, tra cui proprio la compattezza spicca in maniera immediata e quasi preliminare.

Voi è un libro senza pause: fortemente concentrato sia nei temi che nello stile. Gli strumenti della sua coesione sono diversi: la lucidità, la pronuncia, la scelta di una struttura forte. Se dovessimo rintracciare un riferimento di genere, sicuramente sarebbe l’invettiva. Voi è un’invettiva contro la seconda persona plurale, una rampogna dell’io a tutto ciò che dell’umanità è non-io. Continua a leggere “Contro la seconda plurale. Recensione a Umberto Fiori, "Voi", Mondadori 2009”

Recensione a Alessandro Polcri, "Bruciare l’acqua", Edizioni della Meridiana 2008

Niccolò Scaffai

Dopo la laurea a Firenze e il PhD a Yale, Alessandro Polcri (Arezzo, 1967) è diventato Assistant Professor alla Fordham University di New York. Accanto agli studi sull’Umanesimo e il Rinascimento, coltiva da anni un interesse vivo per la poesia contemporanea: una doppia vena riconoscibile nel suo libro di poesia, Bruciare l’acqua. La tematica del corpo senziente, diffusa tra i poeti nell’ultimo ventennio, qui viene infatti elaborata e contrario attraverso un’idea dualistica della fisicità umana, a cui forse non è estranea la suggestione ficiniana: l’uomo come copula, nesso tra animalità e spiritualità. Il contrasto tra possibilità dei sensi e del pensiero e aspirazione verso l’assoluto impone tuttavia alle facoltà dell’io un undestatement decisamente postromantico (nessun excessus permetterebbe di attingere all’infinito, neppure disforicamente: «Se mi aprissi come un fico / e spellassi le mie ossa / non potrei abbracciare niente / di più grande di un’aiuola / circondata dal muro della mente / che sa a stento separare», Puteal, VIII: «Con la mano posso appena») e postsimbolista: se anche si trovasse un’«immagine definitiva», «sarebbe solo l’impronta / estremo signaculum / di quale rivelazione?» (Puteal, V: «Tremano le mie mani»). Continua a leggere “Recensione a Alessandro Polcri, "Bruciare l’acqua", Edizioni della Meridiana 2008”

Nadia Agustoni, Il peso di pianura (LietoColle, 2011)

 di Renata Morresi

Il peso di pianura è libro di intricate armonie e cifre complesse. La sua voce poetica si muove dalle profondità di una esplorazione psichica non rassegnata, tra terre violentate e cieche, ancestrali ingiustizie, per dar forma a una invocazione alta, mai patetica. Un io gettato in una acosmia senza apparente carità interroga il denso nucleo dell’essere, attraverso gli assalti e le trasformazioni di una natura tagliente: “io vivo al centro dei cerchi / – uno ad uno – nel loro midollo / di preistoria, la mia vita congiura / ha radice capovolta esiste / come se pensasse” (47). Continua a leggere “Nadia Agustoni, Il peso di pianura (LietoColle, 2011)”

Su “Locomotrix. Selected Poetry and Prose of Amelia Rosselli” (traduzione e cura di J.Scappettone, University of Chicago Press, 2012)

Marco Giovenale

Dopo un lavoro di oltre dieci anni di ricerche, viaggi in Italia, traduzioni, revisioni e confronti, letture e dialoghi, studio delle poetiche e della critica, consultazioni e raffronti in archivi, Jennifer Scappettone offre al lettore anglofono una straordinaria messe di testi di Amelia Rosselli, sotto il titolo complessivo (e rosselliano) di Locomotrix. Selected Poetry and Prose of Amelia Rosselli, che l’editore (Chicago University Press) ha il merito di aver accettato di pubblicare con testo a fronte, permettendo dunque al volume di continuare il dialogo interlinguistico (anzi il nodo di dialoghi) che di fatto già è una radice forte dell’immaginazione e della poesia rosselliane.

Scappettone, poeta lei stessa (principalmente in inglese), e autrice in grado di dominare e intendere in ogni sfumatura l’italiano ereditato e vissuto, è la traduttrice ideale di una scrittura densa e internamente/intrinsecamente molteplice come quella di Rosselli.

Locomotrix, dopo un’Introduzione attraverso cui la curatrice affronta un’attenta, dettagliata disamina del percorso biografico dell’autrice, scandendolo con puntuali interpretazioni dei libri di volta in volta usciti, presenta Continua a leggere “Su “Locomotrix. Selected Poetry and Prose of Amelia Rosselli” (traduzione e cura di J.Scappettone, University of Chicago Press, 2012)”

Recensione a Andrea Inglese, ''Quando Kubrick inventò la fantascienza'' (La camera verde, 2011)

Alessandro Broggi

Quando Kubrick inventò la fantascienza è un “libro crossover” costituito da un montaggio di generi – novelle brevi, saggismo allucinato, poesia, diario – che gioca con le possibili negoziazioni tra le prospettive retorico-testuali e le modalità di pronuncia e filtro di ciascuno di essi. Tali forme ruotano attorno a un oggetto privilegiato: il film 2001 Odissea nello spazio, motivo d’innesco per meditazioni e divagazioni fantasiose, problematiche interpretazioni ed esegesi del film svolte anche ludicamente – allo scrittore perterrebbe qui lo status di operatore transmediale, editor delle narrative esplicite o implicite del film – e interrogazioni più generali, riflessioni narranti che si svolgono anche per trapassi di aneddoti, veri o immaginati, occasionate dal film ma in cui il merito del film è schiacciato lateralmente, tentando argute traiettorie analogiche nel paesaggio esistenziale o culturale; riflessioni profonde, eppure sfuggenti e mai riduzionistiche, fluide fino al punto di non coagulazione tra le parti che compongono il volume. Continua a leggere “Recensione a Andrea Inglese, ''Quando Kubrick inventò la fantascienza'' (La camera verde, 2011)”

La lettura privata

 

Giulio Marzaioli

 

Se tanto si può riflettere in merito alla questione della “lettura in pubblico” (vedi il precedente intervento), non meno si può considerare quante implicazioni celi l’effettivo – o non effettivo – esercizio della lettura privata di autori contemporanei, sia da parte del lettore/critico, che da parte degli autori stessi.
La proliferazione dell’offerta, specialmente nell’ambito della poesia, procura certamente difficoltà di orientamento. Da un lato la miriade di blog, dall’altro l’inclinazione alla dispersione e al “plaquettismo” (tendenza di molti autori a frammentare le proprie opere in pubblicazioni sempre più assottigliate) fanno sì che il lettore si trovi sommerso da una notevole quantità di titoli. E non agevolano la scelta eventuali bandelle o introduzioni, dal momento che la “voce” dell’autore è presentata quasi sempre o come la nuova voce della poesia italiana o come una delle più rappresentative e importanti della propria generazione (si dovrebbe gioire per l’incredibile quantità di nuove e importanti voci in letteratura).
Eppure, anche a fronte di tale magmatica congerie, si possono azzardare tentativi di approccio “sensibile“. Continua a leggere “La lettura privata”

La lettura pubblica

 

Giulio Marzaioli

 

I matematici possono dimostrare solo teoremi banali perché ogni teorema che viene dimostrato è necessariamente banale.

R. Feynman

 

È percezione comune a molti che la lettura in pubblico sia sempre più occasione di incontro, anziché incontro d’occasione. A discapito dell’opera e della produzione di senso che dovrebbe scaturire da un momento di confronto, si rischia che ad emergere siano soprattutto gli autori, o meglio la loro presenza, con conseguente e inevitabile ombra su ciò che dovrebbe essere effettivamente al centro dell’attenzione: il testo. Il fenomeno si inquadra in una situazione di contorno caratterizzata da almeno due fattori determinanti: la riduzione delle possibilità di produzione e diffusione della scrittura a livello editoriale e, al contempo, la speculare apertura offerta dalla rete alla trasmissione di qualsiasi scrittura, che proprio nella rete trova possibilità e limiti, in un sistema fortemente connotato da meccanismi di auto-referenzialità. Ecco che la lettura in pubblico diviene ambìto e consueto (nonché, spesso, unico) luogo di reciproco riconoscimento.
Tale aspetto, tuttavia, non dovrebbe prevalere rispetto al vero fine della lettura pubblica, ovvero la condivisione di un’opera. In questa prospettiva, chi organizza una lettura dovrebbe invitare un testo attraverso il suo autore e non viceversa, e conseguentemente dovrebbe creare le condizioni che permettono realmente l’ascolto del testo, anziché riempire uno spazio o completare un calendario di eventi. Così, ad esempio, si dovrebbe evitare di riunire su un palco troppi autori poiché ciò, all’evidenza, rende impossibile mantenere desta su ciascuno la propria attenzione; a ciascun autore, poi, dovrebbe essere assegnato un lasso di tempo né troppo stretto né troppo ampio, e ciò sia nel rispetto dell’opera (che deve poter “raggiungere” l’attenzione dell’ascoltatore) sia nel rispetto del pubblico (che oltre una certa durata si troverebbe a “resistere” agli attacchi inferti dalla lettura alla propria capacità di concentrazione). La casistica sugli impedimenti alla lettura è quanto mai ampia e frequenti sono le occasioni di riscontro, eppure ciò che, nella sua ovvietà, è noto a tutti, viene da molti, spesso, ignorato. Continua a leggere “La lettura pubblica”

Recensione a Ennio Cavalli, "Libro grosso (di grilli, di nani, di sillabe)" (Aragno, 2009)

Niccolò Scaffai

Libro grosso: il titolo, all’apparenza naïf, dice molto sull’opera di Ennio Cavalli (premio Viareggio 2009), letteralmente straordinaria nel panorama della poesia italiana contemporanea. «Libro» non è mai parola da intendersi in senso generico quando è riferita a una silloge di versi, o appunto a un libro di poesia, a un macrotesto d’autore che rivela una chiara aspirazione all’organicità, alla totalità. Per di più, il libro di Cavalli è «grosso»; anche in questo caso, il termine acquista significato dall’attrito fra il registro medio e le più profonde risonanze dell’aggettivo, che vanno oltre l’espressione di una grandezza materiale: grosso perché complessivo, perché composto dalla summa di raccolte precedenti (Libro di storia e di grilli, 1996; Libro di scienza e di nani, 1999; Libro di sillabe, 2007); ma anche perché, scrive l’autore nella premessa (Un viaggio all’ascolto), «un libro così non è normale»: è «grosso e largo, pensoso e arioso, ridotto all’osso e onnivoro, unione di tre libri, ma single nel midollo». Bisogna tener conto dell’assonanza con la «caccia grossa», il «concerto grosso» – sottolineata ancora dall’autore – ma è ancora più utile mettere in luce la catena di ossimori che si snoda nelle parole di Cavalli: oggi un libro di poesia che sia un «libro grosso» è evidentemente una contraddizione in termini, o almeno un’eccezione, una anormalità. Continua a leggere “Recensione a Ennio Cavalli, "Libro grosso (di grilli, di nani, di sillabe)" (Aragno, 2009)”

Recensione a Giuliano Mesa, "Poesie 1973-2008" (La camera verde, 2010)

Daniele Claudi

«[invece non c’è parola o suono / che si salvi dalla vanità, è tutto / un fumo di varianti, di ripetizioni. // invece le cose accadono e, / a pensarlo con una certa disperazione, / scovata in una pausa di peristalsi, / in un attimo di sordità, / la vita da vivere, poi, si fa più breve]». Ecco, l’esperienza poetica di Giuliano Mesa (1957-2011), ora disponibile in questo volume dalla copertina così silenziosa (semplicemente bianca con le scritte, come è in uso dall’editore) ha – au contraire – tutto il sapore di una vittoria… Di una vittoria e di un paradosso, se davvero il poeta ha avuto ragione del corpo a corpo con la lingua per costringerla a parlare dal vuoto. Col tempo l’obiettivo di Giuliano Mesa è stato infatti una semantica del suono – al modo di Samuel Beckett – organizzata, ad esempio, con parole ‘vuote’ come i deittici e con figure cristalline di paronomasia, così da rovesciare lo stallo e rilanciare il collegamento tra discorso e mondo. Ma a spiegarlo è lo stesso Mesa: «qualcosa è suono dopo suono / che si forma, / frangia di profitto, / schema di aorte ipertraenti, / lucido ludico, per donare / ancora un’ora / al magistero del proficuo // […]». Ed ecco poi un esempio più aderente al modello: «è come se andarsene non fosse che questo, / questo restare, e fare ancora un gesto / (è come se dirlo fosse soltanto vero, / e non più vero, ancora, del non dirlo) // […]». Continua a leggere “Recensione a Giuliano Mesa, "Poesie 1973-2008" (La camera verde, 2010)”