Recensione a Franco Buffoni, "Roma" (Guanda, 2009)

Niccolò Scaffai

«Nei momenti in cui Roma ti vivo / come una gran quadreria»: sono versi emblematici del nuovo libro di poesia di Franco Buffoni (Roma, Guanda «Fenice contemporanea» 2009, pp. 175, euro 13,50). Il succedersi delle undici sezioni del volume segue infatti il percorso di una contemporanea flânerie attraverso le strade di Roma e i suoi paraggi, nel «segno di Caravaggio e Sandro Penna» (così Buffoni nella nota finale). Lo sguardo del protagonista, il «vecchio longobardo assente» cui è intitolata l’ultima sezione, scruta la contingenza in prospettiva, sovrapponendo spesso alla realtà una silhouette artistica. Così, la dinamica dei corpi può fissarsi in un modello statuario («Salgono al podio sei polpacci d’oro / D’argento e di bronzo, / La conchiglia rigonfia»), come nella prima sezione, Quella stellata sopra il Foro Italico; gli abiti possono fornire ai personaggi un pedigree figurativo: «Dalle scapole sui fianchi un cameriere / Umbro rurale / Buono a reggere alabarde al Perugino». L’effetto è amplificato dalla complicità allusiva dei riferimenti: al Leopardi del Canto notturno («E io che ddevo sognà, dimme che ddevo?»); o al Montale dei Mottetti («Poi brina sui kleenex caduti»). Manipolazione, più che ironia, che si apprezza nei versi perfetti in cui Buffoni mescola inglese e italiano, con un uso quasi camp della metrica: «Toni is a girl contenta del bikini», «Mentre scendono in tribù tre go-go boys».

L’eros mediato dall’arte dona al «longobardo» i tratti di un Pasolini in apparenza désangagé. In comune, la dislocazione dal Nord all’Urbe, la sensibilità ai fenomeni marginali come sintomi involutivi di un’intera società. Ma qui la polemica non si accende, la provvisorietà prende il posto del coinvolgimento («ti sembra d’essere come davvero sei / di passaggio»), l’impegno appare perfino parodiato («Credo che il calcio sia degenerato / In pari misura all’osceno allungamento / Dei calzoncini degli atleti. / Quei pochi centimetri di stoffa – prima – / Rendevano più umano lo spettacolo / Più dolce / Più italiano.»).

Il precedente libro poetico di Buffoni, Noi e loro (2007), era forse il più legato a Pasolini: in quella raccolta era la topica stessa del Terzo mondo a ispirare l’intonazione pasoliniana; in questa lo scenario di Roma sollecita anche altre corde. Per esempio, la stratificazione di immagini lontane nel tempo ma associate allo stesso luogo – che molto deve a Seamus Heaney, autore caro a Buffoni – era già caratteristica di Noi e loro. Ma qui un’aderenza più esplicita alla storia e al suolo di Roma impone sistematicamente un ‘doppio fondo’ al cronotopo. I flash sincronici su tragedie antiche e moderne (dal suicidio dei guerrieri sassoni sotto Aurelio Simmaco alle Fosse Ardeatine; da «Galilei / dinanzi ai cardinali tronfi e bolsi» a via Rasella) si configurano talvolta come correlativi oggettivi del presente, richiamando la tematica di un altro libro di Buffoni, Guerra. Qui però, rispetto alla raccolta del 2005, è più evidente la volontà di far reagire dimensioni distinte e addirittura opposte: i colori dell’arte e la realtà che si «racconta con gli odori», carne e marmo, cultura alta e pop. Come negli ultimi due versi del libro: «Una lapide al “Migliore” con un verso da Casarsa. / C’era Tiziano Ferro nel cd.». Un doppio registro che non può essere spiegato solo con la cultura plurale dell’autore. «Barocco è il mondo», avrebbe detto Gadda. Impura e eteroclita è Roma, suggerisce Buffoni nel suo realismo ‘freddo’, «assente / ad ogni festa tribale». Se si vuole, ci si può riparare fabbricandosi «dintorno una piccola città, dentro la grande», come si legge nella nota leopardiana con cui Buffoni chiosa l’ultima sezione. In ogni caso, non si può non vedere, non ricordare, qui e ora: «Non fu per diritto di cittadinanza / Che i fregellani insorsero / E Roma vendicò l’insulto? / Il permesso di soggiorno domandate, / E scavate, scavate…».

 Niccolò Scaffai

 

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