La lettura privata

 

Giulio Marzaioli

 

Se tanto si può riflettere in merito alla questione della “lettura in pubblico” (vedi il precedente intervento), non meno si può considerare quante implicazioni celi l’effettivo – o non effettivo – esercizio della lettura privata di autori contemporanei, sia da parte del lettore/critico, che da parte degli autori stessi.
La proliferazione dell’offerta, specialmente nell’ambito della poesia, procura certamente difficoltà di orientamento. Da un lato la miriade di blog, dall’altro l’inclinazione alla dispersione e al “plaquettismo” (tendenza di molti autori a frammentare le proprie opere in pubblicazioni sempre più assottigliate) fanno sì che il lettore si trovi sommerso da una notevole quantità di titoli. E non agevolano la scelta eventuali bandelle o introduzioni, dal momento che la “voce” dell’autore è presentata quasi sempre o come la nuova voce della poesia italiana o come una delle più rappresentative e importanti della propria generazione (si dovrebbe gioire per l’incredibile quantità di nuove e importanti voci in letteratura).
Eppure, anche a fronte di tale magmatica congerie, si possono azzardare tentativi di approccio “sensibile“.

Un primo tentativo – che non risolve la questione della quantità, ma che proprio da questa viene spesso frustrato – potrebbe consistere semplicemente nell’attivazione della curiosità, nello spingere il proprio interesse ai limiti del proprio panorama di riferimento e inquadrare, attraverso la lettura privata, nuove prospettive. Nel fare ciò occorrerebbe mitigare la presunzione di “possedere una cultura” (presunzione decisamente priva di giustificazioni al cospetto delle tante e varie culture che meriterebbero di essere conosciute e che nondimeno spesso aleggia in vari interventi saggistici e/o critici in cui si tende a un certo riduzionismo in ragione dei propri parametri) ed evitare di far assurgere a leggi di proscrizione i propri gusti.
Una volta ampliato il raggio della propria visuale, perché l’interesse non scemi a causa della vastità del campo ottico, si potrebbe mettere a fuoco ciò che sembra più interessante o innovativo o meditato (insomma ciò che sembra meritare un investimento ulteriore del proprio tempo). A tale proposito, suonerà banale, ma lo sforzo di trovare in qualsiasi testo “qualcosa di buono” (pessima espressione se non utilizzata in ambito gastronomico), magari per ragioni di prossimità o convenienza, provoca una serie di conseguenze per cui anche ciò che è pessimo potrà (potrebbe) risultare buono.
Se a una prima lettura affiora tale considerazione, la conseguenza più ovvia dovrebbe essere quella di non approfondire oltre. Anche in questo caso l’ovvietà viene talvolta smentita dalla prassi, allorché capita di ascoltare giudizi negativi su un libro che viene poi lodato dalla stessa persona in sede di recensione. Tale distorsione comporta come effetto ulteriore che anche le recensioni o segnalazioni, che potrebbero e dovrebbero equivalere a suggerimenti di lettura, debbano essere attentamente filtrate dalla propria, eventuale, esperienza, onde non mal-capitare a nostra insaputa all’interno di una invisibile ragnatela di rapporti e scambi di favore che in quella segnalazione o recensione trovano uno dei tanti punti di tessitura.
Nel caso in cui, invece, il proprio interesse venga riscosso a un prima lettura, trattandosi di lettore critico (lettore, critico o autore) sarebbe opportuno tornare a leggere con attenzione. È frequente, infatti, che a una valutazione, sia pure positiva, di un testo segua una totale amnesia rispetto al medesimo testo e che questo, riletto o riascoltato dopo un certo lasso di tempo, suoni addirittura come inedito. Anche nell’ambito di una scrittura che per definizione non è di largo e istantaneo consumo c’è infatti la tendenza a far “scadere” i libri a pochi mesi dalla loro uscita.
Oltre a un ottimo stimolante per la memoria, l’attenzione è anche un valido antidoto per evitare approssimazioni e/o generalizzazioni. È ancora da vari esempi offerti nell’ambito dell’attività critica o del presunto dibattito culturale che emerge una certa superficialità proprio quando la vis polemica dovrebbe affondare lame affilate per risultare davvero pungente. E invece si appalesano abbagli o ignoranze proprio laddove si punta l’indice e dove, quindi, la mira dovrebbe essere pressoché perfetta.
Tale imbarazzante deriva viene talvolta ravvisata in rete, dove spesso può essere ricondotta al micidiale meccanismo del thread di commenti (che risponde a regole di immediatezza e icasticità contrarie alla profondità di lettura che dovrebbe essere sottesa a qualsivoglia argomentazione di stampo critico-estetico) o su carta, allorché l’enfasi spesa nel sostenere le proprie ragioni e la volontà di affermarle può prevalere sul senso di responsabilità che dovrebbe sempre accompagnare chi ha la possibilità di rivolgersi a un pubblico.
Così non di rado il commento in rete prescinde dal testo cui si riferisce (che, alle volte, si ha l’impressione non venga minimamente letto) e viene infettato dai livori del momento; d’altro canto l’intervento polemico spesso rivela scarsa attenzione per l’oggetto in esame, i cui contorni vengono grossolanamente piegati a somiglianza della propria tesi.
L’assenza di curiosità e attenzione, la presunzione di conoscenza e l’assuefazione a una forma distorta di dialogo sono elementi così radicati nell’approccio alla lettura dei contemporanei (almeno stando a quanto spesso traspare da ciò che viene scritto su ciò che viene letto) che raramente vengono stigmatizzati. Ciò valga anche e soprattutto per chi si dedica alla scrittura, la cui pratica non può in alcun modo sottrarsi a un confronto profondo sia con le scritture che l’hanno preceduta sia con le scritture che nello stesso tempo concorrono a delineare la così detta “scena contemporanea”.
Per contro, la curiosità, l’attenzione, il confronto, l’assenza di presunzione sono enzimi che, tanto nel lettore/critico quanto nell’autore, possono produrre uno stato di crisi molto più fecondo di qualsiasi conoscenza acquisita (d’altronde crisi e critica hanno la stessa radice etimologica) poiché spingono alla necessità di comprendere un nuovo oggetto e soltanto focalizzando l’oggetto della scrittura, ossia i testi, si può divenire soggetti intelligenti (capaci di leggere dentro).

 

 Giulio Mazaioli

 

 

 [articolo pubblicato su http://blogportbou.wordpress.com/%5D

 

 

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