Mese: agosto 2012

La sagomatura di una nuvola. L'ekphrasis cognitiva di Franco Buffoni

Italo Testa

Muovendosi tra le polarità della descrizione e del racconto, Franco Buffoni ha da sempre praticato dall’interno della poesia l’ekphrasis, quella particolare tecnica, e figura retorica, attraverso cui un’arte rinvia internamente a un’altra, illuminandone dettagli altrimenti nascosti.

In Roma (Guanda, 2009) l’ekphrasis forniva i materiali da costruzione di moltissimi versi, con la descrizione di graffiti rupestri, tele, sculture, architetture, di un ricco campionario di oggetti di arti ‘minori’ (arazzi, vasellami, arte sacra e funeraria…), e quindi con quadri narrativi in cui prendevano corpo pittori del passato (tra gli altri Michelangelo, Pinturicchio, Leonardo e il Salaino, Giovanni Serodine e alcuni ‘minori’ del seicento lombardo).

Ma l’ekphrasis era anche il principio strutturale del libro, organizzando l’impianto delle dieci sezioni attraverso cui questa galleria romana prendeva forma. Fino a comporsi come un vero e proprio poema ecfrastico.

Non si trattava però di una questione meramente formale e di tecnica compositiva, ma di un principio di organizzazione dell’esperienza, perfettamente colto da questi versi: “Nei momenti in cui Roma ti vivo / Come una gran quadreria / Qui a veder nascere la critica d’arte / L’accademia, il museo”.

L’ekphrasis in Buffoni travalica dunque la polarità retorica della descrizione e del racconto. Essa non solo amplia la percezione estetica ma rifigura ed espande l’esperienza. Rivelando la trama temporale della città, l’esposizione ecfrastica dischiude un rapporto con il tempo vissuto (“come se i quadri sfumassero nella realtà, e la realtà nei quadri”, scrive l’autore nelle note al testo). Continua a leggere “La sagomatura di una nuvola. L'ekphrasis cognitiva di Franco Buffoni”

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Baldacci moderno

Andrea Cortellessa

 

Ritorno al disordine

Non conosceva bene Baldacci chi si stupiva, all’apparire di Novecento passato remoto (da ora in poi NPR), di una ricostruzione del secolo in scadenza schiacciata sul suo primo quarto ruggente – a tal punto fastidita dai riti sempre più stanchi di un secondo Novecento “progressivamente demotivato” [[1]] da concedersi visite solo ad autori che avessero esordito entro gli anni Cinquanta (fatta eccezione per Patrizia Valduga). Non conosceva i capitoli fondamentali del Baldacci novecentista, prodotti nei suoi anni Cinquanta: cioè le due parallele e indimenticabili ‘riscoperte’, di Bontempelli e Palazzeschi, contrassegnate entrambe dall’inversione, argomentatissima ma non per ciò meno provocatoria, di inveterate vulgate. Non più il Bontempelli a suo modo ‘neoclassico’ di Giro del sole, cioè, ma quello ‘post-futurista’ della Vita intensa e della Vita operosa; e soprattutto non più il Palazzeschi (apparentemente) cordiale e bonario di Sorelle Materassi, ma quello sulfureo e radicale dell’Incendiario e del Codice di Perelà [[2]]. Qualche anno dopo Letteratura e verità, del resto, suonerà esplicita una categorica petizione di principio: “ogni impostazione storiografica del Novecento letterario […] sarà tanto più plausibile quanto più sarà promossa da una chiara coscienza avanguardistica”. Il credito ostinatamente ribadito per figure come Papini e Soffici si spiega con la coscienza che “chi, nella descrizione del Novecento, prescinda da quel lievito determinante che fu l’avanguardia storica (in quanto momento in cui il nostro secolo assunse consapevolezza di se stesso) finirà nelle sirti di una piattezza indifferenziata”[ [3]]. Contro ogni forma di piattezza predica insomma Baldacci un vero e proprio ritorno al disordine: al modo in cui – sostiene nel suo libro che l’aggettivo moderno ostenta sin dal titolo – Debenedetti leggeva l’amato Federigo Tozzi (e quindi contro la strumentalizzazione antiavanguardistica di un Borgese) [[4]]. Continua a leggere “Baldacci moderno”

Ricordare Baldacci (a dieci anni dalla morte)

Andrea Cortellessa

 

Il più crudele dei mesi è luglio, altroché. La memoria pubblica, nei fatti di letteratura, è già corta, cortissima; la vacanza – in tutti i sensi – dei mezzi d’informazione, non aiuta. Fatto sta che la ricorrenza dei dieci anni dalla morte di Luigi Baldacci, uno dei grandi critici del nostro Novecento, caduta il 27 luglio, ha dovuto attendere il 12 agosto per essere ricordata. Com’era giusto e naturale, dal suo più convinto e conseguente discepolo, Massimo Onofri: sul domenicale del Sole 24 ore. L’unicità di Baldacci, suonava il titolo del suo articolo; ma fa tanto più specie, l’unicità di Massimo Onofri clamans in deserto, nel silenzio delle tante testate cui Baldacci aveva collaborato.

Il mio incontro con Baldacci fu, in tutti i sensi, tardivo. Avevo letto tanti suoi saggi, certo, come è (o era) dovere di qualsiasi studioso di Novecento in formazione. Ma erano sempre “in funzione” dell’autore cui di volta in volta – fosse Bontempelli o Papini, Tozzi o Pizzuto – erano dedicati, mai “in funzione” di chi li aveva scritti. Giustamente Onofri contrappone a Baldacci, in questo senso, Garboli. Tanto Garboli si prendeva la scena, sempre anteponendosi ai propri oggetti (strategia remunerativa se ce n’è una: almeno stando alla rispettiva fortuna, in vita e postuma), quanto Baldacci si metteva in un angolo, dietro le quinte o calato nella buca del suggeritore. Ma la sua voce a distanza di tempo, pur con tratti così poco ostentati (a differenza, ancora una volta, di quella di Garboli: tonitruante e perentoria sempre, sino alla petulanza), si riconosce eccome. Dice bene, con ossimoro barocco a lui non consueto, Onofri: «critico di parossistica intelligenza epperò di prosa sontuosamente quaresimale». E altrettanto si riconosce una linea, un Novecento di Baldacci (il quale fu studioso illustre di tanto altro, beninteso: dai petrarchisti del Cinquecento ai novellieri veristi, dall’umile musa dei libretti d’opera al prediletto – e decisivo – Leopardi).

Ricordo Continua a leggere “Ricordare Baldacci (a dieci anni dalla morte)”

In margine a Giovanna Frene, "Il noto, il nuovo" (Transeuropa, 2011)

Gian Maria Annovi

 

Sin dal volume di esordio, Spostamento (2000), ma con più forza nel successivo e già maturo Datità (2001), Giovanna Frene ha rivelato di saper far convivere – ben bilanciate – due diverse modalità compositive. Da un lato, lo scavo linguistico, fatto, più che di sprofondamenti carsici, di ripetute incisioni o graffiature sulla superficie del linguaggio [“il cadere nullo (il non cadere) nel vallo”], dall’altro l’articolarsi di una poesia che procede per estesi segmenti sintattici di addizioni spesso negative (“Negare di preferire qualsiasi / preferenza fingere di fingere la finzione / del non sentire”, Datità), come tra l’infinità della selva d’invisibili parentesi di una funzione matematica: un’operazione complessa di sapere. Si potrebbe dire, con Paolo Zublena, prefatore attento del recente Il noto, il nuovo (Transeuropa, 2011), che quella di Giovanna Frene è una “poesia di pensiero”, rigorosa e a tratti algida nella sua coerenza sperimentale. L’impulso è però quello di circoscrivere ulteriormente quel giudizio e di parlare piuttosto di “poesia ragionativa”, per dare risalto alla modalità, al processo – o procedere – con cui il pensiero si esercita ed manifesta nei testi che formano questa raccolta. Non è insomma la linearità o la compattezza di un pensiero definitivo quella che Il noto, il nuovo punta a incarnare, ma l’articolarsi dei modi con cui il pensiero arriva a darsi, un protendersi vettoriale di micro-ragionamenti che fanno di questa raccolta una stella nera dalle infinite punte, acuminate quanto gli aculei di un riccio marino, così che anche reggendola tra le mani non se ne sfiora mai direttamente il centro. Continua a leggere “In margine a Giovanna Frene, "Il noto, il nuovo" (Transeuropa, 2011)”

Recensione a Lev Tolstoj, "Che cos'è l'arte?"

Michele Sisto

Lev Tolstoj, Che cos’è l’arte? a cura di F. Frassati, Donzelli 2010
Lev Tolstoj, Che cosa è l’arte, a cura di T. Perlini, Mimesis 2011

Il Tolstoj saggista, si sa, non va preso sul serio, soprattutto quando scrive di letteratura. È irricevibile. Il settantenne che nel 1897 dà alle stampe Che cos’è l’arte? assomiglia al suo Chadži-Murat, il guerrigliero ceceno che, sapendo di aver perso la battaglia, spara fino all’ultima pallottola. Sceglie i suoi bersagli con spietata oculatezza: Dante, Shakespeare, Cervantes, Goethe, Puškin, Baudelaire e decine d’altri, incluso l’autore di Guerra e pace, cadono sotto i colpi della distinzione tra «arte buona» e «arte cattiva». Ora questo bellicoso, e a tratti inconfessabilmente divertito, pamphlet torna in due riedizioni: Donzelli ripropone infatti la versione di F. Frassati (Feltrinelli UE 1978), ancora valida, e Mimesis quella di T. Perlini (Gallone 1997), parziale e infestata di refusi, ma ottimamente introdotta. Perlini inserisce il saggio nell’ancora poco esplorata traiettoria dell’«altro Tolstoj» (l’espressione è di P. C. Bori): un Tolstoj a cui «l’arte non basta più» e dedica i suoi ultimi trent’anni a elaborare una «religione universale» che concili il suo razionalismo illuminista con un cristianesimo radicale. Continua a leggere “Recensione a Lev Tolstoj, "Che cos'è l'arte?"”

Recensione a Guido Mazzoni, "Sulla poesia moderna", il Mulino 2005

 Niccolò Scaffai

Non mancano, tra i libri sulla poesia moderna e contemporanea usciti negli ultimi anni, ottime raccolte di saggi e pregevoli antologie spesso arricchite da ampie trattazioni su autori e periodi, talvolta anche ben annotate. Ciò che mancava – e pour cause – era un libro appositamente ideato e organizzato per affrontare a viso aperto la storia e la collocazione del genere lirico nella letteratura e nella società moderne. Uno studio, cioè, da affiancare idealmente agli ormai storici Da Baudelaire al surrealismo di Raymond e La struttura della lirica moderna di Friedrich. Sulla poesia moderna di Guido Mazzoni è un libro che, per ambizioni ed esiti se non per metodi e conclusioni, si dispone nella schiera aperta dai primi due.

Mazzoni, già allievo della Normale di Pisa, insegna all’Università di Siena; si direbbe che, nel suo secondo volume (il primo, Forma e solitudine, è uscito da Marcos y Marcos nel 2002), confluiscano le attitudini migliori delle due scuole: l’approfondimento degli aspetti formali e la loro giustificazione in rapporto alla tradizione e alla società.

Il libro è articolato in quattro capitoli (I. La rete dei concetti, II. Un testo esemplare, III. Una storia delle forme, IV. Lo spazio letterario della poesia moderna), preceduti da un’ampia introduzione teorico-programmatica (Le forme dell’arte e la storia degli uomini) e seguiti da una conclusione sopra La poesia moderna come forma simbolica. Ne risulta un volume di proporzioni esatte, calibrato per mettere in risalto problemi e direzioni di ricerca più che per tentare sistemazioni (necessariamente provvisorie, in un campo come questo, e spesso troppo vincolanti). Continua a leggere “Recensione a Guido Mazzoni, "Sulla poesia moderna", il Mulino 2005”

Recensione a Franco Arminio, "Terracarne" (2011)

Michele Sisto

I libri di Arminio hanno un pregio raro: nascono da un’idea. Un’idea fissa, e pertanto costantemente a rischio di sconfinare nel «vaneggiamento egotico», ma che non si risolve mai in ossessione privata. È, anzi, un’idea ‘generale’, ed è grossomodo questa: lo sviluppo che a partire dagli anni ’50 ha insediato anche in Italia la civiltà dei consumi è stato al tempo stesso una distruzione, che ha disgregato civiltà contadine millenarie, sfigurato il paese e condannato chi lo abita a una nevrotica tristezza. Niente di nuovo, è l’idea che anima l’intera opera di Pasolini. Mentre però questi puntava il dito sul lato oscuro della modernizzazione capitalistica nel momento della sua decisiva accelerazione, gli anni ’50-’70, lo sguardo di Arminio si posa sul paesaggio quale appare dopo il diluvio, all’indomani della morte delle lucciole, del genocidio culturale, del trionfo del nuovo fascismo, della mutazione antropologica. Continua a leggere “Recensione a Franco Arminio, "Terracarne" (2011)”

Recensione a Umberto Fiori, "Voi", Mondadori 2009

Niccolò Scaffai

«…l’io, io!… Il più lurido di tutti i pronomi!» (La cognizione del dolore): la citazione gaddiana che Umberto Fiori ha collocato in epigrafe è una delle chiavi che dischiudono il senso del ‘poemetto’ Voi. Un senso da rintracciare appunto nel conflitto tra ‘io’ e ‘voi’, tra individualità del soggetto e collettività degli altri. Se fosse giusto definirli ‘altri’. Scrive infatti Fiori: «Potrei parlare da fuori, / dall’alto, da lontano. Dire: loro, / gli altri, la gente. // Invece – vedete? – vi chiamo, / vi sto di fronte». Il protagonista lirico non si percepisce infatti come persona separata dall’anonima comunità di interlocutori; non c’è insomma, nel titolo e nel progetto del libro, l’eco di una distanza modernista tra il poeta e gli uomini ‘che non si voltano’, innanzitutto perché, scrive Fiori, «anch’io sono voi. E voi siete io, si sa.» Poi perché ‘voi’ non è persona né silenziosa né indifferente, ma, al contrario, titolare di un’enunciazione inquisitoria, che provoca e giudica l’io. Se volessimo dare a questi versi una posizione nella geografia della lirica moderna, potremmo magari evocare per l’ennesima volta il senso di colpa del ‘povero poeta’ privato del mandato sociale: solo che, quel senso di colpa e quella privazione acquistano ora una specie di esistenza, diventano appunto quasi-personaggi attraverso l’artificio retorico della prosopopea. Tanto che, per l’accensione semantica delle figure pronominali e per la tendenza alla personificazione drammatica delle istanze, sarebbe anche possibile un confronto con autori italiani del secondo Novecento, in particolare Giudici e Caproni. Continua a leggere “Recensione a Umberto Fiori, "Voi", Mondadori 2009”

Un giardino in progresso

Michele Sisto

Nel 1994 l’antologia einaudiana Nuovi poeti tedeschi si chiudeva con un testo di Durs Grünbein dedicato all’amico e rivale (non compreso nell’antologia) Thomas Kling, capofila riconosciuto dello sperimentalismo formale. L’anno successivo, come ha osservato Heribert Tommek («Allegoria» 62), si consuma lo scontro decisivo tra i due poeti: replicando la mossa compiuta trent’anni prima da Enzensberger, Grünbein prende le distanze dall’avanguardia e si avvia ad assumere la posizione di poeta ‘neo-classico’ rappresentativo della nazione. Il conferimento del premio Büchner, nel ’95, sancisce il successo della linea Enzensberger-Grünbein – quella dei poetae docti, tra cui si possono annoverare anche il primo Sebald e Raoul Schrott – e l’ulteriore marginalizzazione della linea contrapposta – tendente ora al pop ora alla sovversione stilistica – che va da Rolf Dieter Brinkmann a Kling, passando per Oskar Pastior. Continua a leggere “Un giardino in progresso”