Mese: settembre 2012

L'ultimo dei modernisti

Paolo Zublena 

Con Giuliano Mesa se ne è andato forse l’ultimo dei modernisti. E – intendiamoci – non si vuol dire “l’ultimo” secondo la vulgata di un’elegia della fine che vede dappertutto epigoni esausti o svagati postmodernisti: “l’ultimo” intende designare colui che, con radicalità, ha compiuto un estremo tentativo di rappresentare l’istanza modernista in modo adeguato ai tempi.
Al centro di ogni modernismo sta un progetto di ricerca della verità, verità ontologica in primo luogo. Secondo una movenza non certo maggioritaria in questi anni, Mesa non ha dissolto il concetto di verità in una semplice accoglienza nei confronti della venuta dell’altro, ma ha preteso che la poesia dicesse quel che il linguaggio ordinario non sembra più in grado di dire: non la verità dell’oggetto, ma la verità dell’evento: una verità etica. Nell’indistinzione ontologica dei fatti, la scrittura punta a risemantizzare con cura le tessere del linguaggio per restituirle a una nuova vita relazionale, etica.
La poesia di Mesa è una poesia materialista (corporale), politica (etica) e tragica (dolorosa). L’ultimo attributo può sembrare il più scabroso: è possibile il tragico nel tempo – sancito dalle avanguardie – dell’impossibilità del tragico (al limite proponibile solo con la maschera del grottesco)? Si direbbe di sì: perché Mesa mette in forma la negatività inconsolabile e inconciliabile della vita offesa. Del resto è proprio Adorno, spesso citato – e pour cause – da Mesa, a garantire (nella Dialettica negativa) il diritto di espressione artistica della sofferenza. Il rispetto della dialettica negativa per la contraddizione, per l’aconcettuale è esattamente quanto di adorniano Mesa usa per correggere il pur amato finale “mistico” del Tractatus di Wittgenstein. Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere: ma la poesia può tacerne rappresentandolo, articolandolo dialetticamente attraverso il suo peculiare silenzio scritto. Tragedia dolorosa della dialettica, tragedia del soccombente: «Tragico è soltanto quel soccombere che deriva dall’unità degli opposti, dal ribaltamento di una cosa nel suo contrario, dall’autoscissione. Ma tragico è anche soltanto il soccombere di qualcosa cui perire non è consentito, dopo il cui allontanarsi la ferita non si chiude». Così Szondi nel Saggio sul tragico, e allo stesso modo il Tiresia di Mesa: «devi tenerti in vita, Tiresia, / è il tuo discapito».
Il tragico di Mesa nasce dal tentativo di attingere una verità etica, Continua a leggere “L'ultimo dei modernisti”

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Il «resto» della poesia negli anni Novanta [da “Dissidenze”, Oèdipus, 2012]

                                                                                                                          Giampiero Marano

C’è qualcosa di involontariamente tragico nel “trionfalismo” con il quale, durante gli anni Novanta, è stata accolta la poesia ritornata all’affermazione di una «parola integra, portatrice (…) di una più piena vitalità e visibilità umana» (1). Continua a leggere “Il «resto» della poesia negli anni Novanta [da “Dissidenze”, Oèdipus, 2012]”

Recensione a "Corpo stellare" (2010) di Fabio Pusterla

Massimo Gezzi

«La nuova raccolta di una delle voci più amate della poesia contemporanea affonda nelle sue radici e spicca il volo», recita la quarta di copertina del sesto libro organico di Fabio Pusterla (1957). E certamente la dialettica alto-basso, o meglio volo-caduta, funge da asse insieme tematico e strutturale attorno a cui cresce questo Corpo stellare (Marcos y Marcos 2010), che già dal titolo rivela il suo profondo motivo d’essere: quello di costituirsi, cioè, come libro interamente «tragico» (Raffaeli), stratificato, capace di tessere complesse relazioni tra dimensioni opposte del reale. Il titolo ricorda limpidamente quello dell’ultima e notevolissima raccolta di Vittorio Sereni (Stella variabile, 1981), uno dei sicuri maestri di Pusterla, così come uno dei versi più celebri di quel libro («Guidami tu, stella variabile, fin che puoi») è alluso da un distico di Abbozzo degli aerei e delle ali, una delle poesie più belle di Corpo stellare: «Un’altra stella, / dunque, che adesso ci chiama e ci guida?». Ma la stella di Pusterla è, appunto, anche un corpo, e il “tu” a cui egli si rivolge nella poesia eponima si incarna di volta in volta in una parola, in un «vento / di foglie e primavere» e nella «voce del cervo / vivo e ferito a morte». Come dire che questa poesia, arrivata all’apice – io credo – della sua maturità, si incarica di significare insieme la dimensione terrestre, problematica e imperfetta dell’essere umani (o semplicemente dell’esistere), e lo slancio, di natura quasi utopica, che a essa si accompagna, e che l’explicit dell’ultima poesia definisce con tre termini rischiosissimi ma in fondo necessari: «ancora un po’ di memoria, / ancora un po’ di speranza, di amore». Continua a leggere “Recensione a "Corpo stellare" (2010) di Fabio Pusterla”

Recensione a Mariano Bàino, ''Dal rumore bianco'' [Ad est dell'equatore, 2012]

Daniele Claudi

 

Finita la lettura del nuovo libro di Bàino – un giallo poliziesco, come vedremo, ambientato negli anni nebbiosi del dopoguerra – si ha l’impressione profonda che all’origine del libro ci sia una azione di rottura, ma che la scelta del giallo non esaurisca il senso irregolare del romanzo.
Sotto il romanzo che vedremo – e che è quello che costituisce la tranquilla facciata dell’edificio – si agita un doppio romanzo.
E ad esso rimanda indubbiamente il titolo: dove l’immagine del “rumore bianco” restituisce la condizione di un’interferenza – la disfunzione percettiva del piccolo individuo autistico scollato dalla Realtà.
Ma procediamo con ordine. Tutto il libro ruota attorno a un personaggio che ha robuste dimensioni narrative, con risultati tali da rivelare ancora Bàino come un modo di concepire la letteratura. In fuga da grane sentimentali, Ottone Ingravoglia è un vicecommissario giovane che abbandona l’Irpinia per Napoli – città battuta stranamente dalla pioggia –, sede del comando militare della Nato (con i boriosi marines); a lui tocca ben presto il caso di una giovane donna scomparsa della zona del vesuviano. Qui, dove vive il principe della risata Tito de Cortis, per un misterioso fenomeno di telepatia, stabilita con un bambino malato di “rumore bianco”, egli porta alla luce qualcosa, ma che è senza legami con le indagini. Trasferito per intervento delle alte sfere in Sardegna – la causa scatenante è un “incidente diplomatico” con alcuni marines –, l’Ingravoglia decide di non allinearsi: “Non sa se ridere o piangere; ma sa che quelli che lo aspettano per domani, fra cento anni staranno ancora aspettando”. Continua a leggere “Recensione a Mariano Bàino, ''Dal rumore bianco'' [Ad est dell'equatore, 2012]”

Note su “La Nudità” (peQuod, 2010) di Stelvio Di Spigno. Costruzione dell’identità e poesia come esercizio di libertà.

Pier Mario Vello

La scienza, nel suo processo di costruzione della conoscenza, opera in modo tale che il soggetto si distacchi dal suo oggetto, si faccia distante, osservi freddamente il mondo e prescinda da qualsiasi coinvolgimento sentimentale che considera come distorsione del conoscere. Così deve essere. Ma se consideriamo il processo conoscitivo insito nell’arte, e soprattutto se diamo fiducia al fatto che l’arte instauri una modalità diversa di conoscere il mondo, allora dobbiamo notare che il processo qui è rovesciato: l’artista quando conosce (e crea) non si distacca dalle cose, ma va verso di esse, si avvicina al mondo, lo assorbe e lo assimila. Senza questa fusione non credo che si possa dire che ci sia veramente arte. Siamo quindi qui alla presenza di due flussi, uno scientifico e analitico, l’altro artistico e sintetico, che hanno direzioni opposte e, soprattutto, richiedono dal soggetto conoscente due modi opposti di relazionarsi al mondo. È lecito aspettarsi che questa dualità si rispecchi anche nel tenore e nel colore morale e cognitivo che il soggetto assume su di sé in questa sua impresa di conoscere la realtà e di venirne in contatto.

La nudità di Stelvio Di Spigno è un testo che, com’è ovvio, si situa tutto sul versante del conoscere poetico, ma quel che è particolare nell’opera è il fatto che essa sia attraversata dal dramma stesso del creare artistico, quando questo creare richiede all’artista la fusione nell’alterità, la dispersione di se stesso, la comprensione dell’altro fino a identificarsi con ciò che appare distante e caotico, la costruzione della propria identità svolta dolorosamente attraverso il contatto con l’eterogeneo e il diverso, fino al contatto con gli esseri inanimati, con la natura stessa. Siamo quindi qui di fronte alla consapevolezza del dramma morale dell’arte che si realizza nel lavoro di conoscenza e di esperienza del mondo (la scienza dal canto suo ha ben altri e pregnanti drammi). Lo strumento che l’artista ha a disposizione per giungere a contatto con la realtà è se stesso, la propria identità mutevole e provvisoria, il proprio essere-gettato in mezzo alle dure cose e al registro del mondo, a volte senza senso. Continua a leggere “Note su “La Nudità” (peQuod, 2010) di Stelvio Di Spigno. Costruzione dell’identità e poesia come esercizio di libertà.”

Tre poesie e alcune prose

Giulio Marzaioli

Uscito per Luca Sossella Editore, collana ‘arte poetica’, Tre poesie e alcune prose raccoglie ben più di quanto ironicamente suggerisce il titolo. Nel volume, 564 pagine, sono infatti compresi più di trent’anni di produzione poetica di Roberto Roversi, oltre ad alcune prose e scritti vari, soprattutto di stampo saggistico. La raccolta di testi, a cura di Marco Giovenale, viene introdotta dallo stesso curatore che tenta un’utile mappatura di un percorso assai ramificato. A chiusura una nota di Fabio Moliterni, altrettanto utile nel focalizzare l’attenzione sulla scrittura di Roversi al fine di scongiurare il rischio di una sovraesposizione del “fenomeno” Roversi, con tutta la geografia di luoghi comuni che ne consegue. Da metà degli anni ’60, infatti, da quando Roberto Roversi decise di lasciare orfani i grandi editori destinando i propri scritti a edizioni limitate e spesso auto-prodotte, si è alimentata una sorta di leggenda che vede l’autore trasfigurato in uno stilita della letteratura. Eppure da metà degli anni ’60 passare dalla Libreria Palmaverde (gestita dallo stesso Roversi sino al 2006) ha significato attraversare parte fondamentale della storia della letteratura italiana (dalla cura delle riviste Officina e Rendiconti a un’intensa frequentazione di altri autori, dalla produzione di poesia in piccole edizioni e fogli alla organizzazione di incontri ed eventi). In effetti non ci troviamo in presenza di una collocazione fuori da (non si giustificherebbe altrimenti l’intensa attività svolta dall’autore), bensì di un posizionamento altrove, coerentemente con la propria percezione del mondo esterno (che poi tale posizionamento periferico risulti particolarmente centrato dipende dallo stato in cui versa il mondo esterno; tra l’altro, la scelta di veicolare i propri scritti fuori dalla grande distribuzione, paradossalmente ha accorciato la distanza con i lettori della poesia di Roversi). Continua a leggere “Tre poesie e alcune prose”

Recensione a R.Roversi, "La devastazione di Montecalvo" (Oèdipus, 2011) e "Trenta miserie d'Italia" (Sigismundus, 2011)

Marco Giovenale

La voce di Roberto Roversi si è soffermata recentemente su due diverse storie, una in forma di racconto e una come sorta di lungo vocativo o invettiva risentita e insieme lunare. La narrazione in poesie brevi uscita per Oèdipus, a cura di Ciro Vitiello, ha per titolo La devastazione di Montecalvo, si ferma su una data precisa, il 1944, e porta un sottotitolo esplicito: «Macerie / miserie / pensieri / dal fiume / del tempo». Il “vocativo” è invece quello delle Trenta miserie d’Italia, sequenza di poesie pubblicata dalla Sigismundus di Davide Nota. Quella delle Miserie è una sezione del lungo poema a cui Roversi da quasi tre decenni attende: L’Italia sepolta sotto la neve. Le Trenta miserie d’Italia ne costituiscono la sezione conclusiva, quarta, dunque cruciale. Negli anni, per frammenti staccati, il poema è uscito in edizioni parziali e su riviste. Si è poi compiuto – ed è stato stampato in tiratura limitatissima per AER – nel 2010.

In una nota di prefazione a un altro libro roversiano (del 1981, a ridosso dell’inizio dell’avventura dell’Italia sepolta), Massimo Raffaeli osservava Continua a leggere “Recensione a R.Roversi, "La devastazione di Montecalvo" (Oèdipus, 2011) e "Trenta miserie d'Italia" (Sigismundus, 2011)”

Recensione a Michele Sovente, ''Superstiti'' (San Marco dei Giustiniani, 2009)

Daniele Claudi 

«Ho cercato il silenzio. / […] / ho tra me e il tumulto / stabilito una distanza / che mi potesse / spostare altrove. / […] / Mille e mille volte / ho chiuso gli occhi / per allontanare le stolte / immagini pubblicitarie. / Ho cercato una presenza umana. // Mi sono fatto sedurre / dalla lontana febbre di vita / delle isole avvolte / da racconti leggendari / […] Spesso la mente / si è lasciata incantare». La difficile ricerca di «una presenza umana» a cui sono dedicati questi versi – sembra banale dirlo – è il tentativo di ragionare sugli elementi di umanità che deve continuamente darsi l’individuo, per «allontanare le stolte / immagini pubblicitarie»: il potere delle comunicazioni di massa. C’è un rischio, dice Sovente. È l’abbandonarsi al disimpegno, quando non resta altro che la «febbre di vita» di cui brucia l’immaginazione. Ma alla fin fine, tutto si volge nello smantellarsi delle apparenze che governano il mondo. «Si spalanca una finestra / mostrando improvvise / crepe nel blu / e un’antenna bianca. / […] Vedo / in fondo alla strada / un uccello dissolversi…». Continua a leggere “Recensione a Michele Sovente, ''Superstiti'' (San Marco dei Giustiniani, 2009)”

Recensione a Mario Fresa, "Uno stupore quieto" (Stampa, 2012)

Stelvio Di Spigno

C’è una linea metodologica intatta e concreta, che divide la poesia nella sua declinazione anche più prosastica, dalla prosa vera e propria, e in particolare dalla prosa che si vorrebbe poesia ma che per carenze qualitative e deficit di evocazione resta prosa. Una prosa che non è poesia, non è narrativa, un mostro a due teste ma senza la capacità di camminare e arrivare al lettore. Come ci avverte Maurizio Cucchi nella sua illuminante prefazione, che intravede di fino e ci comunica delle varie anime del libro qui in oggetto (tra cui quella avanguardistica, seppure in versione non spinta) su questa linea si muove, agilmente e con bilanciata temerarietà Uno stupore quieto di Mario Fresa, uno dei quattro o cinque poeti campani validi che hanno scelto (nel caso di Fresa con un successo fatto di attenzione critica proveniente da tutt’Italia e una serie di importanti pubblicazioni per editori maggiori) di restare e lavorare sul proprio territorio. Ed è questo un primo dato che colpisce. Sebbene la Campania non abbia manifestato, se non in rarissimi e ormai lontani casi isolati, una propensione a creare una propria tradizione poetica nel Novecento, Fresa comincia la sua ricognizione lirica azzerando ogni rapporto con quanto si è fatto in poesia nella sua regione. La sua poesia appare lontana sia dalle vicende poetiche delle neoavanguardie campane (il gruppo di Franco Cavallo e «Altri termini» e il Gruppo ’93, per intenderci) sia dal metricismo barocco di un Frasca o dal virtuosismo plurilinguistico di un Sovente. Per non parlare di un esempio veteronovecentesco come Alfonso Gatto, salernitano come l’autore. Continua a leggere “Recensione a Mario Fresa, "Uno stupore quieto" (Stampa, 2012)”

Scritture di ricerca: dopo il paradigma [appunti da un saggio in costruzione]

Marco Giovenale

[…]

I. Per datare i cambiamenti: alcuni indizi

I.1.

L’impressione è che da circa mezzo secolo noi tutti siamo fuori da un “paradigma”. In occidente, almeno. (Paradigma è vocabolo sentito alternativamente o troppo invadente o troppo poco inclusivo, eccessivamente blando; dunque lo si assumerà come signum arbitrario da variare; al momento lo uso come puro termine convenzionale, e provvisorio).

Se un cambio di paradigma c’è stato (perfino in Italia), di fatto ci troviamo adesso in un altro/differente (o entro una serie di altri), che invece appunto ci include e determina. Siamo (nati) in un diverso paradigma che include/informa percezioni reazioni relazioni nel contesto o panorama occidentale, e nei testi che vi si producono. Tutto o moltissimo è cambiato intorno a noi e in noi anche per via di quel che è stato scritto e sentito e percepito e fatto e detto dall’inizio degli anni Sessanta. A me sembra che si sia pienamente (e contortamente) dentro un mutamento, o mutazione avvenuta e ancora in atto: ci siamo letteralmente nati, è stato la nostra placenta.

Eviterei di parlare di Modernismo come di Postmoderno. Anche se parlare, invece, di paradigmi è quanto meno fumoso. Ma qui non scrivo un “saggio”; qui semmai si dà per avviata (con puntini di sospensione all’inizio e alla fine) una sequenza di ipotesi e domande, più che risposte; si ragiona operando su un terreno che il ragionamento stesso tenta di preparare a un viaggio verso definizioni in larga parte da elaborare.

I.2.

Il cambio di paradigma sembra essere iniziato al principio degli anni Sessanta. Rosselli scrive Spazi metrici nel 1962, Antonio Porta Aprire nel 1960-61, Corrado Costa le prime poesie sul «verri» in quegli stessi anni. (Ma gli esempi sarebbero dozzine). Esce nel giugno 1962 Opera aperta, di Eco.

Rosselli Continua a leggere “Scritture di ricerca: dopo il paradigma [appunti da un saggio in costruzione]”

Recensione ad Alessandra Carnaroli, "Femminimondo. Cronache di strade, scalini e verande" (Polìmata, Roma 2011)

Silvia De March

Il titolo può dissuadere. La pubblicizzazione, firmata dall’Associazione Erinna (donne contro la violenza alle donne), pure. La scarsa o nulla distribuzione delle edizioni Polìmata incentiva a desistere.
E’ improprio circoscrivere l’impegno letterario dell’autrice alla denuncia sociale. La raffinatezza della scrittura colloca la raccolta tra le letture più piacevoli e sorprendenti in una stagione di produzione poetica piatta.
La dedica (a chi ho preso la parola / alle loro figlie) svela un’operazione di ascolto che s’inscrive in un orizzonte propriamente di verità. Una realtà più autentica si svolge in queste Cronache tratte da strade, scalini e verande, ovvero interni, esterni e interstizi intermedi. I componimenti si susseguono in Sfilate come indica una seconda intestazione alla raccolta: i fatti a sinistra, sintetizzati da rastremate coordinate del luogo e del modo del misfatto, disposte in suggestiva dinamica col vuoto; le colpe a destra, in una pagina dedicata alle testimonianze raccolte in veri e propri testi poetici.
Le donne nel mezzo sono soggetti ed oggetti della narrazione, che coglie l’accaduto in medias res oppure a posteriori e si svolge attraverso formule colloquiali. Non ci sono dialoghi: i monologhi si rivolgono spesso ad una seconda persona che non risponde; i componimenti che invece assemblano più di un punto di vista non realizzano un’interazione reciproca, fanno semplicemente coesistere estraneità già irrimediabilmente scisse. Continua a leggere “Recensione ad Alessandra Carnaroli, "Femminimondo. Cronache di strade, scalini e verande" (Polìmata, Roma 2011)”

Uomo, storia e cosmo: una lettura critico-filosofica dei poemi di Vincenzo Frungillo

Francesco Filia

 

 “Sapersi mutazione costante,/oltre la divisione delle caste,/anche se il mondo, orfano del sublime,/vede ogni cosa senza la sua fine.” (La fine di Lucrezio). C’è una faglia che interrompe la continuità tra animale e uomo ed è la coscienza (Sapersi mutazione costante) che dà vita al linguaggio e al simbolo, la vita dell’uomo è simbolica – attribuire un nome a una cosa è già snaturalizzarla – e per questo il suo orizzonte è di gran lunga più vasto di quello animale (il mondo che vede ogni cosa senza la sua fine), tanto vasto da portare a domandarsi sul senso della propria esistenza attraverso il mito, la religione, l’arte, la filosofia. In altre parole l’uomo prova angoscia per la sua fine e ne chiede continuamente il perché (la condizione sublime dell’uomo), l’analogia tra animali e uomini non sarà arbitraria quando gli animali ci risponderanno, ma a quel punto saranno altro, avranno la stessa nostra angoscia. Per dirla con Max Scheler: “nel medesimo istante in cui l’<uomo> si è posto ‘fuori’ dalla <natura> per fare di questa l’oggetto del suo dominio e del nuovo principio dell’arte e dei segni: ‘proprio in quel medesimo istante’, l’uomo ha dovuto incontrare il suo centro fuori di e di là dal mondo. Essendosi posto tanto audacemente al di sopra del mondo, egli non poteva più considerarsi come un semplice <elemento> e una semplice <parte> di esso!”[1] Continua a leggere “Uomo, storia e cosmo: una lettura critico-filosofica dei poemi di Vincenzo Frungillo”

Parola/immagine. “Il grande angolo” di Giulia Niccolai

Fiammetta Cirilli

1. La struttura del romanzo

Il romanzo Il grande angolo di Giulia Niccolai esce nel 1966 per Feltrinelli: l’autrice, trentaduenne al momento della pubblicazione, era di fatto un’esordiente nel campo delle lettere, pur avendo alle spalle una buona esperienza come fotoreporter. A tutt’oggi, il suo nome figura tra quelli di alcuni «outsider»[1] d’eccezione della fotografia italiana tra gli anni Cinquanta e Sessanta, ed evoca l’attività di figure legate a un settore della stampa settimanale (da «L’Espresso» di Arrigo Benedetti al «Mondo» di Mario Pannunzio), che, nel considerare la fotografia un elemento di primo piano del proprio progetto editoriale, ha finito con il creare e imporre uno stile fotografico originale.

Il grande angolo esibisce fin dal titolo quello che costituisce il suo «problematico» [2] nucleo generativo: ovvero «lo sguardo fotografico», a sua volta sdoppiato nello sguardo che è della fotografa protagonista del racconto, Ita, e in quello che forma invece «il carattere, il mezzo e lo stile del romanzo», e cioè «lo sguardo narrante». Come segnala del resto la breve anticipazione sulla copertina dell’unica edizione esistente, il racconto traccia la «lucida, scabra, moderna storia segreta di una donna che vede e che si vede come nel mirino d’una macchina fotografica» [3]: e infatti la narrazione è strutturata affiancando sequenze di fotogrammi di singolare, bruciante esattezza, che, a loro volta, ‘fissano’ con puntualità finanche ossessiva l’atto del fotografare. Se ne ha una prova fin dalle prime righe, allorché sono ‘registrati’ i movimenti delle persone presenti nella cabina di comando di una barca in navigazione lungo il corso del Nilo:

Il marinaio al timone controlla l’ago magnetico della bussola e guarda davanti a sé il mare. Impugna le estremità arrotondate dei raggi della ruota di governo e manovrandola imprime alla nave la direzione.

            Poi di colpo stacca le mani e lascia che la ruota giri a vuoto su se stessa e si disvolga (GA, p. 9).

L’esordio del romanzo coincide con Continua a leggere “Parola/immagine. “Il grande angolo” di Giulia Niccolai”