Uomo, storia e cosmo: una lettura critico-filosofica dei poemi di Vincenzo Frungillo

Francesco Filia

 

 “Sapersi mutazione costante,/oltre la divisione delle caste,/anche se il mondo, orfano del sublime,/vede ogni cosa senza la sua fine.” (La fine di Lucrezio). C’è una faglia che interrompe la continuità tra animale e uomo ed è la coscienza (Sapersi mutazione costante) che dà vita al linguaggio e al simbolo, la vita dell’uomo è simbolica – attribuire un nome a una cosa è già snaturalizzarla – e per questo il suo orizzonte è di gran lunga più vasto di quello animale (il mondo che vede ogni cosa senza la sua fine), tanto vasto da portare a domandarsi sul senso della propria esistenza attraverso il mito, la religione, l’arte, la filosofia. In altre parole l’uomo prova angoscia per la sua fine e ne chiede continuamente il perché (la condizione sublime dell’uomo), l’analogia tra animali e uomini non sarà arbitraria quando gli animali ci risponderanno, ma a quel punto saranno altro, avranno la stessa nostra angoscia. Per dirla con Max Scheler: “nel medesimo istante in cui l’<uomo> si è posto ‘fuori’ dalla <natura> per fare di questa l’oggetto del suo dominio e del nuovo principio dell’arte e dei segni: ‘proprio in quel medesimo istante’, l’uomo ha dovuto incontrare il suo centro fuori di e di là dal mondo. Essendosi posto tanto audacemente al di sopra del mondo, egli non poteva più considerarsi come un semplice <elemento> e una semplice <parte> di esso!”[1]

I testi poematici di Vincenzo Frungillo (Ogni cinque bracciate, Le Lettere, 2009; Iter stultorum, in Undicesimo Quaderno di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2012; La fine di Lucrezio, in La fisica delle cose, Giulio Perrone editore, 2011) hanno al centro questo stupore verso la condizione dell’uomo, che è quella meraviglia che risale alla sapienza greca, basti ricordare i famosi versi del coro dell’Antigone di Sofocle “Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell’uomo”[2], ossia la vertigine di fronte alla libertà umana che prende forma nel linguaggio, la libertà di ritrovarsi o di perdersi di raccontarsi o dimenticarsi, la tenerezza che nasce dalla consapevolezza nei confronti della comune sorte dei mortali, cioè di coloro che sanno fin nell’intimo delle loro fibre che moriranno (Per la legge naturale della specie,/ solo chi conosce fino in fondo/ la tenerezza dello stare al mondo/ può vedere le barbarie. La fine di Lucrezio). L‘esistenza dell’uomo è proprio questa faglia tra bios e logos, che si allarga e si restringe ma che tiene uniti sotterraneamente le due sponde dell’esistere dell’uomo, come lo stesso Frungillo, in un suo saggio, fa notare consapevolmente: “L’equilibrio sta proprio nella relazione tra bios e mondo, tra temporalità del singolo e Storia” [3]. In altri termini l’uomo è l’unico essere – per quel che ne sappiamo – che ha consapevolezza, coscienza simbolica di esistere, ha il linguaggio che nomina le cose, e in questo nominare le trae dall’indistinto primigenio e le consegna alla storia. La Storia è l’oggetto del dire poetico dell’uomo il suo essere oltre il solo bios e già da sempre essere nello zoon [4], ossia nella condizione di chi per essere ciò che è deve aprirsi, o meglio è già da sempre aperto, all’alterità al suo stare al mondo, e sperare di esserne riconosciuto e nel logos, in ciò che lega, unisce nel pensiero e nella parola ciò che altrimenti sarebbe destinato al caos, a tornare nell’indistinto da cui proviene. La parola il discorso è il tentativo dell’uomo di sottrarre il suo destino all’insignificante, per l’irripetibilità dell’esistenza individuale e storica, della mera ripetizione della natura, anche se però, la natura, rimane nel corpo, anch’esso simbolo, legato indissolubilmente ad essa. Nell’intrecciarsi di bios, zoon e logos si dà la specificità del canto epico che coglie l’uomo nel suo divenire storico e fa assurgere quell’attimo  (che può essere l’epopea delle nuotatrici di Ogni cinque bracciate, il viaggio verso il Santo Sepolcro della crociata dei fanciulli in Iter stultorum, o il viaggio di Memmio sulla scia di Epicuro in La fine di Lucrezio) colto e sottratto al divenire incessante, in archetipo di uno specifico stare al mondo, quello che fonda un popolo una  nazione o un’intera civiltà (Gridavano in faccia allo spray rosso/ sui mattoni primordiali del più alto muro;/ lei, bambina, si caricò quell’urlo addosso/ e decise per sé  l’impegno più duro/ <<salverò queste voci dal puzzo di piscio,/ le porterò con me in un posto libero, sicuro,/ farò di me stessa il oro corpo,/ farò dei miei gesti il loro volo!>>. Ogni cinque bracciate). Se natura c’è nell’uomo essa è sangue, ossia già un simbolo, etimologicamente ciò che mette insieme due cose unendole, è un sentimento che ha trovato parola,  l’uomo unisce nel suo domandare il qui e ora della nostra vita e l’oltre del fatto che non vive semplicemente come tutti gli altri esseri viventi ma esiste, ossia progetta ed è già da sempre oltre se stesso, è estasi temporale, memoria del passato, attenzione del presente e attesa del futuro, è Storia appunto (Dal piede gocciola il tempo della memoria/ in cerchi regolari d’acqua e di cloro/ Ute riapre lo spazio della storia. Ogni cinque bracciate). Ma la storia che appartiene allo specifico umano è l’intreccio di tensioni che si contrappongono, lottano e che trovano negli eventi e nei singoli il luogo privilegiato del loro manifestarsi. E spesso le tensioni dell’essere storico dell’uomo, oltre che manifestarsi nei grandi eventi e nei personaggi che la storia la “fanno”, trovano il senso più profondo in eventi apparentemente marginali o in microstorie che non sono mai accidentali ma ramificate esse stesse con la totalità dell’epoca[5], dove le tensioni le contraddizioni si coagulano e si sciolgono nella loro essenzialità. In altre parole in alcuni eventi l’esistenza ritorna su se stessa per mostrarsi nel suo senso profondo, e questo senso profondo trova il suo luogo, lo spazio, proprio nella parola poetica, che nella sua essenzialità è canto del destino, o per lo meno di un destino, ma in quanto destino aperto e intellegibile da ognuno che lo voglia ascoltare.

Sia nel poema Ogni cinque bracciate sia in Iter stultorum il dramma poetico è nell’impossibilità da parte dei protagonisti dei poemi di trovarsi fino in fondo, di ritornare all’origine del proprio essere che è sempre oltre la possibilità di essere afferrata, perché l’origine è già un dopo, uno scontro tra l’inizio ormai perso irrimediabilmente e una meta ancora da venire e sempre un più in là dell’orizzonte; e non è un caso che i protagonisti siano ragazzi e ragazze, adolescenti, come Memmio in La fine di Lucrezio, insomma esseri colti nella frazione della parabola umana in cui l’attrito del non più dell’infanzia e del non ancora della maturità, con le sue forme, spesso informi, definite, avviene in maniera violenta e senza un possibile rimedio.

La forza che si sprigiona dalle campionesse di nuoto della DDR Ute, Lampe, Renate, Karla in Ogni cinque bracciate e la fede nei fanciulli di Iter Stultorum Stephan e Nikolaus  sono il momento in cui un’epoca si fa carne e immagine. Entrambi i poemi sono il luogo in cui si concretizza la visione di un’epoca, e questa visione si fa gesto, accade diventando indelebile, ma quel che diventa indelebile è un perdersi, una dispersione, un fallimento che va cantato (Candida è la fine di chi sa morire/ privilegio esclusivo saper finire,/molti s’arrendono, si tirano indietro/spinti dal nostos, il sentimento più vero,/ma loro avanzano lungo il confino,/il mare li affidi al loro destino,/li consegni al supplizio di ciò che conviene,/si stringa il cerchio di chi non vede.  Iter Stultorum) è una definitività deforme che lascia tracce su un corpo deforme anch’esso, come quello delle campionesse di nuoto dopate dal regima comunista e diventate mostri senza patria (Come una massa d’acqua entrano/ nel volume del corpo mutato,/ obeso di fronte allo specchio guardano/ indiscreti il proprio passato/ -<<è una donna, è un uomo, un essere umano?>>- Ogni cinque bracciate), è come se Ulisse fosse stato divorato da Polifemo o peggio fosse diventato lui il Ciclope solo e senza nessuno che lo ascolta. E per rimanere nell’orbita dei due poemi omerici, nei poemi di Frungillo si inseguono i due modelli costitutivi della letteratura occidentale, per riprendere l’ipotesi di Franco Ferrucci [6], l’assedio e il ritorno. L’esistenza umana oscilla tra i due modelli, è stretta nell’assedio di un prima e un dopo incombenti ed è a sua volta assedio a un centro di felicità strutturalmente irraggiungibile, in Ogni cinque bracciate è questo punto di felicità è rappresentato dalla perfezione del gesto atletico e dall’attimo della gara (si stende poi da pura dorsista e adocchia/ il suo punto di gravità nell’aria,/ svolta nella virata verso la vittoria. Ogni cinque bracciate) o in Iter stultorum nell’epifania dell’amore divino (Invece ora manchiamo il centro,/lo perdiamo ad ogni colpo,/ogni volta che miriamo al tuo corpo;/ma tu stesso l’hai detto un giorno:/“Un gesto d’amore non può che fallire,/più si è precisi e più si resta in superficie”. Iter stultorum) ed è anche un ritorno ad un passato, luogo di un’origine da riconquistare, che in quanto narrato viene salvato da un oblio irrimediabile, ma resta anch’esso irraggiungibile, in quanto ogni ritorno tradisce, perché quel luogo in cui di ritorna non c’è più ma è presente solo nella memoria di chi desidera ritornare a tutti i costi (La Storia. Il contrasto vissuto,/ lotta senza più corpo,/ non ha più ricordo;/ non ha luogo, il ritorno. Ogni cinque bracciate). Perché la storia nel suo intimo è una dispersione, un abbandonare nel mare del tempo ogni essere che l’ha percorsa, come si mostra nel finale di Iter stultorum (Siamo annegati vicino Lampedusa,/altri sono dispersi al largo della Puglia,/siamo una falla della Storia,/solo questo ci accomuna./Eravamo acqua, terra, fuoco,/poi ha parlato per noi il vuoto,/ci ha spinti tra le onde,/a spiare le coste,/tentare la via del mare,/e naufragare, naufragare./La terra non ci ha accolto,/nessuno ci ha sepolto,/offriamo a te il nostro corpo,/la nostra fine sarà il vostro inizio. Coro dei dispersi) che sembra quasi riprendere e dialogare con la sezione IV Death by water di The Waste land[7] Phlebas il Fenicio di Eliot, in cui la salvezza, se c’è, è affidata alla memoria di chi rimane, non ancora sommerso dalle acque e dal mormorio dell’oblio, e racconta, perché senza quel ritaglio di senso che è il racconto non c’è esistenza. Insomma l’uomo è storia perché è sempre oltre se stesso e racconta o dice poeticamente per rompere l’assedio e ritornare a se stesso, ma questo ritorno è esso stesso una perdita, una ferita mortale o una pausa per un nuovo assedio. Il poema canta la struttura intimamente irrimediabile dell’esistenza e la sua continua inesausta richiesta di un perché. (Finire non è uscire dalla vita,/ ma è restare per sempre/ nella sua scena madre,/ è un difetto della vista,/ che non si sceglie, si subisce,/ e vede solo chi sa guardare/ la nostra ferita mortale. La fine di Lucrezio).

Il poeta – anche lui come l’angelo di Klee di cui parla Walter Benjamin[8], che Frungillo richiama esplicitamente nel canto II sequenza II (Le spalle al futuro) di Ogni cinque bracciate,  o come l’Omero nei Sepolcri di Foscolo[9] – a differenza del profeta, che sa tutto per illuminazione divina, o del filosofo della storia che giustifica tutto e tutto rende incatenato nella necessità che porta a quel telos individuato da una sapienza onnisciente, al fine ultimo, si china a cantare chi di quella storia è vittima, senso ulteriore e mai concluso, possibile alterità. Il poeta, invoca le muse per essere partecipe di una scintilla di sapienza (Bellezza, certezza della vita estrema,/ essere poeta significa/ salire di schiena al tempio della dea/ la Venere etrusca, padrona della fiera,/non regala una sola misura,/ ad ogni corpo affida la sua caduta. La fine di Lucrezio), si aggira e si trattiene tra le macerie e cerca con la sola forza del canto di ricomporre l’infranto e di destare i corpi, i morti, non ricuce le ferite dell’assedio (è finito l’assedio, s’è concluso,/ ora tutto è osceno: Ogni cinque bracciate) ma le lascia aperte per dare loro respiro, ritorno, vita (avverte il corpo come se fosse discosto,/ figlio di quel taglio, sente l’impegno/ di tenerlo nascosto,/ come ciò che deve ancora venire,/ che c’è ancora tempo per finire. Ogni cinque bracciate) per far affiorare quella terra, l’oltre congenito all’esistenza umana, non più solo desolata dove lo spreco di energia, l’assedio, la forza che si sprigiona dal domandare e dal desiderare umano che chiede quale sia il suo posto nel cosmo, possa venir riassorbita, il ritorno, con la consapevolezza che comunque l’uomo naufragherà prima di arrivarci. (Queste le parole che danno vita/ al percorso terrestre del pastore d’anime/in cerca di risposte:/trovare la Terra promessa/dove lo spreco d’energia si riassorba. Iter stultorum).

 

Francesco Filia

 


[1] MAX SCHELER, “ La posizione dell’uomo nel cosmo ” (“Die Stellung des Menschen im Kosmos“, Otto Reichl, Darmstadt 1928), in MAX SCHELER, “La posizione dell’uomo e altri saggi”, a cura di R. Padellaro, Fabbri, Milano 1972, p. 221.

[2] SOFOCLE, “Antigone”, vv. 332/333, in “Tragici greci” a cura di R. Cantarella, Mondadori, Milano, 1977. Anche se per rendere la dimensione “più mirabile”  dell’uomo potremmo seguire la versione filosofica di M. Heidegger,  (das Unheimlichste) che nella resa in italiano suona così “Di molte specie è l’inquietante, nulla tuttavia/ di più inquietante (das Unheimlichste des Unheimlichen) dell’uomo s’aderge” . MARTIN HEIDEGGER, Introduzione alla metafisica, Mursia, Milano, 1968 (Einführung in die Metaphisyk, Max Nyemaeyer Tübingen, 1966), pp. 154 e ss. Ossia l’uomo (il dasein, l’esserci, nella terminologia heideggeriana) è il luogo in cui l’essenza inquietante del mondo prende parola e chiede il perché.

[3] VINCENZO FRUNGILLO, “Il poema contemporaneo tra Bios e Storia” in L’Ulisse – rivista di poesia arte e scrittura. N° 15- gennaio 2012.

[4] “Bios significa vita e, come fa notare Agamben, è il termine greco che contende a zoon questo significato. Mentre il primo è l’espressione naturale o diremmo biologica della vita, il secondo è la declinazione politica dell’essenza umana. Uso il termine bios solo in relazione alla storia per alludere alla forbice tra natura e cultura, tra simbolo e natura, tra carne e memoria. Una forbice mai azzerabile.” VINCENZO FRUNGILLO, note a “Il poema contemporaneo tra Bios e Storia” in L’Ulisse – rivista di poesia arte e scrittura. N° 15- gennaio 2012.

[5] “Abbiamo visto fin dall’inizio che nell’evento veramente epico non si compie un singolo atto arbitrario né viene raccontato, quindi, un avvenimento semplicemente accidentale, ma si realizza invece un’azione ramificata nella totalità della sua epoca e delle condizioni nazionali, un’azione che può perciò pervenire ad intuizione soltanto entro un mondo dispiegato e che richiede la manifestazione di tutta questa realtà.” G.W.F. HEGEL, “Estetica”, (Ästhetik), a cura di N. Merker, Einaudi, Torino, 1967, p. 1176, tomo II.

[6] “ I due grandi modelli si sono da sempre inseguiti nel tempo. Per secoli, l’idea della vita come assedio votato alla distruzione e quella del ritorno come fuga e riconquista si oppongono e si intrecciano.” FRANCO FERRUCCI, “L’assedio e il ritorno. Omero e gli archetipi della narrazione.”,  Oscar Mondadori, Milano, 1991, p. 100.

[7]T.S.  ELIOT, “The Waste Land”, IV Death by water, in Opere 1904 -1939, a cura di Roberto Sanese, Classici Bompiani, Milano, 1992, pp. 608-609.

[8]WALTER BENJAMIN, “Tesi di filosofia della storia” in “Angelus Novus” (Schriften, Suhrkamp Verlag, 1955), Einaudi, Torino, 1962, tesi n° 9, p. 80.

[9] UGO FOSCOLO, Dei Sepolcri, in Opere, a cura di F. Gavazzeni, Ricciardi, Milano-Napoli, 1974 1981, vv. 279/295.

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