Recensione a Mario Fresa, "Uno stupore quieto" (Stampa, 2012)

Stelvio Di Spigno

C’è una linea metodologica intatta e concreta, che divide la poesia nella sua declinazione anche più prosastica, dalla prosa vera e propria, e in particolare dalla prosa che si vorrebbe poesia ma che per carenze qualitative e deficit di evocazione resta prosa. Una prosa che non è poesia, non è narrativa, un mostro a due teste ma senza la capacità di camminare e arrivare al lettore. Come ci avverte Maurizio Cucchi nella sua illuminante prefazione, che intravede di fino e ci comunica delle varie anime del libro qui in oggetto (tra cui quella avanguardistica, seppure in versione non spinta) su questa linea si muove, agilmente e con bilanciata temerarietà Uno stupore quieto di Mario Fresa, uno dei quattro o cinque poeti campani validi che hanno scelto (nel caso di Fresa con un successo fatto di attenzione critica proveniente da tutt’Italia e una serie di importanti pubblicazioni per editori maggiori) di restare e lavorare sul proprio territorio. Ed è questo un primo dato che colpisce. Sebbene la Campania non abbia manifestato, se non in rarissimi e ormai lontani casi isolati, una propensione a creare una propria tradizione poetica nel Novecento, Fresa comincia la sua ricognizione lirica azzerando ogni rapporto con quanto si è fatto in poesia nella sua regione. La sua poesia appare lontana sia dalle vicende poetiche delle neoavanguardie campane (il gruppo di Franco Cavallo e «Altri termini» e il Gruppo ’93, per intenderci) sia dal metricismo barocco di un Frasca o dal virtuosismo plurilinguistico di un Sovente. Per non parlare di un esempio veteronovecentesco come Alfonso Gatto, salernitano come l’autore. Fresa è uno dei pochi poeti italiani capaci di far parlare, spersonalizzandosi del tutto, o immettendo nella propria poesia un grado di personalismo solo in funzione interlocutoria e falsettistico-ironica, voci provenienti da altre regioni (è il caso di dire): sia regioni geografiche che stictu sensu logistiche. Nel suo libro, una ridda di personaggi non identificati né identificabili, narrano eventi quotidiani, impressioni, riserve mentali, invettive, piagnistei, con la perizia consumata di un coro settecentesco che non pretende di cantare all’unisono, ma in armonia. Amalgamando voce a voce, come nella polifonia fiamminga, si crea una immagine vitrea e dirompente della realtà formata da uomini che hanno smarrito le proprie origini, il proprio io, la propria storia più o meno completa. Ma non di meno, essi parlano e formano una tela poetica che a differenza di quanto appare, fornisce la visione finale di un mondo dissolto, senza più un centro attorno al quale ruotare, senza più coordinate morali e sempre in bilico tra la catastrofe della perdita di sé e l’apoteosi vitalistica data dal perdurare, in loro, della parola. Che nel caso di Fresa viene trattata con la purezza dell’ascoltatore disincantato che sa rendere poetica una materia del tutto collassata, che è, in definitiva, il mondo ingorgato di segni multimediali nell’epoca della globalizzazione del caos. In questa registrazione mediata e governata dal profondo senso della musicalità proprio della poesia del nostro autore, trovano spazio una serie pressoché infinita di soluzioni stilistiche: dalla citazione ironica di stilemi di origine lombarda, alla falsificazione sistematica delle emissioni vocali, alla scelta di misure e soluzioni formali che vanno dal canto lirico demistificato alla pagina di diario completamente in prosa. Se il mondo è caos, Fresa ci fornisce una lezione di poesia che mette in piedi una veloce e virtuosistica oblazione di esso dandogli forma poetica compiuta, che regge dal primo all’ultimo componimento di Uno stupore quieto. Né potrebbe essere altrimenti: questo libro, sicuramente il migliore di quelli pubblicati dal nostro autore, viene alla luce dopo anni di lavoro e pubblicazioni nelle quali egli ha sondato le capacità di resistenza all’urto di tutta la gamma di soluzioni offerta dalla poesia contemporanea: dall’assolutamente lirico, alla resa comunicativa di ciò che per comodità definiremo qui antilirico e prosastico. Il risultato è sorprendente, anche per chi non conosca specificamente tutto questo lavorio precedente. Fresa si cala nella realtà che lo circonda con la consapevolezza che la poesia è il correlativo (molto poco oggettivo) della voce che canta. In lui permangono i segnali positivi degli studi di musica e canto operistico svolti prima di iniziare la sua carriera di poeta. Nel nostro caso, la voce è il solo mezzo per dire della presenza dell’uomo in questa realtà scandagliata con minuzia, con un atto quasi di fiducia per quanto l’essere umano, ancorché privato delle sue prerogative etiche essenziali, possa ancora donarci sotto forma di condivisione di un destino di anonimato tutto sommato comune. E qui sta la riuscita di questo libro. Fresa crede ancora nella poesia come comunicazione tra viventi, la imbastisce di presenze che tendono a dissolversi, si prepara alla solitudine che seguirà a queste sparizioni, ci fornisce un dettato mai banale della banalità del vivere. Il tutto con una fermezza di mano e una sapienza strutturale che fanno del suo lavoro un continuo accedere a regioni remote della nostra umanità, sempre tesa ad autodistruggersi, e per questo ancora più struggente nel suo perdurare. La costante presenza della polarità silenzio-voce favorisce la concentrazione di un verso snello, leggero, nemico di ogni ricercatezza od orpello, piegato a una sintassi quasi naturalistica, con un linguaggio medio, in quanto a lessico, che permette sia fughe liriche in avanti che annotazioni e brevissime descrizioni che sconfinano nel comico. La critica letteraria applicata alla poesia dovrebbe essere luogo di osservazione e rinvenimento della peculiarità. E a una peculiarità comune (poniamo il caso) a venti poeti, il critico dovrebbe preferire una peculiarità rara o poco o nulla diffusa. È il caso di questo libro, tanto ricco di materiale spurio e quotidiano da essere per nulla spurio e lontano anni luce dal quotidiano ron ron poetico nostrano. Libro al quale auguriamo il successo che merita dando atto all’autore di avere una volta in più confermato le proprie qualità poetiche, qualora ce ne fosse ancora bisogno.

Stelvio Di Spigno

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