Recensione a "Corpo stellare" (2010) di Fabio Pusterla

Massimo Gezzi

«La nuova raccolta di una delle voci più amate della poesia contemporanea affonda nelle sue radici e spicca il volo», recita la quarta di copertina del sesto libro organico di Fabio Pusterla (1957). E certamente la dialettica alto-basso, o meglio volo-caduta, funge da asse insieme tematico e strutturale attorno a cui cresce questo Corpo stellare (Marcos y Marcos 2010), che già dal titolo rivela il suo profondo motivo d’essere: quello di costituirsi, cioè, come libro interamente «tragico» (Raffaeli), stratificato, capace di tessere complesse relazioni tra dimensioni opposte del reale. Il titolo ricorda limpidamente quello dell’ultima e notevolissima raccolta di Vittorio Sereni (Stella variabile, 1981), uno dei sicuri maestri di Pusterla, così come uno dei versi più celebri di quel libro («Guidami tu, stella variabile, fin che puoi») è alluso da un distico di Abbozzo degli aerei e delle ali, una delle poesie più belle di Corpo stellare: «Un’altra stella, / dunque, che adesso ci chiama e ci guida?». Ma la stella di Pusterla è, appunto, anche un corpo, e il “tu” a cui egli si rivolge nella poesia eponima si incarna di volta in volta in una parola, in un «vento / di foglie e primavere» e nella «voce del cervo / vivo e ferito a morte». Come dire che questa poesia, arrivata all’apice – io credo – della sua maturità, si incarica di significare insieme la dimensione terrestre, problematica e imperfetta dell’essere umani (o semplicemente dell’esistere), e lo slancio, di natura quasi utopica, che a essa si accompagna, e che l’explicit dell’ultima poesia definisce con tre termini rischiosissimi ma in fondo necessari: «ancora un po’ di memoria, / ancora un po’ di speranza, di amore».

Non è certamente un caso che il libro si apra e si chiuda, disegnando un cerchio macrotestuale intorno alle sei corpose sezioni che lo compongono, con la parola-chiave delle «ali» (per nulla angeliche), da difendere tenacemente nonostante a volte lascino precipitare nel vuoto («Precipita / tutte le volte che devi. Difendi le ali», raccomanda l’Abbozzo già citato). Tutta l’opera, si diceva, insiste su questa dialettica, convocando ogni dettaglio della realtà e ogni pedina dell’umana Folla sommersa, titolo della penultima raccolta di Pusterla (2005): precipita l’operaio, nel testo che reagisce a una delle morti bianche che fanno la vergogna del nostro Paese (Per un operaio precipitato); mentre incontra la morte salendo, appeso a un gancio, il toro di Pasqua del toro, uno dei membri di un nutrito bestiario che annovera cani sofferenti («Così tristememte simili a noi nella loro afflizione»), uccelli seppelliti, furetti, insetti, e soprattutto lo splendido armadillo protagonista delle Storie dell’armadillo, uno spassoso poemetto in quindici parti che chiude la terza sezione, e che dietro la maschera favolistico-allegorica del «piccolo animale coraggioso» che marcia canticchiando controvento allude forse alla figura del poeta-hidalgo, inascoltato ma in grado di invitare, a sua volta, alla marcia.

Capace di ricevere insieme i silenzi dei boschi e gli scompartimenti vocianti di un treno, di raccontare la beffa archeologica dell’Uomo dell’alba e l’apparente sconfitta di una «speranza collettiva» («Un pezzetto di gioia per ciascuno: / era questo il disegno, / niente di complicato. Un poco a tutti»), la lirica inclusiva di Corpo stellare si offre come una ricognizione frantumata e complessa del nostro tempo, compendiata alla perfezione da una dichiarazione di poetica dell’autore: «richiamare frammenti, frantumi, relitti della coscienza, e accendere così la nostalgia del lettore».

Massimo Gezzi

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