Giuliano Mesa

Che l’alterazione incessante venga restituita come fissità, rigido (e algido) schema ermeneutico che rimanda all’autore, e attraverso l’autore, una sua immagine immobilizzata in un continuum asintotico, dove il monumento chiude in cerchio, con debita ricompensa, un’opera la cui extra-vaganza deve rimanere tale affinché le storiografie ufficiali non abbiano ad incrinarsi, è ipotesi che prevale, nel voler pensare a come l’opera di Edoardo Cacciatore è stata recentemente canonizzata. Il mondo è cambiato molto da quando Eliot affermava che il presente è retroattivo. Adesso ogni ripensamento è possibile e tollerato purché inerte, purché non proietti ombre di dubbio sull’autorevolezza degli Autorevoli. Lo sguardo, cieco, delle ideologie progressiste non è disposto a ravvedersi, a rivedere, così come è indisposto, per patologia e per petizione di principio, a vedere, e guardare, l’orrore dell’odierno, a riconoscere una complicità passata e presente (forse garantendosene una futura). Così, tranne rarissime eccezioni, l’inclusione tardiva di Cacciatore nel canone novecentesco d’avanguardia va conciliata con la sua esclusione durante gli anni “furenti” della neoavanguardia e assai oltre; e quella, più cauta, nel canone del moderno, cautamente soppesata onde evitare stridori con la sicumera che ne ha decretato, per lungo tempo, l’inammissibilità (in senso proprio) dentro l’Ateneo del Poetico, causa eccesso di eterodossia.
Lo stesso Cacciatore, allestendo la propria antologia personale per una collana che poteva renderlo, finalmente, “visibile”, sembra essersi arreso all’unica immagine di sé che consentisse la cessazione della damnatio memoriae (assai peggiore del nominare denigrando, svilendo). Ne Il discorso a meraviglia c’è qualcosa di esausto, un disincanto, forse l’accettare le conseguenze di una tregua che diventa resa; un offrire di sé soltanto ciò che è stato, infine, accolto ed elogiato: poco, ma abbastanza per salvarsi dall’angoscia del nulla.
L’ipotesi principale, in queste righe, è che il superamento della rimozione di Cacciatore abbia in gran parte coinciso con una rimozione ulteriore, forse più subdola. Qualcosa di simile all’effetto che produce la potenziale conoscibilità di tutto, col negare esistenza, realtà, a ciò che dalla sedicente completezza informativa viene escluso.
E la “controversia” principale riguarda dunque, qui, un’opera esclusa, e dai critici e da Cacciatore critico-antologista di se stesso: Tutti i poteri. Cinque presentimenti (esclusione che giunge fino al paradosso – tale sembra – di collocare quest’opera, quando nelle bibliografie viene menzionata, nel corpus saggistico-filosofico anziché in quello poetico dell’autore), proponendone, intanto, un exemplum in rilettura, dal Presentimento secondo. Il giuoco si scatena, IX:

Passiamo un’altra mano, si rifà la conta
Dei cicli ininterrotti – che pupille sveglie
dietro un parabrezza sono al posto di guida
O intente a una trafila? l’energia le sceglie
Crac il nome numeri e sigle lei raffronta.
Suffragio d’onde ha luogo ove fu il dire è il fare
Costeggiano strenuo un greppo ieri leggende
V’ebbero un porto ma oggi chi più diffida
D’andarsene tra estranei le braccia tende
Vengo anch’io e arteria a lume aperto è il mare.
Pulsa affluendo pulsa s’increspano gli attimi
Ma esauste le risorse in siero in sedimenti
Chi insegue e caccia gli occhi ha immensi del suicida
Pigliò in sé tutto il chiaro e fa Tu mi frequenti
Non l’avrà il tempo di dire Ho sbagliato abbàttimi.

Il materialismo “assoluto” dell’alterazione incessante è minato, ineluttabilmente, dal doversi ripetere, in variazione perpetua, come constatazione di ciò che permane, statico e metastorico, ovvero lo stesso incessante alterarsi. La restituzione è progetto di mimesi altrettanto assoluto, previa finzione di obiettività e sospensione del giudizio, che non può, per coerenza con l’assunto teorico iniziale, consentire al giudizio, soggettivo, di prevalere. E tuttavia, e soprattutto in questi “presentimenti”, l’alterazione in atto suscita spesso indignazione, e dunque desiderio di invettiva, dubbiosità pervasiva rispetto al sostanziale ottimismo della poetica (leggibile, soprattutto, nel discorso del ‘58 pronunciato a Monaco di Baviera). Poiché la teoria dell’alterazione incessante contiene in sé ogni risposta ad ogni possibile domanda posta dall’alterazione in atto, la possibilità che il presente – storico, soggettivo – interroghi i fondamenti teorici fino a porne in dubbio la fondatezza è esclusa. La constatazione-restituzione è costretta a “rassegnarsi”, ad accettare il negativo come transeunte percezione soggettiva anch’essa immersa nell’alterazione. Se ciò consente un far pace col proprio “sistema di pensiero”, meno consente al soggetto di far pace col suo “momento storico”. Cacciatore sapeva certamente bene, per frequentazione della fisica novecentesca, dell’interagire tra soggetto e oggetto, sapeva che lo sguardo indagante e restituente, è sempre e soltanto soggettivo. E il soggetto è storico, transeunte, costantemente alterato ma cessante: il suo sguardo è lo sguardo del morente, la cui consapevolezza lo costringe al giudizio, al conflitto tra “desiderio” e “realtà”, non facilmente medicabile tràmite la percezione di sé come nonnulla spaziotemporale nel magma immenso dell’alterazione.
Il gigantesco còmpito artistico della restituzione non era forse separabile da un’autoinvestitura come “voce della tribù” simile a quella di Pound. Come in Pound, l’obiettivo del monumento estetico (con autotelìa inevitabile) sembra dover rimuovere da sé la “vita calante” (secondo le parole di Eva Hesse, nel suo saggio su Pound Metodo e follia). Per fertile contraddizione, ciò che teoria e poetica vorrebbero escludere, la poesia include (e molto, nel testo prima riproposto). Ed è fertilissima, poi, anche in se stessa, la volontà includente, che in Tutti i poteri offre, forse soprattutto ai poeti della “storicità” e della “vita calante”, strumenti nuovi e potenti: nell’abbattere ogni restrizione lessicale, nel mettere in relazione àmbiti semantici fra loro assai distanti, nell’avviare un “motore” ipotattico onnivoro. Ma è proprio laddove l’apporto fenomenologico “neutro” stride con la soggettività incapace di adeguarsi che la poesia di Cacciatore si disincaglia dall’esposizione in versi di una teoria. Nel talloncino editoriale che accompagna l’edizione Feltrinelli (1969) di Tutti i poteri, Cacciatore non rinuncia a ribadire i precetti del suo “sistema”. E tuttavia, e nella storia, un’alterazione radicale sembra essere avvenuta. Il filosofo vuole coglierne soprattutto la positività: “…un implacabile gettito di conoscenza attiva ci sta inondando effettivamente. Unico dirimpettaio di se stesso, l’uomo oggi fa quel che meglio gli riesce di fare e cioè: accende fuochi. Il resto, l’ombra, non è più di competenza sua”. La coazione ad agire sembra impedire all’ “uomo” di Cacciatore soste melanconiche, anche il suo pensiero deve costantemente agire ribadendo e variando il “principio primo” (un confinare la morte, anche, nel rassicurante iperspazio della materia eterna?). Eppure, nell’ombra inquieta intorno ai fuochi, sembra che una voce si conceda un racconto, parole non assertive, narranti, che balbettano di “chi”, pur continuando ad agire, tra sedimenti esausti e frasi mùtile, pur accogliendo in sé “tutto il chiaro”, lo guarda e guarda “con gli occhi immensi del suicida”…
Ipotesi controverse, tutte queste, ed anche l’ultima: che a Cacciatore vadano restituite le sue contraddizioni, e il conflitto irrisolto tra poetica e poesia, e quel “fallimento” che attraversa tutte le grandi opere del secolo – quelle domande che ancora ci interrogano.

 

Giuliano Mesa 

[in «l’immaginazione», 164, 2000, pp. 13-14]