Mese: novembre 2012

Il pack della prosa s’avvicina. Durs Grünbein

Italo Testa

Cresciuto nel “ghetto della generazione perduta” della DDR, Durs Grünbein (1962), con il fulminante esordio di Zona grigia, mattina (1988), dava forma alla mitologia negativa di una giovinezza trascorsa a Dresda, “relitto barocco sull’Elba”, tra disillusione storica, distanza cinica e malcelato disprezzo dell’esistente. Trasferitosi dal 1985 a Berlino, dove assiste con soddisfazione sarcastica al crollo di un Impero come ad una rivoluzione passiva che lo coinvolge solo marginalmente ma lascia un profondo segno sul suo corpo-lingua, Grünbein diviene ben presto negli anni novanta l’esponente emblematico della nuova poesia tedesca della post-unificazione, mettendo a punto una formula espressiva che concilia la furia analitica di Benn con le diagnosi epocali sulla metropoli moderna del primo Brecht, il cosmopolitismo occidentale della Repubblica federale con il vento freddo della steppa che scorre sulle piane gelate della Germania Orientale.

A metà partita, titolo della fortunata raccolta con cui Anna Maria Carpi presentava nel 1999 al pubblico italiano un profilo complessivo della produzione di Grünbein sino alla fine del millennio, avevamo incontrato un poeta dotato di una sovrana padronanza della lingua e di una capacità associativa quasi prodigiosa, progressivamente incapsulata, dopo il libro di esordio, che scorreva ancora in una versificazione libera e allegoricamente frammentata, nella potente corazza formale e metrica di una “lingua-panzer”.

Magistero metrico-formale e vertiginosa erudizione connotavano e potenziavano il materialismo linguistico del primo Grünbein, il cui titolo più significativo, Lezione sulla base cranica (1991), denunciava un serrato confronto teorico con Georg Büchner, riguadagnato alla luce della recente rivoluzione neurobiologica. Il corpo quale punto di vista insostituibile, sia fisico che metafisico: un principio di individuazione avente il suo limite inferiore nella idiosincrasia fisiologica e il suo limite superiore nella lingua-corpo idiomatica della poesia. Continua a leggere “Il pack della prosa s’avvicina. Durs Grünbein”

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Assunta Finiguerra, Tatemije (Mursia 2010), Farfarije (Faloppio 2010)

di Manuel Cohen

All’indomani della sua scomparsa, due libri postumi tributano il dovuto omaggio ad Assunta Finiguerra (1946-2009), poeta guerriera e ‘zappatora’ (si deve la definizione ad una tesi di laurea sulla sua opera stilata da Alessia Santamaria), con Franca Grisoni ed Ida Vallerugo, una delle più autentiche ed irriducibili voci contemporanee. LietoColle accorpa due lavori editi, aggiungendo la sezione eponima di inediti, che è coeva ed adiacente, per motivi e tratto di stile, alla raccolta organica curata da Guido Oldani per Mursia. Si tratta dei versi ultimi e terminali dell’autrice, scritti durante la sua malattia devastante, e trafitti da una luce di allucinata verità di destino. Continua a leggere “Assunta Finiguerra, Tatemije (Mursia 2010), Farfarije (Faloppio 2010)”

Recensione a Gabriel Del Sarto, "Sul vuoto" [Transeuropa, 2011]

Daniele Claudi

 

Che cosa è il vuoto di cui scrive Gabriel Del Sarto? Rileggendo ora il volumetto con un certo distacco – il distacco necessario per parlarne –, il senso di quel vuoto ti appare chiaro: esso è legato al lavoro del poeta e al tuo. Hai tra le mani un libro ben cesellato – ma tu sai che nel parlarne con approvazione occorre cautela – perché il tuo è un lavoro delicato, ora che l’universo letterario è penetrato da un moto d’horror vacui: con volumi gonfiati e una pioggia di nomi – che ogni giorno si riversano sugli scaffali. Ma si vede bene che il vuoto attende chiunque tessa il vento; c’è una spinta a riempire ciò che sembrerebbe vuoto, colmando inutilmente di contenuto tutto. Allora forse è più giusto tentare soluzioni per rendere abitabile la dimensione che abbiamo – e tendere noi una mano ai lettori. Continua a leggere “Recensione a Gabriel Del Sarto, "Sul vuoto" [Transeuropa, 2011]”

Recensione a “Diario di un’insurrezione” di Sergio Baratto (ed. Effigie 2012)

di Luca Cristiano

Se un altro mondo è possibile, siamo sicuri che non sia peggiore di questo?

A leggere questo «racconto personale ma collettivo di una marcia ostinata attraverso gli anni Zero» (sottotitolo), di Sergio Baratto, il dubbio viene. Innanzitutto per il criterio secondo cui si orienta la disposizione di un testo che prova a chiarire cosa sia accaduto in Italia e nel mondo negli ultimi dieci anni attraverso la testimonianza individuale e appassionata di chi ha investito se stesso nella lotta politica: si parte da uno sguardo universalizzante, che sente come propri i rischi ambientali delle Galapagos, si chiude su una serie di riflessioni che sono quasi esercizi spirituali e rimedi d’emergenza contro l’aggressione perpetua della forma di vita tardocapitalistica. Continua a leggere “Recensione a “Diario di un’insurrezione” di Sergio Baratto (ed. Effigie 2012)”

Nota su Colloqui con mio fratello [1]

di Elena Frontaloni

Colloqui con mio fratello, del 1924, è il primo libro in cui Giani Stuparich ripensa sia la sua esperienza di volontario fatto prigioniero durante la Prima Guerra Mondiale, sia la morte del fratello Carlo, anch’egli partito volontario, poi suicidatosi per non cadere in mano al nemico. Il volume però non è un diario di guerra o di prigionia, né una semplice testimonianza o meditazione su fatti sopra ricordati. Come dice il titolo, siamo invece davanti a nove «colloqui», parole scambiate tra due fratelli, un vivo e uno morto, in momenti di particolare sconforto del sopravvissuto, il quale invoca o punge col proprio dolore, richiamandolo a sé, chi per parte sua non c’è più, non può offrire «rimedi» o «rifugi» ma promette di farsi «riparo» [2] ai suoi tormenti, solo in profondità sempre legati ai fatti della guerra. I temi affrontati sono per così dire maiuscoli, senza tempo (la morte, la vita, il ricordo, la tristezza, la responsabilità, l’amore) e sono ripensati all’incrocio tra l’umanità del fratello vivo, calata in un presente sempre diverso (la prigionia, il ritorno a casa, la nascita della figlia, lo scontro con la nuova «giovinezza» ubriaca di parole, come “patria”, misinterpretate [3]), e quella del fratello morto, costruita tra passato ed eterno, a illustrare un compimento morale e una pace dello sguardo che per il vivente è solo (e non potrebbe essere altrimenti) precaria tensione ideale, o, nella migliore delle ipotesi, sofferta conquista giornaliera. Il passato e il presente, lo stato di chi è ancora gettato nel mondo e di chi non lo è più, nei Colloqui, sono due lenti messe sopra un discorso che si vuole riconducibile alla biografia dell’autore ma anche universale, sottratto per questa doppia via alle derive dello sfogo intimo e alle sevizie ideologiche che insidiano il quotidiano, appartato “stare coi morti” di Stuparich negli anni Venti. Continua a leggere “Nota su Colloqui con mio fratello [1]”

Recensione a Marco Giovenale, "In rebus" (Zona, 2012)

Cecilia Bello Minciacchi

Nel saggio su Eduard Fuchs, il collezionista e lo storico, Walter Benjamin, infallibile come sempre, cita Balzac nel momento in cui questi «si lascia sfuggire il vocabolo milionario quale sinonimo di collezionista». In gioco è il valore degli oggetti collezionati, tanto preziosi agli occhi di chi li raccoglie da essere sottratti al loro normale valore d’uso per essere investiti di un valore accresciuto. In gioco è la ricchezza, l’accumulo del capitale. Cose al posto del denaro, oggetti come soldi. Sotto questo segno si inscrive il nuovo libro di poesia di Marco Giovenale, In rebus (Zona, pp. 75, € 10,00), che nell’epigrafe da Guy Debord offre immediata chiave di lettura: «Il capitale non è più il centro invisibile che dirige il modo di produzione: la sua accumulazione lo diffonde fino alla periferia sotto forma di oggetti sensibili. Tutta l’estensione della società è il suo ritratto».

Chiave confermata dall’ultimo testo del libro, il più impressivo e denso, Camera di Albrecht, ovvero, ricostruita per montaggio, la camera dei mirabilia di Dürer. Continua a leggere “Recensione a Marco Giovenale, "In rebus" (Zona, 2012)”

Intrattenere i fantasmi

Italo Testa

1. Dietro la tenda

Considera un’interruzione di 23 anni. Tra la nuova edizione 2003 de I novissimi e la quinta ristampa Einaudi del 1979. Un lungo intercorso fantasmatico. Conta gli anni della tua formazione. Coincidono. Considera le parole di Alfredo Giuliani sull’ultima edizione del 1979: «il libro era diventato un piccolo classico». Considera laPrefazione 1965: «per capire la poesia contemporanea, piuttosto che alla memoria delle poesie del passato, conviene riferirsi alla fisionomia del mondo contemporaneo».

Fasi di trasformazione. L’antologia, «libro settario», così Giuliani nel 1961, formula, così Anceschi su Il verri (1, 1962), l’«orizzonte significante» di un nuovo tempo della poesia. Fase 2: un classico, così Giuliani: oggetto della memoria. Fase 3: un fantasma. Dietro la poesia: l’antologia. Alle loro spalle. Entri in quel tratto. Del bosco solo l’apparenza. Di fronte gli alberi. Considera l’incipit dell’Introduzione alla prima edizione del 1961: «scopo della “vera contemporanea poesia”, annotò Leopardi nel 1829, è di accrescere la vitalità».

«Sagome dietro la tenda/[…]/dietro la tenda/sagome». Le sagome appaiono su un’antologia scolastica. Alle scuole medie inferiori. E’ il controcanto, così Giuliani nella nota al testo su I novissimi, delle figure dell’inconscio della ragazza Carla. Tu non lo sai, e vedi solo le sagome, ti ossessionano, non riesci ad afferrarle, le lasci scorrere e guardi avanti. Poi, nel giro di un paio d’anni, accidentalmente, da un fondo di magazzino, non sai più bene come, ne appaiono altre: «Dietro la porta nulla, dietro la tenda,/l’impronta impressa sulla parete, sotto». Dietro la tenda. E’ Aprire, il mantra di Antonio Porta. Il secondo albero. Secondo avvistamento individuale. Ne seguono altri. Con sfasatura temporale. PostkartenBlackout.

Fuga in avanti. E’ il 2011. Hai in mano I novissimi, l’oggetto letterario, lo leggi dall’inizio alla fine. La ragazza Carla Aprire stanno ai due estremi dell’antologia, ne delimitano lo spazio. Considera le parole di Giuliani nella Prefazione 2003:«Ricercavamo procedimenti utili a intrattenere i fantasmi (questo il compito e il piacere di chi scrive poesie)».

Quando entri in scena, ci sono solo gli individui. I loro corpi testuali. Sono tali proprio perché sono esistiti altrimenti, hanno sterzato in una la loro direzione idiosincratica, non sempre prevista dal «libro iniziale». Proprio così possono essere contemporanei, accrescere la vitalità. L’antologia, il corpo collettivo, ha già iniziato un’altra sua forma di esistenza, sotto traccia, fantasmatica. Come dispositivo ideologico. Giuliani è il dispositivo. Non ce n’è altra traccia.

Inizi a pensare a I novissimi come a un trattato sui fantasmi.  Il dispositivo sono le prefazioni, le introduzioni, le note di Giuliani. E la sezione  di saggi Dietro la poesia. Dietro la tenda. Ti chiedi se Ghostbusters abbia giocato un ruolo. «Non si può fare poesia pensando in direzione della poesia se non come tecnica» (Prefazione 1965). Gli anni ottanta in mezzo.«Procedimenti utili a intrattenere i fantasmi (Prefazione 2003). Continua a leggere “Intrattenere i fantasmi”