Recensione a Marco Giovenale, "In rebus" (Zona, 2012)

Cecilia Bello Minciacchi

Nel saggio su Eduard Fuchs, il collezionista e lo storico, Walter Benjamin, infallibile come sempre, cita Balzac nel momento in cui questi «si lascia sfuggire il vocabolo milionario quale sinonimo di collezionista». In gioco è il valore degli oggetti collezionati, tanto preziosi agli occhi di chi li raccoglie da essere sottratti al loro normale valore d’uso per essere investiti di un valore accresciuto. In gioco è la ricchezza, l’accumulo del capitale. Cose al posto del denaro, oggetti come soldi. Sotto questo segno si inscrive il nuovo libro di poesia di Marco Giovenale, In rebus (Zona, pp. 75, € 10,00), che nell’epigrafe da Guy Debord offre immediata chiave di lettura: «Il capitale non è più il centro invisibile che dirige il modo di produzione: la sua accumulazione lo diffonde fino alla periferia sotto forma di oggetti sensibili. Tutta l’estensione della società è il suo ritratto».

Chiave confermata dall’ultimo testo del libro, il più impressivo e denso, Camera di Albrecht, ovvero, ricostruita per montaggio, la camera dei mirabilia di Dürer. Non solo di capitale, di preziosi, qui si parla, ma anche – e in tramatura forte, in presupposti indubbi – delle molte stragi che al capitale e ai preziosi sono indispensabili. Nel 1520, in viaggio da Norimberga ad Anversa, Dürer tenne un minuzioso diario: luoghi visti e raffigurati, cibi assaggiati, mance, doni fatti e ricevuti, «arte» venduta. E bizzarrie da raccogliere per una Wunderkammer. Era già un viaggio della modernità, quello di Dürer, con intenti d’esplorazione e d’affari. Perché quel viaggio nell’Europa potesse fruttare tante straordinarie meraviglie, naturalia e artificialia (un piede d’alce, pesciolini essiccati, piume, gusci di chiocciole e stoffe orientali, scarpe persiane, saliere d’avorio), era d’obbligo un allargamento dei confini geografici conosciuti. Recentissima era la scoperta dell’America, già in atto il violento sfruttamento dei colonizzatori e imminente l’amplificazione dei bisogni: «quanti oggetti, ne arrivano ancora altri».

In rebus è latinamente uno stato in luogo: un essere collocati dentro, in mezzo alle cose. Uno sguardo che muove dagli oggetti («in re non ante rem», avrebbe detto Luciano Anceschi, e con lui Antonio Porta). D’altro canto uno dei primi titoli ipotizzati era Inizi in oggetti, perché questa scrittura poetica rastremata, a basso tasso di figuralità, non vuole ripetere imposizioni di gerarchie.

Il libro di Marco Giovenale è composto da sezioni tematiche che non hanno tono né procedura testuale uniformi; disomogenee si direbbe, se non fossero tutte saldamente legate da una costante e tesa necessità etica. Quella che tiene la voce poetica al punto – init è il titolo della sezione 0, pronao al libro –; quella che stigmatizza il mercato – una sezione ha titolo plurilingue polis ware, “città merce” –; quella che scende nel «fondobottega» della mercanzia e della psiche – home cam è una sezione che procede «tra le vertigini cata-» –; e quella che, scambiando «due vocali solamente / versione di “io”», ci induce, con gesto netto e semplice, a vertere «mirto» in morti.

 

Cecilia Bello Minciacchi

 

[testo apparso con titolo redazionale M. Giovenale. Viaggio nella modernità con le cose preziose di Dürer, in
«Alias-Domenica», supplemento letterario di «il manifesto», a. II, n. 38, 23 settembre 2012, p. 4]

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