Mese: gennaio 2013

Antonio Porta. Fra prosa e poesia “nel momento della fuoriuscita totale”

Tommaso Di Dio

Parlare del rapporto fra prosa e poesia in Antonio Porta significa discutere di quella che potremmo chiamare, per usare un termine di origine sereniana, “una costante oscillazione”. Chi decida infatti di lasciarsi tentare dalla dicotomia di genere nell’analisi dell’esperienza artistica del nostro autore, si troverebbe a dover innanzitutto decidere se si voglia, o no, considerare prosa e poesia due generi distinti nell’opera di uno scrittore in cui la poesia sembra germinare dal cuore stesso della prosa e la prosa sembra essere l’orizzonte di tensione sotto il quale il verso si piega.

Del resto, l’abolizione di ogni confine, così come di ogni norma di decodifica predefinita, è proprio il baluardo sotto il quale l’esordio di Antonio Porta sembra immerso, aderendo, fin da subito, alla spinta riformistica della Neo-avanguardia. Tralasciando il giovanile e limpidissimo esordio (Calendario, 1956), la prima opera che pubblicherà con lo pseudonimo che lo renderà poeta sarà La palpebra rovesciata, nel 1961, medesimo anno in cui compare nell’antologia de I Novissimi. Cresciuto sotto l’egida anceschiana e nell’ambiente del “Verri”, gli anni che precedono l’esordio editoriale sembrano già presagire la nascita di un autore che intende fare della distinzione di genere una critica consapevole.

La palpebra rovesciata già presenta, infatti, caratteristiche di ispirazione che rimandano ad “eventi spesso desunti dalla cronaca”, rivelando una scrittura “radicata nella concretezza del mondo” che documenta “eventi bloccati nello loro immediata fatticità e allontanati da possibili rinvii metaforici e simbolici”[1]. É proprio l’abolizione del sistema metaforico e la superfetazione verbale, a discapito dell’uso nominale o aggettivale[2], che mostrano come, fin dalle sue prime prove, la ricerca di Porta si indirizzi verso un modello di scrittura fortemente innovativo, il quale rasenta la scrittura in prosa, sia nei modi di applicazione, sia nei luoghi da cui sorge. Continua a leggere “Antonio Porta. Fra prosa e poesia “nel momento della fuoriuscita totale””

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Recensione a "Il professor Fumagalli e altre figure" di Giampiero Neri

Massimo Gezzi

Prima di Il professor Fumagalli e altre figure (Mondadori, € 16), Giampiero Neri – che ha appena ricevuto il Premio Tirinnanzi alla carriera – aveva pubblicato una raccolta intitolata Paesaggi inospiti (2009). I due titoli suggeriscono perfettamente le due sfere di realtà che la scrittura a doppio fondo di questo poeta essenziale e misurato sonda da sempre: di qua il Teatro naturale (altro titolo di un libro del 1998), con le sue forme animali e vegetali allo stesso tempo quiete ed enigmatiche, affascinanti e altre; di là le figure umane tenacemente impresse nella memoria, con il loro alone insieme familiare e perturbante che continua a pulsare e a significare nel presente. Le prose-poesie che Neri raccoglie in queste pagine (per lo più inedite, in qualche caso provenienti da un altro esperimento in prosa pubblicato nel 2005 da Lietocolle sotto il titolo di La serie di fatti) somigliano molto al suo protagonista: “L’andatura del professor Fumagalli era piuttosto eccentrica, forse dovuta a un remoto incidente di gioco. Fumagalli era un uomo singolare”. Con andatura analogamente eccentrica, il libro di Neri si compone per lo più di brani in prosa articolati in paragrafi ‘sintattici’ che raccontano di personaggi insoliti, arguti, talvolta enigmatici, quasi sempre scomparsi e dunque tenuti in vita dalle pagine dell’autore. Al professor Fumagalli, oratore da bar dalla battuta brillante, si affiancano figure di scrittori e artisti amati: primo fra tutti il fratello di Neri, il romanziere Giuseppe Pontiggia, di cui il poeta fu primo lettore e critico; poi l’architetto Terragni, amico del padre; il poeta maceratese Remo Pagnanelli, suicida nel 1987, cui sono dedicate due delle pagine più belle del libro; o ancora il pittore Vaglieri o il poeta Gentilucci. Tutti questi personaggi, però, interessano non tanto per la loro dimensione intellettuale o artistica, quanto per un gesto, una frase, un silenzio improvviso che Neri cattura e interroga, e che non si differenziano da quelli analoghi di uno zio negoziante di vini, un cugino, un amico d’infanzia. Verrebbero in mente certe pagine di Tozzi (di Bestie, per esempio), non fosse che Neri preserva le sue ri-apparizioni da qualsiasi deformazione allucinata: il tic nervoso del giocatore argentino Oscar Massei, protagonista di uno dei testi, o il signorile distacco del tennista Courier, che nella pausa tra un game e l’altro si immerge in un libro, richiamano di più, semmai, certi curiosi personaggi delle prose di Montale, ricordate per altro con ammirazione in una pagina del libro. Continua a leggere “Recensione a "Il professor Fumagalli e altre figure" di Giampiero Neri”

Recensione a "Pro patria" di Ascanio Celestini e "Garibaldi fu ferito" di Paolo Nori

Antonio Loreto

Con Pro patria (Einaudi, 2012), testo portato nei teatri dal 2011, anno del 150° dell’Unità d’Italia, Ascanio Celestini sottrae il Risorgimento alla retorica delle celebrazioni applicandovi la propria: che è una retorica del reietto, dello scemo, della pecora nera, e, in questo caso particolare, dell’erbivoro, ossia dell’ergastolano (cui l’autore presta di passaggio il proprio nome), il quale avendo come interlocutore il fantasma di Mazzini prepara un discorso sul Risorgimento e sulla galera; una retorica che è insieme, in virtù del posizionamento a margine oltre che dell’universo risorgimentale, di lotta e di rivoluzione.

In modo dissimile, per stile maggiormente lavorato e per dissimulazione ideologica, ma in fondo non dissonante, opera un altro dei grandi monologanti della letteratura italiana più recente, Paolo Nori, nel suo Garibaldi fu ferito (seguito da E noi?, I libri della Domenica – Il Sole 24 Ore, 2012): qui, piuttosto che alla pecora nera, ci si affida all’intellettuale di provincia, alle prese con una percussiva affettazione di modestia (già incorporata nello stile molto lavorato di cui sopra), che è poi lo stesso Nori (in nulla diverso dall’alter ego dei suoi libri più noti, Learco Ferrari) invitato a Carpi in occasione di un festival di filosofia per pronunciare un discorso sul Risorgimento. Continua a leggere “Recensione a "Pro patria" di Ascanio Celestini e "Garibaldi fu ferito" di Paolo Nori”

Su "Biscotti selvaggi" di Franz Krauspenhaar (Marco Saya Edizioni, 2012)

Federico Federici

Non bevi, non fumi, non sai nemmeno guidare la macchina…
ma ti godi la vita tu?
Bruno Cortona

L’impatto con questo lavoro in versi di Krauspenhaar, il primo «dopo secoli», mi ha subito evocato la pratica dello zapping come forma di consumo, d’incontrollabile editing del flusso audiovisivo nella coscienza.
Il testo scritto assolve alla doppia funzione di schermo di proiezione e protettivo. Ciò garantisce un margine di sicurezza tra sé e il mondo, nei frequenti giochi di sponda tra la propria e l’altrui biografia («[…] il mio amico/ casarini, postinfartato/ classe 43 come gianni/ rivera […]»), si presta a scorci e aperture di gusto fortemente cinematografico, che a volte ricordano l’amara leggerezza di Gassman ne Il sorpasso («scarpe nere per camminare/ al proprio funerale, parlando/ di calcio e cercando femmine/ per proseguire la serata/ allontanando ogni morte»), altre gli acidi dei giovani in Trainspotting, o il pulp di Tarantino («a questo punto piglino tutti una pallottola/ spuntata dal buco del culo di quel nielsen/ già deceduto […]»).
Il potenziale figurativo di questa scrittura si nutre d’interferenze tra vari contesti («[…] commessi esperti/ che scivolano tra i mac silenti/ come tamerici ribagnate»), di salti logici e associazioni libere («[…] come un/ savio di sion col cervello tritato per il ragù»), che rendono la scansione disinvolta, ritmica e narrativa insieme, come flashback fuori controllo. Le parole, uniformate nell’orizzonte visivo dall’assenza (o quasi) di maiuscole, sono straripanti ma, stipate nel verso, creano una tensione eccezionale. Alcuni brevissimi stacchi richiamano qua e là ad altre cose, alla stregua di improvvisi jingle pubblicitari dal sapore grottesco o surreale («credo che ucciderò/ mia madre. Continua a leggere “Su "Biscotti selvaggi" di Franz Krauspenhaar (Marco Saya Edizioni, 2012)”