Recensione a Antonella Anedda, "Salva con nome" (Mondadori, 2012)

Cecilia Bello Minciacchi

«Cuci un pezzo di stoffa, cuci un brano di lettera, cuci un’iniziale: in quel mezzo-punto non entra il vento». Queste esortazioni si leggevano nel penultimo libro di Antonella Anedda, La vita dei dettagli (2009), nella toccante e concreta elaborazione di un lutto compiuta per via artistica e letteraria: un collage accompagnato dagli atti necessari a realizzarlo. La singolare sezione cui quel gesto, quel “cucire” apparteneva, Collezionare perdite, scopriva subito e nel vivo, nell’intimo della sua pietas, tanto l’indole di una collezionista – d’isolati dettagli di vita e di opere d’arte, ma soprattutto di perdite –, quanto la sua attenzione al «vento» che «scardina», alle «tracce» inseguite nelle fibre («impronta, stoffa, calligrafia»), al «buio» terminale. Quel libro, del resto, era «una storia di fantasmi». Ora, all’atto di cucire, che per Antonella Anedda ha importanza tangibile, quasi da esorcismo, è intitolata la sezione centrale del suo nuovo libro di poesia, Salva con nome (Mondadori, pp. 119, € 16,00). Di quella sezione è nume tutelare Louise Bourgeois, convocata in un’epigrafe perfetta tanto è compiuta e correlativa: «Quand’ero piccola, tutte le donne di casa maneggiavano aghi. Mi hanno sempre affascinato gli aghi, hanno un potere magico. L’ago serve a ricucire gli strappi. È una richiesta di perdono. Non è mai aggressivo, non è uno spillo». Difficile pensare che Antonella Anedda intenda solo un lavoro di cucito che accosti e sovrapponga presenze e ricordi, nella sua scrittura, tuttavia, sempre dominanti, anche in qualità di fantasmi o di ombre, e necessari come punti cardinali per collocarsi nello spazio e nel tempo, per abitarvi, e per vincere lo «spavento». Meglio pensare anche a una sommessa, misurata richiesta di lentezza e precisione, e al fondo a un vitale bisogno di parole: «Cuci una foglia vicino alle parole, cuci le parole tra loro, guarda una foglia come viene soffiata lontano. […] Da sempre mi mancano le parole e io ne ho nostalgia. Per questo cucio, cucio, cucio». La classica triplice iterazione finale, un presente di durata e di tenacia, risolve l’iniziale esortazione al “tu” nell’approdo a un “io” indifeso eppure ostinato. E l’immagine che è parte del testo – Salva con nome ha una delle sue radici nel nesso tra testi e immagini – inquadra due strisce di eleganti scritture unite tra loro – appuntate – da un ago (in una, nella grafia appena sfocata, si legge «Claudio Parmiggiani»…).

L’ago è strumento di affilatezza, ben conviene alla scrittura altrettanto affilata di Anedda; ricondotto alla sua origine mostra più chiaramente il suo valore: chi ha inventato l’ago «era vicino al fuoco e di colpo ha visto che l’osso più affilato (come la spina) teneva insieme la pelle. Spina e pelle. Osso. Quello che la morte smembrava poteva essere unito di nuovo». Si addensano qui alcuni nuclei focali, fondativi della poesia di Anedda. Accanto alla nudità essenziale esposta dalla morte – l’osso –, c’è il fuoco che, pur distruttore, è calore e luce di quotidianità, di cose umili e indispensabili; e c’è poi la contiguità sensibile delle pelli, la possibilità di ricucire i lembi che la morte slabbra. Dal suo libro d’esordio, Residenze invernali (1992), Antonella Anedda si è posta in ascolto di paesaggi creaturali, di spazi esterni in relazione al soggetto senziente; in ascolto dell’inermità e della malattia, dei morti. Amelia Rosselli, che recensì il libro sul «manifesto», parlò di «asciutta e violenta espressività, molto serrata», di «rare metafore estreme» inserite «in mezzo a vocaboli emotivamente e oggettualmente femminili»; e di tematiche cupe, «invernali». Così Anedda ascoltava chi è in bilico o già sommerso, e iniziava a cercarne, in termini celaniani, il respiro. E la forma dei corpi, la fragilità e il silenzio. Da allora percorre un paesaggio scabro in cui il freddo e il buio, «l’inverno e la notte», ha scritto Vito Bonito, «sono non solo una costante tematica, ma la condizione permanente di chi lo abita». Consapevolezza esistenziale che Anedda non ha mai deposto, e che giunge a quest’ultimo libro. Salva con nome si incunea nel rapporto tra nome e corpo, tra nome e destino; il titolo, potenzialmente polisemico, allude all’uso, ormai abituale, di rinominare i file. Ma allude anche a una incerta, inseguita, forse impossibile salvezza terrena con nome. Accanto alla questione della continua (ri)archiviazione memoriale preme quella dell’identità e del legame con gli altri che non può prescindere dai nomi e dai vocativi: «Il nome è una tragedia senza sangue che si consuma quotidianamente. Ci chiamano, noi rispondiamo, dobbiamo rispondere, dobbiamo voltarci a rischio della follia». Rinominare o rinominarsi, come atto di implosione dell’io e riappropriazione di libertà, è atto di coraggio tragico che innesca un’esplosione. Scaraventa e scardina: Scardanelli è uno dei nomi (il più usato) con cui Hölderlin a un tratto iniziò a presentarsi agli altri e a firmare i suoi testi. Così Anedda nell’introibo: «Hölderlin aveva capito che nella firma Scardanelli c’erano scaglie di pace. Hölderlin corrispondeva a un nome spesso deriso. Scardanelli scardinava il passato». Per questo, sembra – il suono è senso –, nei testi di Salva con nome Anedda insiste su questo verbo, scardinare: frase «scardinata», «sonno scardinato». E i libri precedenti offrono all’esame materia probante: c’era già questo verbo, e ricorrente, prepotente. Come c’era un pauperismo etico e salvifico delle cose umili: «Chiedi al tatto, quando la stanza è buia. / Vai verso la mela sul comodino, / è tonda, liscia, usuale come crediamo debba essere la Terra. / Se tremi, come tremi e non è inverno, tocca la parete di legno», leggiamo nell’ultimo libro. E prima, in Dal balcone del corpo (2007): «Due mele sopra il tavolo scintillano. / Parlano mitemente / la loro lingua di sfere». Gli oggetti hanno nitore (altra parola ricorrente), evidenza cui risponde la trasparente levigatezza del verso di Anedda, il suo lessico privo di impennate, non orgoglioso. Alessandro Baldacci ha parlato, per la sua poesia, di un «io poetico segnato da una “lingua anonima”, ancorato a un deserto di senso che produce solo “suoni di sabbia”, ingabbiato nella stanza traumatica del Novecento». Da sempre, infatti, nei suoi versi, spettri si affacciano sul mondo dei vivi, e i vivi immedicabilmente si protendono su quello dei morti. Salva con nome, articolato in sezioni che delineano una possibile storia, possibili narrazioni volte a un esito terrestre – Aria, Pneumologia, Salva con nome, Bambini, Cucire, Fuochi, Terra –, si muove sempre nella contiguità con presenze larvali: «se avesse visto la sua forma mortale / spalancare stanotte il frigorifero / e quasi entrare con il corpo / in quella navata di chiarore, / muta bevendo latte / come le anime il sangue / spettrale soprattutto a se stessa / assetata di bianco, abbacinata / dall’acciaio e dal ferro / bruciandosi le dita con il ghiaccio // avrebbe detto non è lei. Non è / quella che morendo ho lasciato / perché mi continuasse». Un’arca di freddo nella casa, il primo alimento, un rito primordiale, l’eco dell’antica ecatombe che chiama le anime col sangue, e insieme uno sgomento ferrigno. Si comprende, allora, la necessità di ostacolare lo «spavento», di fronteggiare la sua oggettivazione in una «piccola macchia», in «un’alopecia di terrore», di captare la morte che sopraggiunge «scrostando gli angoli». E il bisogno di dare coordinate cronologiche e metereologiche a testi cristallizzati, e di cercare tra i segni «una tregua: questa, ora, tra mezzogiorno e l’una».

Cecilia Bello Minciacchi

[apparso con titolo redazionale Anedda cuce e scardina, in «Alias-Domenica»,
supplemento letterario di «il manifesto», a. II, n. 22, 3 giugno 2012, p. 4]

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