Nadia Agustoni, "Il peso di pianura" (LietoColle, 2011)

 

Renata Morresi

Che cos’è “il peso di pianura”? Nel sintagma del titolo una estensione di terreno ampia e pianeggiante sembra divenire presenza inevitabile che incombe. Qualcosa di non dominabile, di orizzontale e superiore, ma non già cielo, non ancora trascendenza, anzi, vastità tutta terrena. Nel libro diventerà (anche) allusione a un luogo geo-culturale decisivo per la storia italiana recente: quella pianura (quella Padania) tanto spesso caricata di proiezioni populiste che non hanno però saputo affrontare la questione dei suoi popoli, schiacciati nell’ottundimento da super-lavoro e dalle storiche prevaricazioni dei forti.

Leggendo la poesia che porta lo stesso titolo la pianura si fa più piccola e solida, carico da portare in spalla, compagna quotidiana: “ti crescono selva le parole / e a sporta il peso di pianura, / in un gesto congedi l’inverno / nei prati si strappano i fiori / le piccole code a zittirci: / ‘per fare stagione e mondo / ogni dono sanguina’” (53). Le forme dell’umano e quelle della natura si mescolano, ognuna appropriandosi delle funzioni dell’altra, in un isomorfismo che fu caro ai romantici, ma che qui non lascia carità di quiete. Echeggia, anzi, il raggelante senso di espropriazione dalle risorse vitali che fu caro a un importante modernista – e Agustoni condivide coi modernisti il sentimento della decomposizione e la ricerca di verità etica –, l’Eliot de La terra desolata: “quel cadavere che piantasti l’anno scorso nel giardino, / ha cominciato a germogliare? Rifiorirà quest’anno?” Non consolazione dalla natura, quindi, né immersione primigenia che conduce all’illuminazione, bensì consapevolezza di una condivisione senza scampo. Tuttavia, “raspare la terra fino alle tombe” (9) è portare alla luce quel che è spesso rimosso e non facilmente esprimibile con gli strumenti del raziocinio: la verità che riguarda gli inermi, per i quali questa poesia rivendica ascolto e bellezza.

È libro di raffinate armonie e vertiginose fughe di metafore questo di Agustoni, che già in Taccuino nero (Le Voci della Luna, 2009) si era occupata di rendere testimonianza degli effetti della violenza sul mondo psichico dei violentati, degli spogliati e sottomessi alla “fabbrica totale” (p. 6). Resistere per questa voce poetica non prende corpo nell’invettiva civile, nella denuncia morale, piuttosto nella rivendicazione della profondità e della complessità anche per les Damnés de la Terre. Se l’indignazione delle masse dura un giorno, se la protesta civile e l’opposizione politica rimangono impotenti, disinnescate da un dilagante individualismo consumistico, se la riflessione sulla disgregazione interiore degli assoggettati non è riscattata dalla faciloneria populista, attingere a una verità etica non può passare per un continuo quanto vano j’accuse. Responsabilità della poesia sarà, allora, fare argine, dire no alla semplificazione, e osare, per gli sconfitti, l’esplorazione dell’abisso. Assumersi il peso di tale responsabilità significa, dunque, esplorare l’acosmia dei vinti, immergersi nelle condizioni psichiche e mitiche della loro orfanità. In tal modo la pianura diventa anche metafora della vastità di presenze rimosse di cui ci si fa carico. Sono molti i senza voce che chiedono udienza, come “santi-rimbaud appollaiati alle costole / dei veri santi, statue / che ci scampano dall’essere umani / con valigie impestate di tempo / e una verità aperta che devasta / il vero in noi” (16).

Scriveva Simone Weil: “Lo sradicamento è di gran lunga la più pericolosa malattia delle società umane” (52). Gli sradicati di Agustoni, gli orfani di mondo, che siano rappresentati da Hansel e Gretel, dai bambini di Terezin, dai cani randagi, dalle molte figure di “assediati” (17) che qui ricorrono, danno forma a una invocazione alta, non retorica, alla ricerca di “radice, una passione senza male” (22). Di tale ricerca è strumento la commistione con la natura, che prende forma nell’accelerazione analogica data dalla paratassi e da inaspettate coppie di sostantivi: “si dilunga terra da terra ci distrae soltanto la lisca di brina / l’indizio-corolla o il cielo quando si divarica / e nuvola s’apre d’acqua e riempie fessure / ogni voce racchiusa dietro speranza / e uomini-foreste s’impigliano ai nomi” (14).

La prima parte della silloge si intitola, con elegante sprezzatura, “Cosa vuoi che dica la polvere”, la polvere dei dimenticati e della terra che li serra. La seconda porta lo stesso titolo della raccolta e ha per protagonisti “i morti” (49 e passim) e “i vivi” (44 e passim), o meglio: la sottile soglia che li divide e li rende dolorosamente presenti – e impotenti – gli uni agli altri. Condannati a non andare mai via dalle terre violentate, a non potersi difendere da cieche, ancestrali ingiustizie, essi si aggirano in una infinita attesa purgatoriale, tra “lo solingo piano” dantesco e la “pianura fumida di pianto” di Cristina Campo.

In due sezioni, in due movimenti semplici, si esprime la stratificata immersione di Agustoni. E poiché “la grazia è la legge del moto discendente” (9) – ancora Simone Weil –  essa si invera in una musica colta e lieve, dove le parole riprendano peso di contro all’inneggiare vuoto dei capi-popolo e dei tele-venditori. Il denso tessuto simbolico dato da elementi naturali essenziali, quasi archetipici, offre lo spazio per tale ricerca nella pienezza. Lì sembra giacere l’occasione di umanissima salvezza offerta da questa poesia: “la vena è azzurra / io vivo alberi, / nel centro del legno /  – in cerchi – gli anni / sono annunciazione // io vivo al centro dei cerchi / – uno ad uno – nel loro midollo / di preistoria, la mia vita congiura / ha radice capovolta esiste / come se pensasse” (47).

Renata Morresi

Riferimenti

Nadia Agustoni, Il peso di pianura, Lietocolle, 2011.

–, Taccuino nero, Le Voci della Luna, Sasso Marconi (BO), 2009.

Simone Weil, La prima radice, SE, Milano, 1990.

 — , L’ombra e la grazia, Bompiani, Milano, 2009.

*

[Una prima versione di questa nota è apparsa in «La Clessidra», XVII, 1-2, 2012, e, come recensione breve, in «Punto. Almanacco della poesia italiana», 2, 2012]

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