Alessandro Broggi, "Coffee-table book" (Transeuropa, 2011)

Renata Morresi

Nel 1987 il poeta-critico americano Charles Bernstein in The Sophist, in polemica con una poesia come portatile bijou, tesa ad un effetto di sollievo, mossa da volontà pedagogiche di elevazione, nonché programmaticamente incontaminata dalla storia e, ovviamente, rivolta all’universale, immaginava che i fondamentalisti dell’emozione lirica pubblicassero un manuale per regolamentare ciò che si può dire in poesia (ovvero “quello che tutti sanno […] nel modo in cui tutti l’hanno già sentito”, 35), dal titolo “Acceptable Words and Word Combinations”, così che chiunque potesse finalmente scrivere solo in permutazioni derivate da questo repertorio di parole ed espressioni poeticamente “accettabili”.

In Coffee-table book Alessandro Broggi sembra adottare l’inaudito manuale di Bernstein, continuando, con ironia purissima, senza satira o sarcasmo, la critica alla poesia decorativa, nonché la personale ricerca sulla questione post-umana (o, quanto meno, sulla seria compromissione dell’umano sotto l’imperio delle merci). Il titolo si ispira al “coffee-table book” che tipicamente si trova nelle sale d’attesa degli avvocati o ai tavolini delle caffetterie chic: è un libro illustrato riccamente, con didascalie e porzioni di testo molto brevi, da sfogliare casualmente allo scopo di far passare il tempo. Nessuna narrazione o informazione specifica, né approfondimenti: il “coffe-table book” deve riempire il buco di tempo della sosta e non provocare pensieri che vadano oltre l’intrattenimento. Questo è l’algoritmo adottato da Broggi, dunque, che crea una serie di quartine in cui ogni verso è costituito da una frase nominale, per lo più bipartita, il cui referente rimane tanto seducente quanto fuggevole: “tenera è la notte / tutto intorno all’opera / progettando in grande / tra sogno e realtà.” (5)

L’immagine, che doveva allietare la vista e svagare, è svanita; rimane il testo ‘puro’, avulso da ogni contesto, sospeso sul bianco della pagina, continuando ad additare ad un mondo che non c’è più (come in certi episodi di Ai confini della realtà, con l’altoparlante che continua a suonare canzoni anche dopo l’esplosione dell’atomica). Non appaiono figure umane, piuttosto una serie di ricorrenti e vuote astrazioni del paesaggio, del tempo e dello spazio, che usano la funzione poetica come strategia di branding per proiettare identità e gonfiare desideri: gli atti linguistici sono del tutto esautorati da questa lingua-merce-componibile che ha come unico scopo quello di fare sensazione, colpire, vendere se stessa. Sembra creata da un aggregatore elettronico, ma attinge proprio ai nostri discorsi, tanto più esausti quanto più tesi all’esemplarità (vedi i titoli dei tanti corsi ‘motivazionali’: “L’intensità che integra”, “Gestione del tempo”, “La bussola del successo”, ecc.).

I testi giocano quindi con la saudade della tanto agognata epifania poetica e, al tempo stesso, dispiegano la sofisticata strumentazione di un pragmaticissimo linguaggio di economia e rimozione, che si cela dietro le frasi ‘belle’ ed evita accuratamente il pensiero. Il risultato va oltre l’esposizione mimetica della vuotaggine del linguaggio, che pure si intende denunciare: dopo qualche pagina la lettura comincia a produrre una sorta di euforia, diventa persino esilarante. Accade, ad esempio, che chi legge sia irresistibilmente chiamato ad associare i frasari inerti fatti di “scorci di paradiso” (14) e “visioni del silenzio” (13) ad istantanee provenienti dalla contemporaneità: così al distico “nel vortice delle cose / ricamare sulla storia” (18) ecco apparire le parate revisionistiche o le mitologie padane, in “antologia italiana / . . . il tempo si è fermato” (15) si affacciano immagini di cricche corrotte o di paludamenti nostrani, e così via. Sorprendentemente l’accumulazione di espressioni galleggianti in superficie, sfuggendo all’ossessione della poesia come svelamento finale, in quest’uso liberato sia dall’intenzione che dall’effetto, torna ad implicare il lettore e riattualizza il potere creativo delle parole. I versi diventano giochi componibili, pezzi di lego, feticci disponibili al piacere, materiale di costruzione con cui allestire spazi aperti alla sorpresa (o, persino, alla sovversione).

Coffee-table book è dunque poesia polisemica ma non metaforica, né didattica. È gioco e, allo stesso tempo, come recita la citazione da Tobias Rehberger in esergo, scrittura che interroga e problematizza le nostre modalità di critica sociale e di ricerca della visione.

Renata Morresi

 

[apparsa in «L’immaginazione», 28, n.272, Nov.-Dic. 2012]

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