Politiche del sentirsi in vita: “Tecniche di basso livello” di Gherardo Bortolotti

Paolo Zublena

C’è la rappresentazione dell’infra-ordinario al centro di Tecniche di basso livello (Lavieri, Caserta 2009) di Gherardo Bortolotti, senza dubbio uno degli oggetti letterari – tra quelli dell’ultimo decennio – destinati a suscitare un interesse più duraturo per novità sostanziale e capacità di mettere in figure il proprio tempo. Ma non si pensi di trovare in questa raccolta di brevi prose numerate in modo non progressivo – impaginate a coppie binarie – un’antropologia o una fenomenologia dell’infra-ordinario, e nemmeno un’ontologia del quotidiano: semmai una politica del sensibile.

Di una condizione politica generazionale si parla anche al livello tematico più esteriore. Ma questa rassegna dell’evenemenziale non è rappresentata – come è avvenuto in tanta letteratura recente – come una fenomenologia dell’esperienza sensibile, e prima di tutto della corporalità: bensì viene descritta nei termini di una ratio che è già ideologica: «197. Ci riunivamo di frequente attorno ai concetti di “sabato sera”, di “locale alla moda”, e ci spiegavamo gli eventi della vita sulla base di tradizioni narrative di genere, ereditate dalla programmazione televisiva, dai dipendenti delle agenzie pubblicitarie. Davamo ascolto a chi amavamo, cercavamo di capire l’altro lato delle cose, ci inoltravamo sempre più a fondo in un esterno che non aveva fine, che non potevamo consumare né con lo sguardo né con le parole» (p. 28). A essere rappresentata è appunto una politica della percezione e dell’interpretazione del reale, quindi della costruzione del discorso ideologico: «73. Mentre, al di sopra delle nostre interpretazioni incongruenti, alcune questioni economiche di larga scala rimanevano ignote alle masse, uscivamo in serate infrasettimanali, trovandoci tra amici a fare qualche punto della situazione, a collaborare nella stesura di una qualche morale. Era usuale che le nostre conversazioni si perdessero in regioni di frasi generiche, schemi ipotetici, espressioni approssimative dello stato delle cose e ripiegassero, dopo una breve pausa, verso ricordi condivisi, citazioni televisive, giudizi di gusto sulle ultime proposte dell’industria musicale e cinematografica» (p. 29).

Il lessico è freddo e concettuale; l’indulgenza per il tema, in particolare quella speciosa e deprecabile verso una nostalgia per contenuti generazionali, assente. La nostalgia – politica – è per un mai-stato[1]. La ripetizione, il ritorno dell’identico sono le forme in cui malinconicamente si rapprende l’inadeguatezza, ideologicamente percepita come individuale, ma che in realtà è strutturale incapacità (di una generazione: ma, più in generale, del pensiero, o almeno del pensiero dominante) di cambiare il mondo: non a caso il tempo pressoché unico delle frasi principali è l’indicativo imperfetto, il tempo dell’elegia – che qui però perde qualunque carattere consolatorio per diventare solo, attraverso la sua normale funzione aspettuale durativa, inscalfibile sanzione dell’inesorabilità del semper eadem nella configurazione ideologica dei personaggi. Di qui il dominante senso di colpa che pervade questi quattro personaggi (bgmole, hapax, kinch, eve: il primo una sorta di doppio apparentemente autofinzionale dell’autore – a cui del resto è anche onomasticamente riconducibile, se bgmole può valere B[ortolotti]G[herardo]mole, ‘talpa’ in ingl., quasi a identificare una controfigura dell’autore completamente cieca, immersa nell’immaginario ideologico e priva del pensiero critico, che nel corpo dell’opera contrappunta la visione del personaggio con potente insight): il loro mancare continuamente a se stessi, il ritrovarsi nella banalità del disegno ideologico e dei suoi servili manufatti, e il riperdersi nei piccoli e oscuri abissi di impercettibili rimozioni, atti mancati o altre apparenti minuzie da psicopatologia della vita quotidiana.

I personaggi, dunque, non sanno, o non vogliono sapere: sono coscienze alienate, e si ricordi che per Marx l’ideologia è produzione di coscienza; l’autore – che parla, nelle prose non riferite a uno specifico personaggio, con un noi fortemente comunitario ancor prima che generazionale – sa, o almeno scopre le carte dei personaggi, guardandoli e guardandosi come da una distanza siderale. L’autore è insomma a un livello di astrazione superiore (di conoscenza reale) rispetto a quello mistificato dall’ideologia dei suoi personaggi (o della rappresentazione in cui sono implicati, che presume un certo tipo di soggetività). L’operazione è quella di rovesciamento (il lessico è sempre quello del Marx dell’Ideologia tedesca) dell’ideologia dominante (che è un’inversione del reale) attraverso l’esplicita esposizione dei rapporti di forza materiali che stanno dietro il loro immaginario mascheramento ideologico. Gli esempi possono essere davvero tolti ad apertura di libro: «6. Incontri, con le avanguardie della distribuzione al dettaglio, come l’Ikea, o gli outlet lungo la tangenziale, che ci mettevano in posizione di attesa, ci spingevano a ipotesi più articolate. L’accessibilità della merce appariva come la controparte di un accordo rispettabile. Le campagne promozionali in corso ci procuravano una serenità più generale, quasi oggettiva. / 7. Impegnati in trame minori, assecondavamo la nostra inclinazione al futile e all’innocuo. In salotto, seguivamo con lo sguardo i bordi dei nostri mobili economici, ci inoltravamo nelle ombre dietro i vetri della credenza» (p. 13). Talvolta, il gioco si fa scoperto, e la falsa coscienza o il falso pensiero pervengono – attraverso un moto di autoriflessione – a una denuncia interna e diretta dell’ideologia dall’interno della rappresentazione: «233. Fedeltà al fallimento, alle opinioni scorrette circa l’immigrazione o la finanza internazionale. Partecipavamo al progresso, grazie all’acquisto di un nuovo cellulare tribanda, all’installazione di una nuova scheda video, all’espressione di un desiderio di legge e ordine. Nelle serate della nostra ignavia, seguivamo le vicende del Medio Oriente, ripetendoci i nomi delle parti in causa. / 234. Lontani dal luogo della sconfitta, ne scoprivamo gli effetti ad anni di distanza, mentre tornavamo dal lavoro. Forti di molte speranze infondate, uscivamo allo scoperto nelle ore più tarde del nostro sabato sera, dichiarando a noi stessi che le cose non erano andate così bene e che la spiegazione, purtroppo, non era quella giusta» (p. 27).

Nello stesso lessico, gli elementi fortemente, e talora esplicitamente, ideologizzati[2] si alternano con quelli più freddamente concettuali (stato delle cose, molto frequente, ad esempio) e a pochi termini-spia di una critica all’ideologia dominante, come nel caso di cittadinanza: «146. Tutto sembrava che ci dovessimo limitare alla sola presa visione. Le miserie per strada, gli orrori tematizzati dal telegiornale, il vuoto che si scavava nella nostra cittadinanza erano solo regioni di particolari più o meno coerenti, in un quadro più vasto, impossibile a vedersi intero, comunque estraneo» (p. 51). La denuncia del localismo epistemico contenuta in questo passo è, per altro, una delle possibili spiegazioni del titolo. Il basso livello potrebbe essere quello della descrizione, incapace di raccordare i dati registrati a un più alto livello. D’altra parte, questo sarebbe vero solo a parte obiecti. Non è da escludersi, poi, una qualche allusione al lessico informatico: i linguaggi di programmazione di basso livello sono quelli che contengono un’enorme quantità di dati semplici poco simbolizzati – che hanno, cioè, un basso livello di astrazione rispetto al linguaggio-macchina. Ma anche qui saremmo su un piano a parte obiecti, perché solo dei dati empirici nella modalità con cui vengono assunti dai personaggi si potrebbe dire che siano a un basso livello di elaborazione. Siccome nel titolo si parla di tecniche (con un accenno, si direbbe, rematico all’operazione estetica messa in pratica), appare più verosimile che il riferimento sia alle tecniche lo-fi (low fidelity) di registrazione del suono (presenza di distorsione armonica, di disturbi della frequenza ecc.) che – inizialmente mero effetto di limiti tecnici e di budget – hanno contribuito allo sviluppo di estetiche della bassa qualità nella musica popolare indipendente, in cui l’imperfetta qualità del suono è parte integrante dell’intenzione estetica. In questo senso, la ricerca di una bassa qualità (nel senso, ad esempio del mancato uso di istituti formali che costituiscano delle marche di genere letterario, o di una lingua immediatamente percepibile come letteraria) può essere messa in relazione con un’esperienza dell’arte corrispondente a un’estetica che sia semplicemente filosofia delle condizioni del senso o dell’esperienza sensibile, e non definizione della diversità tra arte e non arte[3]. Le Tecniche di basso livello sarebbero quindi anche una forma di opposizione alle inerziali estetiche dello scarto o della differenzialità, estetiche che ancora hanno un peso sull’onda lunga del modernismo, ma che poco servono a rendere conto dell’arte di oggi. Questo rifiuto è stato del resto tematizzato da Bortolotti in una contestazione del carico di ideologia presente nella nozione corrente di artigianato artistico e di perizia tecnica: «la mia idea è che la metafora artigiana non sia sufficiente per dare conto della letteratura come pratica (umana, sociale, cognitiva, etc.). Per conto mio, la letteratura non è una questione di padronanza tecnica, appunto, né di capacità di rappresentazione/espressione, come neppure di sapienza evocativa e/o affabulativa, ma, propriamente, un’operazione sui parametri secondo cui noi ci sentiamo in vita. In altre parole, è un’attività che riguarda le questioni seguenti: quale punto di vista si istituisce, quale soggetto viene formulato, di quali relazioni è passibile, come vi vengono implicati gli eventuali altri soggetti, a che comunità ci si rivolge, che strumenti vengono forniti, come si dispone la realtà, di quali regole la si dota, e così via. In questo senso, allora, lo stile è una sorta di epifenomeno di un’operazione più ampia di istituzione di senso (o di destituzione di senso). Un’operazione che ha un fondamento essenzialmente etico-politico, ancor prima che estetico, e che è sempre un’azione su e per una realtà» (Gherardo Bortolotti, Non è un problema di artigianato, http://www.alfabeta2.it/2010/08/14/non-e-un-problema-di-artigianato/).

Considerazioni di lodevole lucidità autoriflessiva, e che confermano ad abundantiam la piena autocoscienza dell’operazione estetica compiuta in Tecniche di basso livello.
Rimane da chiedersi se non permanga qualcosa di quella poetica dello scarto che, uscita dalla porta dell’intenzione d’autore, si ripresenti attraverso qualche finestra formale o tematica meno autocosciente.
Rispetto allo stile, la configurazione molto compatta sintatticamente e lessicalmente sembra violata solo da alcuni insistenti elementi di figuralità: metafore e similitudini («I rumori della strada sembravano più il suono di un evento naturale, il bramito o il rombo di una civiltà in corso», p. 9; «Grandi quantità di cose non dette giravano impazzite tra i nostri sguardi, come allarmi supersonici», p. 11; «La cavità dello stato delle cose era talmente ampia che venivano a raccogliersi, nella sua volta, cirri e cumulo-nembi», p. 25; «Diversi disegni totemici, leggibili solo dalle altezze di una campagna di marketing, attraversavano l’entroterra dei nostri acquisti, dei nostri gusti e delle cosiddette inclinazioni personali», p. 34). Ma davvero qui il figurale sembra privo di qualunque elettività letteraria, e invece tutto teso a un’operazione di demistificazione: mostrare, cioè, la materiale pesantezza dell’immateriale ideologico, localizzandolo, dandogli un corpo metaforico.

Quanto al livello tematico, è facile notare come il testo sia pervaso da piccoli segnali di cedimento, di distrazione, di corto circuito psichico, di opacità: anche di enigma perturbante. Ombre, verità sepolte, divinità ctonie, sogni, smarrimenti, tristezze, conti che non tornano. Ma è appunto l’autore che lancia nelle coscienze alienate dei suoi personaggi – nella loro percezione distratta, a basso livello – delle pietre d’inciampo, dei contenuti irriducibili alla coerenza del falso pensiero, che appaiono come enigmatici e numinosi. Luoghi di esposizione dell’esistenza all’aperto, sono però prima di tutto allegorie della contraddizione, anch’essi smascheramenti dell’ideologia: «278. Diversi livelli della nostra cittadinanza erano stati usurpati dalla finanza internazionale e dai network televisivi. Dato che la realtà era oggetto di produzione industriale, e interi settori dell’economia erano dedicati alla formulazione di segni e di significati, preferivamo non credere a quello che vedevamo, lasciandoci il margine di una possibile svolta a destra, nell’allucinazione del giorno d’oggi, della cronaca nera e dei notisti politici. Mancava, al quadro d’insieme, un qualche particolare minimo ma decisivo, come l’esatto numero di dita per mano, la giusta successione sintattica, il corretto abbinamento di colori (sole giallo, erba verde, cielo azzurro)» (p. 30). Non quindi epifanie di un sacro secolarizzato, balugini di un’esperienza estetica differenziata da quella ordinaria, ma in primo luogo segnali della contraddizione di un individuo alienato: anche questi elementi tematici sono quindi funzionalizzati all’operazione politica che sovraintende al testo, e non interruttori per attivare una mistica a essa estranea.

Questo libro, che a un primo superficiale sguardo potrebbe sembrare mera registrazione di una condizione di fissità e di irrevocabilità dell’identico nel pensiero, nell’esistenza e nella prassi politica, se letto con attenta partecipazione, oggi è capace più di altri di mostrare la spessa grana del tessuto ideologico, e di additare il compito politico a una generazione che sembra aver da tempo rimosso l’esortazione contenuta nell’undicesima tesi su Feuerbach del giovane Marx: non basta interpretare il mondo in modo sempre più fine; bisogna anche cambiarlo.

Note

[1] Quando appare, del resto, il vero e proprio ricordo generazionale, identificante, non viene esibito, né diviene – in sé – oggetto di nostalgia (semmai attiva una nostalgia senza oggetto), ma viene allegorizzato, e il suo valore può essere percepito anche senza la decodifica dell’eventuale allusione. Anche senza capire che Bortolotti si riferisce, come probabilmente avviene, a Low di David Bowie, disco del periodo berlinese, si può ben individuare il senso di uno dei pezzi più brevi e intensi: «E a volte, riascoltando Low, venivamo attraversati da una nostalgia estranea, feroce, disperata» (p. 40). Low, per altro, contiene una canzone come Always crashing in the same car, che fin dal titolo richiama una allucinata esperienza di ripetizione.
[2] «Parlando con gli amici, bgmole ricorreva senza cautele alle espressioni degli esperti, trasmesse in televisione o per radio, e che occupavano, come monumenti di civiltà aliene, le sale malinconiche del suo lessico. Si trovava implicato in sintagmi come “armi di distruzione di massa”, “prodotto interno lordo”, “pandemia” e sentiva dentro di sé le forze telluriche delle conoscenze tecniche, dei saperi intermedi e burocratici» (p. 18).
[3] Sarebbe il caso di ragionare sul passaggio delle prose di Bortolotti attraverso il canale del blog (si veda, in ultimo, http://bgmole.wordpress.com/), di cui rimane traccia anche nel cartaceo. Ad esempio il noi dominante potrebbe essere (anche) un effetto deittico di indebolimento della distinzione tra produttore e fruitore tipico della scrittura dei blog.

Paolo Zublena

[in «il verri», n. 46, giugno 2011, pp. 76-81]

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