Corrado Benigni, Tribunale della mente (Interlinea, Novara 2012)

Enzo Rega

   Un libro “compatto” – non una semplice silloge – questo Tribunale della mente di Corrado Benigni. Un libro con una forte e severa base etica, quasi luterano-calvinista. Quell’etica che poi viene formalizzata nel “diritto”, che ne è la declinazione codificata in un regolamento comportamentale, e per il quale Benigni “utilizza” la propria formazione specifica e il proprio lavoro di avvocato. Anche se poi il libro si pone quasi come una sorta di kantiana “Critica della ragion giuridica”, delle sue pretese di giudizio e di appuramento della verità. Infatti, il significato di questa poesia va ovviamente ben al di là di un pretestuoso attacco alla magistratura. Questo tribunale non è quello d’un qualche foro giudiziario, ma quello della mente, nello stesso tempo quello del mondo, di cui la mente è, o vorrebbe essere, specchio. Il tribunale è quello della vita stessa, è questo il giudizio universale che incombe su tutti, un giudizio che diventa possibile solo con la morte, che, in quanto chiusura della vita, della singola vita umana, è ciò che permette di darle un significato, che è in realtà il tracciarne un confine: che è quello che Benigni esplicita con il riferimento, in esergo a un testo, a un passo de Il giorno del giudizio di Salvatore Satta che parla del giudizio finale, ma in Benigni “ogni giorno è un giorno del giudizio (p. 75, corsivo nel testo). È il riferimento a un altro esergo, questa volta da Franco Fortini, che ci dà meglio la chiave di lettura della poesia di Benigni. Fortini scrive: “Qui stiamo a udire la sentenza. E non ci sarà, lo sappiamo, una sentenza”. E più in la Benigni scrive: “Attendi sulla tua soglia il verdetto / le braccia sul petto a forma di croce” (p. 49): quella croce che, con un braccio verticale e uno orizzontale, rappresenta la vita (ciò che sta in piedi: la verticalità) e la morte (ciò che giace coricato: l’orizzontalità). Ma se nel cristianesimo questo indica il trionfo della vita sulla morte, cioè la rinascita a nuova vita, in Benigni, nonostante interrogativi che sfociano nella dimensione filosofico-metafisica, coinvolgendo la tradizione giudaico-cristiana, il significato è capovolto, o, meglio, è come se vita e morte si annullassero in un’attonita immobilità: “Solo l’attesa qui ha forza di legge: / siedi davanti alla soglia, / non c’è via di scampo / da questa giustizia che sa solo se stessa” (p. 15). Qui compare già questo riferimento, se vogliamo tutto kafkiano, della soglia, in un intenso passo che addensa anche altri aspetti: quell’attesa (“nell’attesa sta il richiamo di ogni verità”, p. 71), unica vera realtà, che troviamo nel nostro autore forse più kafkiano, che è il Buzzati de Il deserto dei Tartari, e un senso dostoeskijano della colpa. La sentenza non arriverà mai ma noi siamo già da sempre condannati (“Nessuna immunità salverà”, p. 74;  “siamo comunque responsabili”, p. 11; “nessuno è innocente”, p. 26): l’essenza di questa realtà è quella di un potere occulto che ci sovrasta e il cui compito, è, alla Foucault, “sorvegliare e punire”, un Foucault esplicitamente citato, anche se rovesciandone l’assunto, o meglio, tenendo insieme i contrari. Scrive Benigni. “dove non c’è né colpa né perdono / dove nessuno sorveglia né punisce” (p. 69). Così come si ribalta Dostoevskij, per scrivere, al contrario: “Castigo e delitto” (p. 25). La punizione viene prima dell’infrazione: o come si dice altrove, il giudice è già nel desiderio del crimine dell’imputato. In queste borgesiane “rovine circolari” (anch’esse abbastanza esplicitamente chiamate in causa), si muove l’essere umano. Questa la sua condanna, che è condizione esistenziale stessa: “Camminiamo come in un corridoio, dietro un lume e in fondo uno specchio, ostaggi provvisori in mano a una giuria, consegnati all’evidenza, all’ingiunzione d’esistere. E ci crediamo assolti” (p. 27). In questa clautrofobica e statica caverna platonica s’avverte allora qual è la lettura che di tale condizione viene qui proposta: “Un labirinto preme alle porte – Non udite anche voi? – tutto svanisce laggiù, fuori da ogni contagio, dove una prospettiva ci rende immobili. Tempo rappreso” (p. 22). Un tempo rappreso, nella contrazione-contrizione della colpa (reale o presunta ma non perciò meno avvertita), nell’attesa immobile di una sentenza che mai arriverà. Immobile, perché in fondo si tratta, come dice Benigni, di un “tempo che si computa in milioni d’anni” (p. 23). Questo scorrere e l’immobilità si conciliano e annullano come vita e morte. Infatti “dimoriamo nell’orbita di un’espiazione, meccanismi perfetti, dove ogni cosa è il suo opposto” (ivi). Nell’immobilità dell’attesa di una sentenza mai arrivata, eppure come da sempre pronunciata, siamo in una coincidentia oppositorum” dove vale una cosa e il suo contrario. C’è talmente conciliazione d’opposti che qui vale anche il contrario, la disgiunzione (“la disgiunzione insegue”, p. 63), la scissione dell’identico. La vera coincidentia oppositorum comprende anche la differenza dell’identico da se stesso (Heidegger: “identità dell’identità e della differenza”), di fronte al differimento della sentenza, del giudizio, che sarebbe anche una forma di riconoscimento. È come se fossimo nell’universo prima del big-bang, una condizione di annichilimento totale, un tutto che è niente, un niente che è tutto. Potremmo pensare anche, in musica, al tempo immobile di Ferruccio Busoni.

   La severità di questa concezione è severità del linguaggio, che non caso risente, anche nella scelta dei termini, di quello giuridico. Una scrittura cristallina e austera insieme che, nella questione della sentenza, che è appunto un giudizio, e quindi un dire, chiama in causa anche il rapporto parola-verità, il loro incontro e scarto: “Nessuna verità è interamente verità”, ma ” intanto / voce contro voce, la materia della parola / è la sola forza che abbiamo” (p. 79): e ancora: “sussumi l’errore alla verità” (p. 35). E ancora:  “pietre premute sulle pietre, questi nomi, / parola per parola per parola, ogni forma rimanda a un’altra forma” (p. 69): il che rinvia insieme alle prime forme di scrittura scolpite, scalpellate, graffite su pietra, e, insieme, alla legge, perché spesso quei primi testi erano proprio norme, contratti. E così, da qualche parte, sotto un perenne “dito puntato”, Benigni mette insieme nome e legge. Legge che in greco si dice nomos. Vale a dire, nomos e onoma, allora. La legge è in fondo il logos di Eraclito, il filosofo dell’identità degli opposti. In Benigni ne va quindi della questione del linguaggio in quanto tale, in questo incontro tra linguaggio poetico e giuridico. Quel linguaggio che per qualcuno era la “casa dell’essere”.

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Corrado Benigni, Tribunale della mente, Interlinea, Novara 2012, pp. 81, euro 12,00

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