Marco Giovenale

Quello che è stato sempre in evidenza (e ha rappresentato e rappresenta la ricchezza) del particolare timbro di voce della scrittura di Andrea Raos, trova una conferma addirittura paradigmatica nel compatto, breve testo i cani dello Chott el-Jerid, ospitato dalla collana ChapBook diretta da M. Zaffarano e G. Bortolotti per l’editore Arcipelago. In cosa consiste la natura esemplare del libro? Nel portare a un estremo di incandescenza tutte le punte solo apparentemente divergenti dell’arco di stili che Raos ha presenti e impiega: lirica d’aspetto lineare, felicità aforistica, microracconto, scrittura della crudeltà (che registrava un picco verticale nel precedente Le api migratori, Oèdipus, 2007), espressionismo in nessun caso gratuito, elencazioni, gioco linguistico. Tutte linee, queste appena citate, a cui si aggiunge una netta presenza di (e forse fede nel) paradosso, e nella contraddizione.

Partiamo proprio da quest’ultima marca stilistica (singolarmente sottolineata in questo caso). Il libretto – composto di prose e poesie – prende avvio da un testo che, pur sintetico, agisce precisamente da vero e proprio accumulatore di contrasti, asserzioni in guerra fra loro (ma non con la lettura che è comunque possibile darne): “racchiudeva il dolore all’esterno”, “implodendo, schiuso in sé”, “accanto e ritornavi, accanto e stavi”. L’appressamento all’area desertica del Chott el-Jerid, in Tunisia, e il fissarvi sguardo tanto attento quanto indugiante e però mobile (come da telecamera, come nel video dedicato al medesimo luogo da Bill Viola nel 1979), sono atti e assenze di atti che ben si attagliano alla “linea del sale”, all’aridità del dolore, del male, del pane altrui, e all’attraversamento della mancanza, di un affetto scomparso, che il testo di Raos sembra avere nel centro, lacuna nodale, non detta in pieno e – proprio per paradosso – sempre in apice, esposta. La sofferenza – entità costante e costantemente paradossale nel suo motivare la percezione disintegrandola – trova proprio in un “paradossale sirratte” il correlativo e oggetto allegorico pressoché ideale. (Il sirratte è un uccello che ha il paradosso inscritto fin nel proprio nome scientifico: syrrhaptes paradoxus). Quella che si profila è la scultura o incisione in effetti indelimitabile di una solitudine, in buona sostanza. Così è il deserto, coi suoi margini imprecisi. Il deserto come cangiante elemento installativo chiama dunque le parole ad appropriarsi del suo proprio senso non in veste di simbolo, o codice e sintesi già dati, ma come struttura allegorica prensile, capace di molti vettori di significato.

È un deserto che (daccapo per paradosso) fa germogliare le tante accezioni del signum |aridità| … al punto da far emergere più vie e passaggi interpretativi applicabili a prose e poesie, e così attivamente scialare nomi e colori possibili, proprio come un incavo sabbioso salino, un’assenza poi fertile per lo sguardo, tanto da non aver più bisogno di referenti e oggetti a cui applicarsi. Raos ha buon gioco nel creare, in tal modo, un ulteriore deserto costituito dalle estremità o gemme (s)chiuse di tutti i nomi che una lista di colori riesce a non applicare a nulla (meglio: ad applicare al nulla): “ciano, indaco, cadmio, falun, cinabro, rubino, magenta, malva, cremisi, mirto, eliotropo, ruggine, … …”. Forma in tal modo anche strutture testuali installative: elenchi lunghi consistenti in nomi di colori.. L’elencazione come procedura ‘fredda’ è un altro degli elementi di bilanciamento e antiretorica che Raos dispone saggiamente sulla pagina a smussare le tentazioni del lettore che volesse solo accogliere, del libretto, i pur presenti momenti di lirica nuova (o “geneticamente modificata”, per usare un’espressione di Andrea Inglese), che soprattutto si attesta nei temi della scomparsa, dell’andarsene/riapparire, morire, qui saggiati e rinnovati con uno sguardo che non manca di esperienze testuali beckettiane, anche tramite filtri sillabici, ritmi e figure che hanno coscienza del lavoro di un autore da Raos amato e studiato come Giuliano Mesa. (Leggiamo una delle pagine più dense della plaquette: “L’innaturale rimane, / cadono in sequenza. / Dove è, chiude. / Dove chiude, chiedono continui. / Dove spera, era. / Nega, come ora”).

Da qui a un altro centro del libro – in cui si consuma la violentissima uccisione dei cani annunciati dal titolo, ad opera di soggetti di cui abbiamo solo l’inquietante pronome “noi” – il passo è meno acrobatico di quanto si pensi. I toni sono infatti gli stessi del brusco cambiamento climatico del deserto: dalla lirica-assenza ‘fredda’, al massacro e sangue degli animali, grandi e piccoli, consumato nella “depressione salina” del deserto stesso. Niente prepara il lettore a questa energia, in negativo. Come niente lo informa sui tornanti improvvisi che riportano la sequenza dei frammenti del libro – sia prima che dopo tale violenza – su strade più memoriali: a una notte a Tokyo, e a vocativi strettamente legati al clima amoroso, sempre però sotto la luce obliqua dell’assenza. Niente, quindi, prepara il lettore all’insieme di questi frammenti, tout court, tranne il viaggio stesso nei frammenti detti: spiazzamento tipico, del resto, in una autentica scrittura di ricerca. Invito al viaggio, all’attraversamento del non noto (anche e proprio se è – e insieme, paradossalmente, non è – deserto).

Marco Giovenale

[Il testo è apparso su “l’immaginazione”,  n. 272, novembre-dicembre 2012]