Luca Cristiano

 

Conosco bene Antonio Moresco. Abbiamo camminato appoggiandoci l’uno alla spalla dell’altro per duecento chilometri circa, tra le altre cose. Però di seguito lo chiamerò Moresco. Perché Moresco lo conosco meglio di quanto non conosca Antonio.

La prima domanda a cui bisognerebbe rispondere oggi, a metà dell’aprile 2013, è come mai Moresco ora va di moda. Pubblica con Mondadori, va da Fazio in televisione, le studentesse durante le sue conferenze disegnano cuoricini con scritto dentro “MORESCUCCIO”.

La domanda che naturalmente consegue dalla prima è: come mai ci ha messo così tanto ad andare di moda?

Per la maggior parte della critica italiana, rispondere alla seconda domanda vuol dire arrogarsi il diritto di non porsi la prima. Vale a dire: Moresco va di moda perché incarna il personaggio dello scrittore oltranzista e incompreso, si è guadagnato con la serie di rifiuti spietatamente e candidamente narrati in Lettere a nessuno un’aura romantica che attira gli allocchi.

Ma io non sono un allocco. Non del tutto. Non continuativamente negli ultimi dieci anni della mia vita. E, se la memoria non mi inganna, leggo e studio Moresco da un po’ più di dieci anni.

Questo vuol dire che il mio gusto fa testo? No. Però la faccenda diventa sospetta se si considera che Moresco usa ogni mezzo a sua disposizione per andare contro i miei gusti e non ci riesce: la struttura frasale che adotta predilige i tempi lunghi della sintassi giustappositiva, ma senza ricorrere alla complicazione ipotattica, che io adoro in mancanza di frasi brevi. Tende sperticatamente alla nominazione favolistica dei personaggi, dove ogni nome dichiara la propria funzione. Uno investe la gente con la macchina e si chiama Investitore, trasloca e si chiama Traslocatore, è piccolo e femmina e si chiama Bambina, è un po’ fuori di testa e si chiama Matto, è luciferino e si chiama Gatto, e via di seguito.

Dove io trovo una cosa così in qualsiasi altro scrittore, sento cattivo odore calviniano e sono tentato di gettare via il libro.

Moresco, inoltre, usa rime grammaticali, anafore ed epifore per intere sezioni del suo testo in prosa (vedi, soprattutto, il Canto della bambina in Canti del caos. Ma il fenomeno si ripresenta spesso anche nei testi teatrali, non manca nei racconti, si affaccia addirittura nei saggi). E io questa cosa non la reggo nemmeno nelle poesie antiche e nelle canzoni, figurarsi se la perdonerei a quello che ritengo, insieme a Walter Siti, il miglior romanziere italiano vivente (tra quelli che ho letto). Allora, mi chiedo, se ce l’ha messa tutta perché io detestassi il suo stile, come mai continua a piacermi sempre di più Moresco, mentre Antonio mi piace sempre uguale?

La risposta si può sintetizzare così: perché Moresco possiede una sua personale ma potentissima intuizione di come stanno le cose nel cosmo e nelle profondità della mente umana ed è riuscito a connettere i due momenti della sua impresa conoscitiva tramite l’unico mezzo che, Heidegger credo concorderebbe, lo permette: la poesia. Non ho sbagliato parola, né uso il termine “poesia” in senso metaforico. Moresco sta scrivendo un unico, sterminato poema esistenziale e cosmogonico con la scusa di scrivere romanzi che sono propri romanzi e per di più sono anche ben fatti, alla faccia dei miei gusti personali e della critica italiana.

Ma basta questo per andare a finire in televisione a rispondere alle domande di Fabio Fazio? Sì. Se uno si è costruito il personaggio, tutto può succedere. È questo il caso? Non credo.

Perché Moresco da Fazio c’è arrivato per aver scritto La lucina, non perché incarna qualche stereotipo da quattro soldi della società dello spettacolo che lo rende tele-appetibile.

La lucina è un libro che fa due cose, sostanzialmente: in prima istanza prosegue di nascosto il lungo poema in prosa con cui Moresco ha travolto le forme e i generi narrativi codificati e decostruiti e ricodificati prima che lui venisse pubblicato, in seconda istanza, ed è ciò che qui conta, La lucina rende fruibili contenuti elevatissimi e tragici in una forma scandalosamente semplice.

Questa è una fiaba che si fonda sulla rivolta metafisica, costretta a mostrarsi a forza di stile reticente, fino ad alludere all’eterno ritorno senza dichiararne l’esistenza, senza riflettere ad alta voce sul tempo: l’angoscia dell’orribile ripetizione, detta senza l’ombra di un inserto saggistico, rende poeticamente disponibili movimenti profondi del pensiero senza affaticare mai il lettore. Senza un filo di grasso, direbbe Tomasi di Lampedusa.

Allora la risposta alla domanda “perché Moresco va improvvisamente di moda” potrebbe anche essere che stavolta, oltre ad aver scritto come al solito un capolavoro, ha tirato fuori un’opera che possiede nella sua immediatezza un congegno capace di raddrizzare il naso a chiunque non sia completamente in malafede prima ancora che questi sia anche solo vagamente punzecchiato dalla tentazione di storcerlo.

Luca Cristiano