Andrea Inglese

Parrebbe che nella ricezione della poesia straniera gli automatismi intellettuali, le limitatezze di corporazione, le miopie critico-teoriche si palesino ingigantite e facciano “sintomo”. Per questo vale la pena decifrare questo particolare sintomo: l’assenza o l’estrema scarsità di Francis Ponge, nell’editoria italiana. Sì, perché è ben strano che un autore morto alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, la cui intera opera è stata raccolta in due volumi nella Pléiade, tra 1999 e 2002, non conosca ad oggi un’ampia traduzione nella nostra lingua. Quando appare, la traduzione di un poeta ha come premessa il variegato interesse che la sua opera ha suscitato presso altri poeti, specialisti della letteratura in questione, critici militanti. Per conseguenza, la mancata traduzione indica un vasto fronte di disinteresse. Ed è senza dubbio il destino di Ponge, in Italia.

Henri Michaux, ad esempio, belga naturalizzato francese, anche lui nato come Ponge nel 1899, comincerà ad essere tradotto nel corso degli anni Sessanta, e grosso modo conoscerà un’attenzione costante, dimostrata anche recentemente dalla casa editrice Quodlibet che ha proposto la traduzione di diversi libri ancora inediti in Italia. Nel caso di Ponge, bisogna attendere una prima traduzione in volume nel 1971. Ironia della sorte, ne è responsabile uno dei capofila dell’ermetismo fiorentino, Piero Bigongiari, che dimostra, da buon conoscitore della letteratura d’oltralpe, di apprezzare un’opera ormai imprescindibile nel panorama della poesia francese, nonostante sia molto lontana dalla sua sensibilità di autore. La traduzione successiva, a firma di Jacqueline Risset, appare solamente otto anni dopo. E mentre in Francia, a partire dagli anni Ottanta, l’interesse anche accademico per l’opera di Ponge cresce in maniera costante, producendo un numero sempre maggiore di studi critici, convegni e monografie, in Italia non accade più nulla di significativo, se si eccettua l’uscita di due volumetti tradotti dallo scrittore Daniele Gorret per la piccola casa editrice l’Obliquo: Testo sull’elettricità (1997) e Il sole in abisso (2003).

Il misconoscimento di Ponge sembra andare di pari passo con l’entusiasmo per Yves Bonnefoy, intronizzato nel 2010 nei Meridiani. Non è qui in discussione la considerazione che l’opera di Bonnefoy riscuote in Francia, ma da noi essa acquista l’ulteriore vantaggio di confortare una certa idea di poesia, come antitesi del pensiero concettuale, aspirazione alla pienezza e all’unità dell’essere, culto della bellezza. Bonnefoy, insomma, grazie al suo talento e alla sua fama, permette di perpetrare la fede in una poesia dai confini ben riconoscibili: la poesia come altro sia dal linguaggio ordinario che dal linguaggio scientifico. In quest’ottica, non si può negare che un autore come Ponge risulti particolarmente indigesto. (Lo è ovviamente già in Francia, prima ancora di esserlo per noi.) Ponge pretende, infatti, di dismettere il titolo di “poeta” e, simultaneamente, il genere “poesia”. Non si tratta di un vezzo né di una provocazione, ma dell’inevitabile conseguenza di una pratica di scrittura, ancora prima che di un partito preso teorico: egli si sente più familiare con l’universo della ricerca scientifica che con quello della meditazione metafisica o della trasfigurazione poetica. Più che all’opera, come traguardo di compiutezza formale, è interessato al processo di elaborazione di una forma. In esso, infatti, si manifesta appieno la postura ad un tempo positiva e scettica del ricercatore, che avanza per tentennamenti e prese parziali.

Ponge ha portato alle estreme conseguenze due principi del modernismo nelle arti e nella letteratura: l’idea della convenzionalità dei generi e l’attenzione per i mezzi espressivi specifici di ogni forma d’arte. La convenzionalità delle forme poetiche non è da lui semplicemente sovvertita, ma abbandonata come obsoleta e inadeguata, a fronte di un lavoro costante di messa in forma imperativamente governato dall’oggetto che si tratta di evocare: “ogni oggetto deve imporre alla composizione poetica una forma retorica particolare”[1]. Questa tensione verso la materialità e l’oggettività del mondo rende Ponge estraneo ai giocolieri della forma, quali i seguaci dell’Oulipo o i neometrici di ascendenza avanguardista. D’altro canto, l’attenzione per il linguaggio non si limita a considerare la dimensione materiale delle parole, il loro funzionamento autonomo nella realtà del discorso scritto (autonomia del significante), ma accoglie di esse anche l’eredità storica ed etimologica. Tra la sensibilità individuale del poeta e l’idioletto a cui tende la sua espressione, s’inserisce un complesso dispositivo, in cui entrano a far parte come sue estensioni anche l’enciclopedia, i dizionari (il Littré), i trattati scientifici, oltreché certa letteratura, preferibilmente latina, ossia pre-cristiana (Lucrezio e Tacito). Anche il linguaggio, quindi, è percepito nella sua oggettività, come prodotto di sedimentazioni successive, in cui si esprime il genio collettivo delle civiltà. E se lo scrittore lotta contro il linguaggio ereditato, lo fa non in nome di una mitica interiorità individuale, che il parlare comune condannerebbe all’inespresso, ma in nome dell’“insurrezione delle cose contro le immagini che imponiamo loro”[2].

Ciò che rende Ponge tanto anomalo nel catalogo dei poeti novecenteschi, è in definitiva questo partito preso non solo ateo e materialista, ma propriamente anti-cristiano, che lo spinge a spogliare l’umanità di ogni privilegio all’interno dell’universo naturale. (“L’uomo non è il re della creazione. No, per niente. Piuttosto il suo persecutore. Persecutore perseguitato.”[3]) Di qui il suo disinteresse per la “rappresentazione letteraria” delle vicende umane, di cui già esistono nutritissime biblioteche, e l’enorme sforzo, invece, per esprimere le qualità particolari dei singoli oggetti, a partire dai più futili e ordinari. L’oggetto, quindi, non è il mero supporto, l’occasione per rivelare la sublime e insondabile soggettività del poeta. Il soggetto, e il suo linguaggio, fungono piuttosto da cassa di risonanza dell’oggetto, colto nella sua estraneità originaria.

Bisognerebbe misurare, poi, la portata anche politica, di tale strategia di Ponge, che opera simultaneamente diversi spostamenti: spostamento dal paradigma formale e lirico della poesia, verso una forma di ricerca in continuità con l’impresa scientifica; spostamento, d’altra parte, nei confronti della scienza, in quanto per Ponge la ricerca della definizione-descrizione degli oggetti implica l’accettazione della dimensione corporea ed “erotica” del ricercatore, che non si pone quindi nella postura spassionata e neutrale dello scienziato tradizionale; spostamento, infine, rispetto a qualsiasi residua gerarchia dei soggetti della rappresentazione letteraria: dal sapone al bicchier d’acqua, dal fico secco al geranio. Ciò che esige di essere tratto dal silenzio e dall’insignificanza, è appunto tutto quanto la nostra assuefazione allo spettacolo considera banale e irrilevante, proprio perché cade ogni giorno sotto i nostri sensi.

Note 

[1] Francis Ponge, Méthodes, Gallimard, 1961, p. 37.
[2] Ivi, p. 304.
[3] Ivi, p. 202.

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[Per il numero 24 di “alfabeta2”, Andrea Inglese ha curato un piccolo dossier sulla poesia francese contemporanea che include, oltre al testo appena presentato, un’intervista a Henri Deluy sulla vicenda di “Action Poétique”, articoli di Eric Suchère e Luigi Magno, un’altra intervista a Julien Blaine, e una prima traduzione italiana del testo pongiano “Nioque de l’avant-printemps”, proposta da Michele Zaffarano. N.d.R.]