Manuel Cohen

     Di Marilena Renda, leggiamo finalmente per intero l’articolato poemetto Ruggine, un testo dalla lunga gestazione, già apparso in rete nel 2009, rappresentato a teatro, e qui proposto in una stesura ulteriormente rivista in cui si è sistematicamente provveduto a uniformare il tutto, a renderlo continuum, narrazione quanto più possibile coerente e organica: è probabilmente in ragione di ciò che l’autrice ha eliminato quegli inserti nell’idioma di Erice, che ci era stato possibile leggere precedentemente.

     Ruggine è un testo che narra, ritorna e riverbera o riparte dalle e sulle vicende drammatiche che seguirono la notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, quando una vasta area della Sicilia occidentale fu colpita dal sisma tristemente noto come ‘il terremoto del Belice’: una ventina i comuni colpiti, di cui 4 interamente distrutti: Gibellina, Salaparuta, Montevago, Poggioreale: 370 vittime, oltre 1000 feriti, 70.000 senzatetto. Ora, anche volendo sorvolare sulle numerose testimonianze in versi lasciate dai neodialettali a proposito del terremoto del Friuli del 1976, non apparirà casuale la coincidenza per cui nella poesia dell’ultimo lustro vari titoli sembrano ispirarsi o riferirsi a fatti analoghi. Come dire che l’immaginario collettivo e la memoria di numerosi autori in versi ne siano stati segnati irredimibilmente. O forse è in un presente inquieto, precario, da ricostruire quasi, che è da ricercare il tratto di similarità o di una Stimmung: l’istanza di raccordo e documento che muove e accomuna autori molto divaricati tra loro per orientamento e gusto: è il caso di Jolanda Insana, che ha scritto la suite Frammenti di un oratorio. Nel centenario del terremoto di Messina (2009); o di Domenico Cipriano, che con Novembre (2010) ritorna a fare capolino intorno ai numeri, quasi una cabala, di quella fatidica sera del 1980 del terremoto dell’Irpinia. Per non dire del Viaggio nel cratere (2003) narrazione di Franco Arminio, o dei testi carsici e lavici scritti a partire dal 1980 di un altro lucano, Salvatore Pagliuca, ed ora raccolti nel volume Lengh’ r’ terr’, Lingua di terra (Le Voci della Luna, Milano 2012).

     Il libro si presenta al lettore come una ampia partitura suddivisa in quattro scansioni disomogenee per estensione e struttura: non mancano testi in prosa, nella natura documentaria o di interviste a testimoni, che fanno da contraltare a sequenze di versi distesi, in strofe pentastiche, variamente modulate sull’endecasillabo, e più generalmente in eccedenza e in evertenza da esso. Ruggine sembra attuare una serie di movimenti contigui: di ricognizione e di raccordo, di ritorno al luogo-simbolo del dopo terremoto, la Gibellina che negli anni ’80 divenne un laboratorio all’aperto per l’arte contemporanea: una sorta di Utopia del vuoto, o della memoria, grazie ai contributi di Consagra, Schifano, Paladino, Arnaldo Pomodoro, Burri e molti altri, ma che rappresenta il primo esempio dell’edificazione di una new-town a 20 km di distanza, e che segnò la vera fine di Gibellina Vecchia. Marilena Renda si aggira interrogativa tra un prima e un dopo, arretra e regredisce, seguendo il flusso delle maree e il ritmo del pensiero, a un vulnus d’infanzia, osserva desertificazione e cemento. Non casuale il lapsus con cui nomina per libera associazione Gibellina: Gibilterra, «il punto di scarto / tra mare e non-mare», a dire di una prospettiva sul mare aperto o sul nulla, a suggerire di una città di frontiera o discrimine, materiale e materica, tra terra e acqua. Tratteggia o allude a un ethos: tra vecchio e nuovo mondo, tra passato e presente, tra luogo e non-luogo, e ascolta le voci di allora – lei è nata molti anni dopo lo scisma – a tal punto che quella lingua dell’oralità eliminata dalla stesura definitiva del libro, sembra riemergere e prendere corpo nelle continue tracce identitarie, nei nomi, quasi una mappatura, e un umilissimo, terrestre epos, che ha a che fare con una genealogia, e con i frammenti di storie che ne fanno uno Spoon River contemporaneo, attinente e interessante.

     La renda coglie le metamorfosi in atto, le crepe e gli sgretolamenti fisici, gli stigmi corporali, sociali e linguistici: tutto quanto comporta e consegue all’attestarsi ad altezza di un discrimine, o di una faglia, «interruzione dell’ordine e del cosmo», in un esercizio di mimesi che variabilmente riproduce nell’elemento prosodico-ritmico il movimento tellurico ed il movimento del mare: «una sinergia tra orizzontale e verticale»: questo sempre in una lingua che tiene salde in una sola mano le corde o coordinate della figuralità, meglio della visione  visionarietà, della concretezza materica e della mimesi realistica,  della Historisch come della Geschichtlich.

     Potremmo anche azzardare che Ruggine, un testo che convince, per congruità di lingua e per quiddità di stile,  per bellezza nuda e risolta, per attinenza alle cose e ai motivi, e che centra perfettamente la corporalità degli oggetti e il vuoto che ne segue, assomiglia, nella sua ruvida, articolata perfezione alla allegoria del ‘Grande Cretto’ con cui Alberto Burri volle ricordare la ferita del terremoto. E la ruggine, cola e si deposita lungo le fenditure della ‘piccola altura’ (questo il significato dall’etimo arabo di Gibellina), diventa visione delle vite e delle storie toccate dalla vicenda, le «pepite di fango e polvere», e si fa allegoresi di un luogo-culto divenuto contemporaneo non-luogo: «trama screziata / di strade e piazze partorite domani?».

 

Manuel Cohen

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[Postfazione a Marilena Renda, Ruggine, Le Voci della Luna, 2012]