Recensione a Alice Ceresa, "La morte del padre" (et al., 2013)

 Andrea Cortellessa

Si registra un curioso cortocircuito, in queste prime avvisaglie di cinquantennale del 63. Nella celebre foto di Ugo Mulas che vede Ungaretti, a Venezia, allegramente circondato dai neoavanguardisti, non è stato riconosciuto il volto luminoso di Carla Vasio (appena compiuti novant’anni e ancora in piena attività). E ci si ricorda che Edoardo Sanguineti, in un suo Atlante del Novecento, accolse cento intellettuali italiani. Cento maschi. Il Gruppo aveva un problema col femminile? Più verosimile che ce l’avesse, in generale, la cultura degli anni Sessanta… (si tende a dimenticare che il diritto di voto c’era da meno di vent’anni). Di certo manca, per la seconda avanguardia italiana, una ricerca simile a quella di Cecilia Bello Minciacchi sulla prima (Scrittrici della prima avanguardia, Le Lettere, pp. 506, € 38) o a quella pionieristica sulle arti visive, di Lea Vergine trent’anni fa, L’altra metà dell’avanguardia. Ma scrittrici importanti, al Gruppo, parteciparono eccome. In uno studio sulla narrativa del periodo (Prose dal dissesto, Mucchi, pp. 269, € 20), Massimilino Borelli ha dedicato due dei suoi dieci medaglioni – accanto agli Arbasino, ai Balestrini e ai Malerba – appunto a Carla Vasio e ad Alice Ceresa.

Nata a Basilea, morta a 78 anni nel 2001, Ceresa ha pubblicato in vita solo due libri ed è oggi quasi del tutto dimenticata. Del resto è proprio in campo narrativo che le proposte del Gruppo 63 sono oggi dalla doxa le più vituperate, poiché i modelli premoderni restano i più comodi da seriare per l’industria culturale. Ma anche perché è qui che si vede meglio come un rinnovamento delle forme non possa non essere accompagnato da una mutata «grammatica della visione», per dirla con Maria Corti (che di Ceresa fu non per caso ammiratrice), o, per dirla proprio con Sanguineti, una diversa ideologia. L’opera di Alice Ceresa lo dimostra in maniera lampante. Perché suo tema esclusivo, tanto nella Figlia prodiga (1967) che in Bambine (1990), fu proprio quello in cui ristagna l’odierna narrativa di consumo: riti e credenze, totem e tabù di quell’antropologia feroce che chiamiamo famiglia. Come racconta Patrizia Zappa Mulas, nipote di Ugo e scrittrice a sua volta, nell’appassionato Ritratto di Alice che accompagna la prima edizione a sé della Morte del padre, Ceresa considerava un «a parte» questo racconto (scritto per la Radio Svizzera Italiana e pubblicato su «Nuovi argomenti» nel ’79). Si sbagliava. È un piccolo capolavoro, invece: che descrive in toni paradossali la morte di un padre-patriarca riflessa nelle coscienze di una moglie, due figlie e un figlio. Il suo immenso cadavere in decomposizione diventa una casa, «una mostruosa immagine organica di un padre di muri e di pietra». L’immagine, che può ricordare le visioni più audaci di Savinio o Manganelli, viene mostrata da questa lingua artificiale e «in bianco e nero» (Zappa Mulas) come in una radiografia crudele: «in sezione e priva di facciata». L’inferno della famiglia è una cosa fredda e muta, e pochissimi quanto Alice Ceresa ce lo hanno mostrato senza edulcorazioni né compiacimenti.

Andrea Cortellessa

 

[recensione a Alice Ceresa, La morte del padre, con Ritratto di Alice di Patrizia Zappa Mulas, et al., pp. 79.
Già in «Tuttolibri», 30 marzo 2013]

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