Dall’"inconclusione" la sola compiutezza. Recensione al "Faldone" di Vincenzo Ostuni (Ponte Sisto, 2012)

Marco Giovenale 

Recensione a
Vincenzo Ostuni, Faldone zero-venti. Poesie 1992-2006,
Ponte Sisto, Roma 2012, pp. 272. Postfazione di A.Inglese

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Testo inesauribile, sempre ripreso e rielaborato dunque nuovo, nastro sovrainciso, il Faldone di Vincenzo Ostuni (in edizione Faldone zero-otto presso Oèdipus, 2004; poi in rete in fieri in files separati: www.faldone.it) esce ulteriormente variato, e non solo accresciuto ma “più che raddoppiato”, come Faldone zero-venti, nella nuova collana Quaderni di poesia del Caffè illustrato, dell’editore Ponte Sisto.

Qualche anno fa parlavo della poesia di Ostuni come inquadrabile (con altre scritture) entro continue – e non pacificate – contrattazioni e appressamenti a una sorta di patto linguistico di visibilità e dicibilità del mondo (dato come intreccio, ostinato e riprovato) fra contraenti in verità indefinibili, inafferrabili per tradizione ormai secolare – riandando a due nomi che aprono anzi spalancano il Novecento: l’inventato Chandos e l’inventariante Wittgenstein (quest’ultimo citato da entrambi i prefatori dei due faldoni: Gabriele Pedullà e Andrea Inglese). La situazione di patto mancato (e di manque del collante sociale, linguistico) – di contesto che si afferra e insieme sfugge e si sfalda – è proprio tematizzata frontalmente da Ostuni come flusso verbale ininterrotto, sinusoidale, di ricerca-dubbio-ricerca, entro la cornice costante data dalla forma dialogica / monologica (indistinguibili le due, annota Inglese).

Difficile sarebbe non confermare tali osservazioni sulla natura della scrittura qui in campo. I testi sono nella linea della migliore tradizione sintattico-ragionativa del secondo Novecento italiano, quella – per intenderci – che ha fra i suoi autori maggiori Pagliarani e Sanguineti (anche in ciò si ha consenso dei prefatori). Con un elemento aggiunto, tuttavia, niente affatto trascurabile, che a mio avviso colloca il lavoro di Ostuni accanto a tante esperienze di scrittura di ricerca che il primo decennio del XXI secolo ha attuato. Si tratta anzi di due addenda: innanzitutto, l’idea sistematica strutturale strutturante (e che direi forse inedita non solo in poesia) di un’opera ultra-aperta, in ritardo-anticipo perfino su se stessa, e che si vuole programmaticamente in costruzione, interminabile perché variata accresciuta, identica e diversa, nelle sue scansioni, sezioni, poesie, prestiti interni. Mutante appunto non per ragioni contingenti o editoriali ma proprio per principio e a prescindere dalle pubblicazioni. (Di solito un autore riconsidera un’opera che ritiene fissa, apportando occasionali piccoli o grandi ritocchi; o la riscrive, sempre occasionalmente e sia pure radicalmente; ma non ne intende il crescere e il variare in sé da edizione a edizione come dato di poetica e come costante verifica e vita=flusso del testo, come sua ragione).

L’altro addendum, nel Faldone, rispetto alle esperienze di voci precedenti di poeti della sperimentazione novecentesca (nominerei tutti i Novissimi, in verità) consiste  nell’intensificazione del movimento sintattico e della natura ragionativa del dettato attraverso l’emersione di punti/nodi dove la connotazione e perfino il paradosso spingono il testo in verticale (formula per dire anche, senza contraddizione: in profondità, perfino aforistica; e: in allegoria), nella linea di pagine e autori più o meno definibili fraterni. Ostuni (nel testo 4 della prima sezione, Il mondo rotto, p. 22): “(«Così, la ragion cinica è la via d’uscita breve dalle pastoie dell’intermittenza; / si dice: Ogni cosa è molteplicemente più, o meno, di sé stessa”. Biagio Cepollaro (Fabrica, Zona, 2002): “è che noi non siamo neanche noi e dispersi di noi fu fatta foresta”. Carlo Bordini (Polvere, Empiria, 1999): “Sarò sempre un po’ meno di quello che sono, / e anzi, molto meno. Polvere. Ho perso molto”.

Il Faldone è un gomitolo-tesseract, oggetto multidimensionale che (come già Pedullà diceva dello zero-otto uscito per Oèdipus) non riporta a sistema nemmeno la stessa articolata prassi di dubbio. Insieme, e non per contraddizione, tale oggetto sfaccettato è sfacciatamente addirittura parossisticamente assertivo. Ma di quella assertività (auto)interrogante in cui la pasta delle Ricerche di Wittgenstein è più che riconoscibile.

Se il tema di fondo è la sconnessione, dissipatio, il “non tenersi insieme” dei pezzi mondani e gnoseologici con cui giocoforza ci misuriamo, il tema medesimo è visto opaco e diffratto, pur recursivo: è atomizzato, e notomizzato (nel nostro pulviscolare percepirne l’assurda ragionevolezza): “(«O tutto si tiene, sì, ma così lascamente; / ed è questa la somma nostalgia del cosmo, degli uomini / – l’unica forma diffusa di energia, ciò che di fatto, ricorsivamente, tiene –“ (p. 33); “(«Dunque, è dall’inconclusione che viene la sola compiutezza, / compiuta è la feroce incertezza, che non scampa né lascia scampare. / Conchiusa è la freddissima brezza sul cimitero della storia,” (p. 188).

 

Marco Giovenale

[ Versione accresciuta del testo comparso in «alfabeta2», a. III, n. 28, aprile 2013 ]

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