Postfazione a Yves Citton, "Future umanità. Quale avvenire per gli studi umanistici?"

trad. it. di Isabella Mattazzi, :duepunti edizioni, Palermo 2010 (pp. 195-206)

Isabella Mattazzi

Nel presentare per la prima volta in Italia un autore come Yves Citton, potrebbe risultare di una certa praticità inserirlo tra i numi tutelari di quel nuovo genere saggistico che è, di fatto, il “trattato in difesa degli studî letterari”. Nell’ultimo decennio, la moltiplicazione esponenziale di testi in difesa dello studio e dell’insegnamento della letteratura ha dato vita a un vero e proprio “fronte comune”, una sorta di barricata teorica trans-nazionale contro i continui attacchi politici, i tagli alla ricerca, o semplicemente il disperante stato di perdita dell’aura in cui versano oggi, con ogni evidenza, le discipline umanistiche. Da Tzvetan Todorov, Antoine Compagnon, Vincent Jouve, Jean-Marie Schaeffer in ambito francese, a David McCallam o Martha Nussbaum negli Stati Uniti[1], in molti sembrano aver sentito il bisogno di affondare la lama del proprio discorso all’interno del corpo variamente articolato delle Humanities cercando da una parte di salvare il malato dai continui attacchi esterni di un mondo per lui evidentemente tossico e, dall’altra, di ricompattarne le membra in una ridefinizione, il più attuale e funzionale possibile, delle sue precise peculiarità. Che diversi segnali di pericolo per gli studî letterari stiano suonando da tempo, del resto, è del tutto vero (se si tratti poi di semplici campanelli d’allarme o di vere e proprie campane a morto, saranno le prossime generazioni a dirlo), e non soltanto da un punto di vista strettamente politico o economico, ma anche – cosa forse ancora più preoccupante – all’interno di un radicale mutamento dell’orizzonte sociale e antropologico contemporaneo. Anche limitandosi al preciso ambito culturale che fa da sfondo ai testi di Citton, basta dare un veloce sguardo alla recente ridefinizione degli assetti universitari francesi – travestita da operazione di modernizzazione e snellimento della macchina accademica – per farsi un’idea del concreto stato di svantaggio in cui versano oggi gli organi deputati a trasmettere e salvaguardare il sapere letterario. Ma non si tratta solo di questo. Al di là della situazione politica oggettivamente difficile, il malato sembra soffrire con ogni evidenza anche di un male interno. Di fronte all’urgenza di dimostrare l’“utilità” del proprio lavoro a un mondo economico il cui unico criterio di valore sembra essere quello di una “possibilità di quantificazione” in termini di profitto e di vendita, le discipline umanistiche hanno subito, negli ultimi tre decenni, una forte messa in crisi e una radicale trasformazione dei valori e delle pratiche stesse su cui fondare il proprio statuto identitario. Dinanzi a un evidente livellamento della doxa politica e istituzionale sul lessico utilitaristico di un capitalismo industriale applicato alla gestione della ricerca, hanno dovuto crearsi un nuovo “spazio di credibilità”, mutando letteralmente di volto, barricandosi dietro una specializzazione esasperata, riducendo il proprio sapere a un insieme di dati circoscritti, brevettabili, immediatamente spendibili, e sottoponendosi a una continua rendicontazione dei propri risultati secondo sistemi di valutazione presi di peso e direttamente importati dalle cosiddette “scienze dure”.

In contemporanea a questo mutamento di strutturazione interna, lo sviluppo della nuova società massmediologica non ha fatto che radicalizzare il problema, mettendo in diretta competizione sul mercato lo scarso appeal commerciale della critica letteraria con la massiccia diffusione di DVD, CD, letteratura mainstream e produzioni blockbuster con il risultato – coglibile già intuitivamente sugli scaffali delle librerie – di una drastica erosione di territorio e una conseguente, progressiva, perdita di visibilità. Pur nella sua inevitabile riduzione semplicistica, il quadro fin qui tracciato mette quindi chiaramente in luce quanto la retorica apocalittica dei recenti studî in difesa delle Humanities abbia potuto trovare una sua giustificazione più che legittima nei confronti di un intero sistema culturale in evidente difficoltà (e le ottimistiche valutazioni di stampo negriano sugli aspetti più positivi del capitalismo cognitivo non sono servite certo a rimettere in pari la bilancia). Insomma, che qualcosa sia andato storto negli ultimi decenni e che sia necessario correre quanto prima ai ripari, sembra ormai un dato più che evidente.

Ridurre il libro di Citton a una semplice chiamata alle armi del popolo dei critici e degli insegnanti di lettere in difesa del proprio statuto, sarebbe però del tutto fuorviante. Future umanità, al di là della politicizzazione indubbia del suo messaggio e di una sua immediata e diretta collocazione all’interno del qui e ora del nostro sistema societario, è però – anche e soprattutto – un testo di teoria letteraria. Se è certamente efficace nel dimostrare quanto lo studio della letteratura oggi serve (e quindi del perché non bisogna buttarlo nel cestino delle “attività inutili” come il modellismo o i giochi da tavolo), il discorso di Citton trova un indubbio punto di forza nella teorizzazione di che cosa lo studio della letteratura è, e di cosa ne fa un oggetto insostituibile nella sua strutturale unicità rispetto a qualsiasi altro regime discorsivo. Ancora poco noto al pubblico italiano[2], Yves Citton è un filosofo politico e un teorico della letteratura con una fortissima coerenza critica. Che si tratti degli scritti sul pensiero di Spinoza, delle riflessioni sul Settecento, o degli studî sulle politiche del contemporaneo, i suoi libri sembrano rispondere tutti di un disegno comune, quasi fossero elementi-corollario di un unico macrotesto, un vero e proprio testo-costellazione al cui centro, stella collassata, magnete di attrazione e distribuzione dei diversi giochi di equilibrio, sta il problema della creazione di una nuova ontologia ermeneutica che sia in grado di farsi specchio e nello stesso tempo guida di quei processi interpretativi su cui si fonda, di fatto, la nostra contemporaneità.

Le discipline umanistiche, ancora prima di servire da piattaforma contestataria, sono infatti il territorio utile per un’indagine delle modalità di relazione con il testo e, di conseguenza, di funzionamento delle categorie di pensiero e di rappresentazione umana. Lire, interpréter, actualiser. Pourquoi les études littéraires? (2007)[3], libro che precede di qualche anno Future umanità, può risultare in questo caso un esempio illuminante. In 58 tesi, mettendo in un dialogo serrato i capisaldi del post strutturalismo francese con la scuola americana del reader response – Stanley Fish in testa –, Citton dà un’idea di testo e di lettore estremamente mobili, articolati, compresi in un perpetuo rapporto di interrelazione e di costruzione reciproca. Il testo letterario, ormai ben lontano dall’essere questione di materialità o di alterità assoluta, emerge dalle 58 tesi come l’effetto di un evento interpretativo sempre rinnovato. La sua “letteralità”, una proiezione operata dal lettore. La sua lettura, una costruzione collettiva di senso.

In un regime di completa revisione delle posizioni estetiche ed epistemologiche della stilistica formale strutturalista così come dei New Critics, il “testo” di Citton non è più uno spazio normato, deposito blindato di contenuti oggettivamente rintracciabili dal lavoro ermeneutico, ma il luogo in cui far agire le diverse variabili di una soggettività interpretativa “fragile”, fatta di posizioni contraddittorie, anticipazioni proiettive, depistamenti, infinite revisioni. Da qui allora, l’atto ermeneutico non più come gesto definitivo, depurato da ogni possibile errore, ma come evento costantemente rimesso in gioco dai diversi flussi della ricezione. Da qui, il superamento dell’eterna coppia antinomica “interpretazione vera/interpretazione falsa” per far posto al concetto ben più plastico e modellabile di “interpretazione più o meno accettabile” all’interno di questa o quella comunità interpretativa.

Se Citton sembra quindi aderire con ogni evidenza a una prospettiva di estetica della ricezione di scuola americana[4], non arriva però mai a sposarne le punte più radicali. Dal momento in cui Stanley Fish, dagli anni Settanta in poi, cancella di fatto il testo, facendolo diventare un oggetto del tutto secondario, per Citton il rapporto testo-lettore sembra invece essere sempre rivestito di una dimensione etica. Interpretare non significa solo costruire un senso, ma accogliere un gesto che è il frutto, a tutti gli effetti, di una soggettività umana e che proprio per questo necessita sempre di un’attitudine umile, riconoscente, di ospitalità verso la propria evidente alterità.

In Lire, interpréter, actualiser il problema infatti non sembra essere tanto quello di un radicale spostamento del fulcro del discorso dal dato testuale al lettore, quanto quello di un’attenzione alla loro relazione in quanto tale, alle varie e possibili posizioni di gioco tra due soggettività – autore e interprete, molto spesso divisi da una vera e propria voragine temporale – all’interno dell’atto ermeneutico.

Per Citton, ogni lettura, per essere degna del proprio nome, deve essere sempre attualizzante, intendendosi con tale espressione una lettura in grado di «sfruttare ogni potenzialità connotativa dei segni di quel testo, per ricavarne una modellizzazione capace di riconfigurare un problema relativo alla situazione storica del lettore-interprete, senza cercare alcuna corrispondenza con la realtà storica dell’autore, ma utilizzando, laddove è possibile, la differenza tra le due epoche per illuminare il presente di una nuova luce»[5]. Ogni testo, qualsiasi testo, dal più lontano al più prossimo, ricava dalla messa in relazione con il soggetto non soltanto il potere di forzare e riconfigurare i saperi già esistenti, ma la capacità di riconfigurare la morfologia del presente. La sua verità (se di verità del testo possiamo mai parlare), più che una verità-adæquatio rispetto a un dato oggettivo preesistente al lettore, sembra essere una verità performativa, cantiere a cielo aperto, opera-mai-finita passibile, con le sue strutture portanti in bella vista, di un continuo lavoro di ricostruzione e riorientamento. Che si occupi di autori più che noti come Jean Potocki[6] o di figure minori come Jean-François Tiphaigne de la Roche (è di recentissima pubblicazione la monografia Zazirocratie. Très curieuse introduction à la biopolitique et à la critique de la croissance, 2011)[7], Citton-studioso di letteratura del Settecento parte sempre da una posizione di programmatico “anacronismo”. L’interesse del suo gioco interpretativo non sta infatti nei termini di un riconoscimento del già noto (nel trovare quegli elementi di Potocki o di Tiphaigne de la Roche che risultino conformi all’universo di pratiche e di ideologie che noi conosciamo come rappresentative della cultura settecentesca), ma nell’individuazione nel testo di quegli elementi che possano risultare validi per la costruzione di una rete di nuove relazioni proiettata senza soluzione di continuità verso il futuro. Da qui allora la sua lettura del Manuscrit trouvé à Saragosse come un romanzo postmoderno. Da qui lo studio di un’opera estremamente stravagante, a metà tra racconto utopico e trattato satirico – L’Empire des Zaziris, scritto da Tiphaigne de la Roche nel 1761 – come schermo per un’analisi biopolitica della nostra società e come banco di prova per una possibile riorientazione del suo sviluppo.

Ovviamente non si tratta affatto di prendere un nobile erudito polacco o un semisconosciuto medico normanno per geniali anticipatori della nostra contemporaneità. Jean Potocki non è certo Thomas Pynchon e Tiphaigne de La Roche, nel momento in cui immagina un mondo abitato da esseri invisibili in grado di dirigere a distanza i nostri desiderî e i nostri movimenti, non ha ovviamente nessuna coscienza dei flussi invisibili – informatici e finanziari – che regolano il nostro mondo globalizzato di abitanti del XXI secolo. La scommessa di Citton nei suoi studî sulla letteratura del Settecento consiste nel selezionare un elemento testuale (gli spiriti invisibili che governano il mondo dell’Empire des Zaziris e che, nell’ambito di un pensiero ancora non perfettamente compreso all’interno dei propri confini epistemologici come quello settecentesco, trovano una loro perfetta giustificazione), spostandolo dal suo contesto di origine per farlo entrare in risonanza con un contesto nuovo (l’universo del biopotere e delle società di controllo di Foucault e Deleuze), facendo sì che le nuove risonanze indotte dal testo si propaghino gradatamente all’interno del nuovo sistema. Il problema non è infatti l’autore e neppure a ben guardare il testo, ma l’evento interpretativo in quanto gesto di conduzione e propagazione – di trasduzione potremmo dire, prendendo a prestito il termine da Gilbert Simondon, filosofo molto presente nell’orizzonte teorico di Citton – di un elemento da un’epoca a un’altra, da un sistema culturale a un altro attraverso le differenze, le frizioni che li separano.

Una posizione di questo tipo viene naturalmente a capovolgere qualsiasi idea archeologica del rapporto dialettico tra interprete e tradizione letteraria. Nel momento in cui Benjamin, nel Compito del traduttore parla di “maturità postuma” dell’opera, collocandola in un orizzonte di non-finito, di sopravvivenza e inveramento nel dopo della traduzione (dell’interpretazione), lo fa in un’ottica della rovina che sembra far pesare sull’interprete la responsabilità di riportare nel presente una vita che non è più. In questo caso, invece, la freccia del tempo ha completamente invertito la propria direzione. Non si tratta di intervenire sul testo (cercando di afferrarne un’essenza originaria che per la sua natura stessa è, di fatto, sempre perduta), ma di intervenire sul presente stesso. Se nell’ottica messianica benjaminiana il testo trova la propria salvezza nell’interprete, per Citton è la contemporaneità interpretativa a trovare la sua salvezza nel testo. Una salvezza, beninteso, ben lontana da qualsiasi dimensione metafisico-escatologica. Una salvezza del tutto laica, concretamente “viva”. In una parola, politica.

Che l’interpretazione letteraria abbia anche una funzione politica è certamente uno snodo centrale del pensiero di Citton. Dal momento in cui la verità del testo non è mai già data – rinchiusa tra le pagine di un libro in un eterno presente astorico – ma viene continuamente rinnovata dal gioco collettivo dell’interpretazione, ogni interpretazione non può che dipendere allora, in modo imprescindibile, dalla comunità di co-interpreti che è riuscita a creare intorno a sé. Allo stesso modo, dal momento in cui ogni collettività non è altro che un insieme di individui che condividono una certa lettura comune della vita e del mondo, l’interpretazione condivisa costituisce l’ossatura simbolica su cui si fonda, di fatto, ogni organismo sociale.

Appare quindi estremamente chiaro quanto per Citton l’attività interpretativa costituisca la stoffa stessa del tessuto civile, in un continuo scambio di risonanze tra il sentire intimo e privato del soggetto e il sentire condiviso della comunità. Portando il discorso al suo limite estremo, non ci può essere interpretazione senza una società che ne condivida gli assunti, così come non ci può essere società (in quanto communauté de partage, come direbbe Rancière, i cui membri operano con i medesimi sistemi di categorizzazione e di valutazione) senza una lettura condivisa.

In questo, lo studio di Spinoza offre a Citton un valido appoggio. Nel suo Spinoza et les sciences sociales. De la puissance de la multitude à l’économie des affects (volume miscellaneo curato insieme a Frédéric Lordon nel 2008)[8] e in seguito in Mythocratie. Storytelling et imaginaire de gauche (2010)[9], articolando in una prospettiva di forte transdisciplinarietà alcuni elementi chiave del pensiero di Spinoza – come la teoria degli affetti, ovvero tutto ciò che riguarda la dimensione emotiva dell’attività mentale, in opposizione alla sua dimensione cognitiva – Citton propone una cartografia dei rapporti di forza che strutturano le nostre società in cui la “politica” sembra configurarsi come interscambio di flussi emozionali ben più che come rete di interrelazioni comunicative razionali. Dal momento in cui, come ci insegna Foucault, il potere non è una struttura repressiva calata dall’alto in basso, ma è diretta emanazione dei cittadini, la sua natura si definisce come una circolazione di affetti, desiderî e credenze a cui le istituzioni – a loro volta fondate da un flusso di affetti, desiderî, credenze – danno continuamente forma. Le istituzioni politiche non sono infatti altro che strutture di captazione, di allineamento e di canalizzazione di questi stessi flussi emotivi che circolano senza soluzione di continuità all’interno della mediasfera sociale. Nello stesso modo in cui il denaro assume statuto economico solo nel momento in cui la collettività decide di investire determinati pezzi di carta e di metallo di un preciso valore di scambio, così la capacità di creare mitopoiesi convincenti, di ipotizzare scenari narrativi che siano in grado di attivare una politica del come se comunemente accettata, diventa l’elemento chiave per capire le meccaniche costitutive della nostra società. Di fronte all’immaginario di un potere liquido, o meglio volatile, inteso come capacità di “condurre la condotta dei propri cittadini” piuttosto che come capacità di persuasione negativa (capacità di “impedire di fare”), ecco che lo storytelling, in quanto strumento semiotico e psicologico in grado di “convincere” e di “far desiderare”, si realizza come il più evidente ed efficace mezzo di persuasione collettiva. Ogni potere persuasivo che si rispetti, non si esercita che su soggetti liberi, condizionandoli attraverso una progressiva e inesorabile interiorizzazione dei suoi imperativi categorici. Come? Attraverso la macchina narrativa, o meglio, attraverso la capacità implicita della parola di non essere soltanto un lineare e diretto tramite di conoscenza (cosa che, del resto, non avviene mai perché di fatto non esiste discorso che non sia sempre immerso in una relazione di potere), ma di farsi anche centro di efficacia simbolica, vero e proprio gomitolo di relazioni tra corpo, affetti e organismo sociale.

Senza sottovalutare affatto l’evidente peso sugli equilibri del mondo di un hard power fatto di bombe, eserciti e condizioni salariali da neoschiavismo, il tentativo di Mythocratie sembra essere allora quello di dipanare uno ad uno i fili di questo gomitolo relazionale risalendo alle fonti prime dei meccanismi di gestione del potere all’interno delle nostre società democratiche. A che punto del filo, prima di quale nodo o biforcazione, siamo liberi nelle nostre scelte? Chi è il narratore delle nostre narrazioni? Chi sceglie per noi quando decidiamo di andare in vacanza a Venezia piuttosto che a Parigi, quando votiamo il sindaco della nostra città, quando prendiamo uno yogurt magro dal banco frigo del supermercato? Muovendosi tra modalità di captazione dell’attenzione, meccanismi di reciproca costruzione tra pubblico e media, strutture di scenarizzazione, Citton arriva così a definire le diverse modalità discorsive con cui la destra e la sinistra storiche hanno formulato nel tempo le proprie mitologie costitutive. Mitologie ancora perfettamente in piedi, con i loro eroi e i loro mostri bene in vista, per la destra. Mitologie in chiara fase di dismissione e smantellamento, per la sinistra.

In un’epoca di forte demistificazione da parte della sinistra dei suoi stessi miti fondativi e di erosione del prestigio politico delle proprie narrazioni, metterne in relazione l’evidente “stato di minorità” con il tramonto (e la conseguente presa di posizione in difesa) delle Humanities non pare quindi un’impresa troppo azzardata. La malattia di cui soffre l’immaginario del potere di matrice progressista appare oggi più che mai legata a un difetto di narrazione, o meglio a un clamoroso sbaglio di valutazione su quanto la narrazione sia, di fatto, anche una tecnica di lotta e di sopravvivenza. Dal momento in cui gli studî letterari, come abbiamo visto, permettono a ciascun membro di una comunità di accedere a un proprio singolo potere interpretativo, favorendo uno scollamento fortissimo tra un senso comune del discorso e una sua riappropriazione individuale e autonoma, le Humanities vengono a definirsi come il punto di innesco di un profondo ri-orientamento etico in quanto il meccanismo interpretativo su cui si fondano è in grado di far vacillare l’ordine delle nostre priorità e dei nostri fini. In un universo in cui la narrazione sembra “costruirci” nella nostra identità più profonda di animali emozionali oltre che razionali, l’attività interpretativa diventa il mezzo più forte per promuovere l’emergenza di nuove credenze emancipatrici, miti utili, nuove narrazioni condivise in grado di trasformare un’impossibilità di racconto per un mondo irrimediabilmente al tramonto, in una rinnovata presa di parola per una società in fieri.

Che qualsiasi organismo sociale sia legato a doppio filo alla capacità di riorientare e riconfigurare le proprie narrazioni è un dato di fatto. Che questa capacità possa trovare gli spazî e le condizioni per poter essere forza vitale e non soltanto semplice espressione di una potenzialità inespressa, sembra essere quanto di meglio possiamo augurarci. Per noi, animali politici del XXI secolo. Per tutte le future umanità che dal nostro presente di interpreti imperfetti potranno ricavare i sintagmi, le tracce, la stoffa rattoppata con cui costruire i mitemi della propria storia.

 Isabella Mattazzi

 

NOTE

[1] T. Todorov, La Littérature en péril, Editions Flammarion, Paris 2007 (La letteratura in pericolo, Einaudi, Torino 2008); A. Compagnon, La Littérature pour quoi faire, lezione inaugurale al Collège de France, Fayard, Paris 2008; V. Jouve, Pourquoi étudier la littérature?, Armand Colin, Paris 2010; M.C. Nussbaum, Not for Profit: Why Democracy Needs the Humanities, Princeton University Press, Princeton 2010 (Non per profitto, Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, il Mulino, Bologna 2010) ; J.M. Schaeffer, Petite écologie des études littéraires, Thierry Marchaisse, Vincennes 2011; D. McCallam, A Manifesto for the Arts and Humanities: The Example of Candide, «Fabula» (marzo 2011): http://www.fabula.org/atelier.php? Manifesto_for_the_Arts_and_Humanities.

[2] Di Yves Citton sono stati pubblicati finora in traduzione italiana soltanto due brevi interventi: Il libro in questione: Jean Potocki Manuscrit trouvé à Saragosse, tavola rotonda con Y. Citton, L. Fraisse, I. Mattazzi, F. Rosset, D. Triaire, a cura di I. Mattazzi, «Allegoria», 59 (gennaio/giugno 2009), pp. 169-199; Y. Citton, La Competence littéraire: apprendre à (dé)jouer la maîtrise, trad. it. di I. Mattazzi, «il verri», 45 (febbraio 2011), pp. 32-40.

[3] Y. Citton, Lire, interpréter, actualiser. Pourquoi les études littéraires?, Editions Amsterdam, Paris 2007.

[4] Cfr. Y. Citton, Puissance des communautés interprétatives, prefazione a Stanley Fish, Quand lire, c’est faire, Éditions des Prairies ordinaires, Paris 2007, pp. 5-27.

[5] Y. Citton, Lire, interpréter, actualiser. Pourquoi les études littéraires?, cit. p. 344.

[6] Su Jean Potocki: Y. Citton, Potocki and the Spectre of the Postmodern, «Comparative Criticism», 24 (2002), pp. 141-165; Id., La mondialisation entre revenants et revenus: finances et liquidités chez Potocki, in Art et argent en France au temps des Premiers Modernes (XVIIe-XVIIIe siècles), a cura di Martial Poirson, «Studies on Voltaire and the Eighteenth Century», 10 (2004), pp. 159-172 ; Id., L’Imprimerie des Lumières: filiations de philosophes dans le Manuscrit trouvé à Saragosse de Jean Potocki, in Le Philosophe romanesque. L’Image du philosophe dans le roman des Lumières, a cura di P. Hartmann e F. Lotterie, Presses universitaires de Strasbourg, Starsboug 2007, pp. 301-335; Id., Une Machine utopique à tordre le droit: justice, spectacle, métissage et ironie dans Le Manuscrit trouvé à Saragosse, in F. Rosset, D. Triaire, Jean Potocki ou le Dédale des Lumières, Presses universitaires de la Méditerranée, Montpellier 2010, pp. 205-224.

[7] Y. Citton, Zazirocratie. Très curieuse introduction à la biopolitique et à la critique de la croissance, Editions Amsterdam, Paris 2011. Sempre su Tiphaigne de la Roche si confronti anche: Y. Citton, Spirits across the Channel. The Staging of Collective Mental Forces in Gabalistic Novels from Margaret Cavendish to Charles Tiphaigne de la Roche, «Comparatio. Zeitschrift für Vergleichende Literaturwissenschaft», 1, 2 (2009), pp. 291-319.

[8] Spinoza et les sciences sociales. De la puissance de la multitude à l’économie des affects, a cura di Y. Citton e F. Lordon, Editions Amsterdam, Paris 2008. Occorre segnalare anche l’importante monografia di Y. Citton sullo spinozismo illuminista: L’Envers de la liberté. L’Invention d’un imaginaire spinoziste dans la France des Lumières, Editions Amsterdam, Paris 2006, dove al concetto di economia degli affetti in una prospettiva noo-politica è dedicato il capitolo XIV “Esthétique et spectacle”.

[9] Y. Citton, Mythocratie. Storytelling et imaginaire de gauche, Editions Amsterdam, Paris 2010.

 

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