Sul titolo di un libro di poesie. Premessa a una recensione di Marco Giovenale, "In Rebus" (Zona, 2012)

Vincenzo Ostuni 

Che cosa sono le res nelle quali il titolo situa l’ultimo libro di Marco Giovenale? Una prima risposta è: le merci, suffragata dall’esergo debordiano: «Il capitale non è più il centro invisibile che dirige il modo di produzione: la sua accumulazione lo diffonde fino alla periferia sotto forma di oggetti sensibili. Tutta l’estensione della società è il suo ritratto». Le res dendriti del Capitale; ma di più: ogni sezione della società, e dunque tutti gli oggetti (almeno in quanto oggetti sociali) ne sono ritratto, descrizione. L’esergo mostra una sfuggente duplicità: se ogni frammento della vita associata è metonimia del suo funzionamento profondo; o meglio, se la natura di ogni frammento del Capitale nega la stessa profondità, ovvero trascendenza, del funzionamento del Capitale – se dunque il Capitale è intensamente diffuso, ogni oggetto è assieme «finestra» sul Capitale e «occhio» che tramite essa lo vede. Quest’immanenza maligna è la stessa che, con un rovesciamento quasi blochiano, fonda la possibilità di ritrarre il Capitale, e, nel campo lungo, di tradirlo. Dunque, l’oggettività non è per Giovenale una scelta d’argomento (non un Zu den Sachen selbst!), ma di posizione visiva e politica: la cancellazione o oggettificazione storica del soggetto, merce-lavoro, cosa fra le cose («ragni in scatola dieci – tutti ii, che dicono | «io» un milione di volte, per tutte distese, || miglio per miglia, migliaii – sin dubio – | mugnai, e al séguito: mulino, sinus, tit, dóppiano «io» | tit tit, un milione di volte, fino a farlo | varo vero, vetri, veste, varice», p. 15) vizia la sua legittimità epistemica; l’unica visuale sul mondo del Capitale è quella delle cose stesse (incluse le persone-fatte-cose, certo); le cose vedono noi molto meglio di quanto noi riusciamo a vederle. In rebus – e in generale molta della poesia di Giovenale – mira a presentare questa teoria (in senso etimologico) senza vedente: non solo, dunque, ambisce a togliere il soggetto lirico ma lo stesso soggetto cartesiano, la stessa posizione moderna della soggettualità. Così sono da leggere gli ultimi versi del libro, a chiusa della Camera di Albrecht, vertiginosa riscrittura düreriana: «osserva dal vetro quanti oggetti. ne arrivano ancora altri. | non possiamo. né fermarci. anche se non mi fa dire altro, se non ricordo | niente. non fatemi parlare nego, nega, e non c’è altro, ci sono ancora gli oggetti, | ancora altri oggetti per questo. altri ancora» (p. 73). (Da approfondire il rimando al Deleuze «cinematografico»: «sono le cose ad essere luminose in loro stesse, senza nulla che le illumini: ogni coscienza è qualche cosa» [Dell’immagine-movimento, Ubulibri, 1984, p. 79]).

Di recente, l’autore (con Marzaioli, Zaffarano, De Francesco) è stato ospite di un convegno romano sui Nuovi Oggettivismi: fra i numi tutelari, gli Oggettivisti americani (Zukofsky, Reznikoff), Ponge, Balestrini; presente in carne, Jean-Marie Gleize. Niente di nuovo, dunque? Anche l’oggettivazione è un processo storico, non un’istanza volontaristica: e rispetto, per lo meno, agli americani, i nuovi oggettivisti italiani compiono un importante passo di lato. Non si tratta più, come suggerisce Reznikoff, di portare in poesia il principio giudiziario secondo cui «per essere ammesse nel processo, le prove non debbono affermare conclusioni dei fatti: debbono affermare i fatti in sé»; non si tratta di ammettere le cose nella poesia, bensì, di ammettere in rebus – intese come deiezioni del Capitale ma forse soprattutto come «ontologia del non ancora» – la poesia stessa.

Vincenzo Ostuni

 

[ già in «alfabeta2», a. III, n. 28, aprile 2013 ]

_

Annunci

3 pensieri riguardo “Sul titolo di un libro di poesie. Premessa a una recensione di Marco Giovenale, "In Rebus" (Zona, 2012)

I commenti sono chiusi.